LO “STRAORDINARIO” PIANO PER LA CASA A MILANO

Copia di beltrami 3 (10)

Nei giorni scorsi la Giunta ha approvato (delibera 1299 del 24 ottobre) il “Piano Straordinario per la Casa Accessibile” al fine di dare indirizzi per una possibile risposta all’evidente problema dell’accesso all’abitazione per le fasce di popolazione non solvibili sul libero mercato (oltre il 50% del totale).
Ci sono alcuni aspetti positivi di questo piano, presto detti:

  • il Comune mette finalmente a disposizione proprie aree di intervento, in misura superiore al passato (quasi tre volte tanto)
  • sembra venire abbandonata (meno male) l’ipotesi di conferire le case comunali ad Invimit.

E qui però sono finite le buone notizie.
Il documento infatti (malgrado un’effettiva maggiore buona volontà nell’affrontare il tema) sembra continuare nei noti errori di lettura della domanda (ignorando quasi i propri stessi dati) e quindi di definizione delle relative soluzioni.
Come è noto infatti la domanda abitativa non solvibile ha diverse articolazioni, tutte degne di attenzione: semplificando molto, c’è la domanda sociale vera e propria, ovvero di chi non ha nessun tipo di reddito; la domanda di edilizia popolare da parte di chi un reddito ce l’ha, ma molto basso o incerto (o tutti e due); per passare poi alla cosiddetta “fascia grigia”, ovvero dei redditi troppo alti per accedere alle case popolari ma troppo bassi per l’edilizia libera; per arrivare infine all’edilizia convenzionata, ovvero quella a prezzi di mercato ridotti di circa il 30%.
Limitandoci per semplicità alle sole due voci dell’edilizia popolare e della “fascia grigia”, si possono notare alcune incongruenze del documento.
Sull’edilizia popolare, si conferma (finalmente) l’importanza del suo ruolo. Dopodiché si passa 1) a non prevederne di nuova, 2) a trasferire parte del patrimonio esistente – quello degradato e da ristrutturare – alle fasce di reddito superiore.

L’argomento è: Milano ha già una buona dotazione di edilizia popolare, superiore a quella media del resto d’Italia; e non ci sono risorse per ristrutturare gli alloggi vuoti e degradati se non mobilitando le risorse di chi ci andrà ad abitare. Entrambi gli argomenti sono fuorvianti, per diversi motivi.
È vero, Milano ha una quota di edilizia popolare superiore al resto di Italia, l’8,4% del totale degli alloggi. Un tempo però ci si confrontava con il resto dell’Europa, con Vienna, Berlino, Olanda: dove questa quota è superiore al 30%. Adesso ci piace vincere facile e non ci confrontiamo più con i campioni europei, ci basta essere i primi della classe degli asini (la prossima volta confrontiamoci anche – absit iniuria verbis – con Vibo Valentia e Caltanissetta, scommetto che faremo un figurone).

 
Ma il punto è un altro: secondo i dati Nomisma 2021, le famiglie che avrebbero diritto a una casa popolare sono circa 62.000, ovvero oltre l’8%; e quindi l’8,4% (dove sono compresi gli alloggi sfitti, quelli di dimensioni insufficienti, quelli assegnati anni fa a famiglie che non ne hanno più le caratteristiche, ecc) è a malapena sufficiente. Tanto è vero che ogni anno ci sono circa 15.000 domande di assegnazione, a cui si risponde con 500-700 alloggi assegnati(venti volte meno la domanda). Eppure si pensa di ridurre questi alloggi, perché “non ci sono i soldi” (il sistema non può autosostenersi, bella scoperta, è così per definizione). Ma questa è pura ideologia; e i soldi ci sarebbero, volendo. Infatti non solo il Comune di Milano si è dimenticato per anni di tassare le attività immobiliari non aggiornando gli oneri, le monetizzazioni, i valori IMU sulle aree edificabili; ma quando passa il treno del PNRR (i cui debiti resteranno sul groppone dei nostri figli), quale quota è stata indirizzata all’edilizia popolare?

E parliamo magari anche dei fondi ex Gescal, ovvero trattenute sugli stipendi dei lavoratori finalizzate alla realizzazione di case popolari: che fine hanno fatto? Si parla di cifre nell’ordine di grandezza dei 10 miliardi di Euro, finite nel bilancio dello Stato con altre finalità (ultimamente si dice – ma non so se sia vero – che servano a finanziare il ponte sullo stretto di Messina, per dire…). Magari chi si occupa del tema della casa per il PD (che pure è stato al governo, e quindi dovrebbe saperlo) potrebbe dare una risposta

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Dietro l’argomento (o l’alibi) dei soldi che mancano però c’è un pensiero neoliberista per principio (anche questo però oramai abbastanza stantio), l’idea cioè che dovrebbe essere il mercato a risolvere il problema della casa (cosa che però non avviene per noti motivi intrinseci: il mercato non ha interesse ad intervenire dove non c’è margine, e qui il margine si crea solo strozzando le famiglie per un bisogno primario: c’è un patrimonio almeno secolare di riflessioni e di pratiche che partono appunto da questa constatazione).

Ma veniamo alla “fascia grigia”. Qui giustamente il documento comunale rileva che il 34% delle famiglie guadagna meno di 15.000 €/anno; per queste si propone di mettere a disposizione, tramite diversi incentivi comunali (aree messe a disposizione a costo zero, scomputo dagli oneri delle eventuali bonifiche – ma questo però lo prevede già la legge), alloggi al costo di 80€/mq/anno, idonei per un reddito di 1.500-2.500€/mese.
Ma facendo due conti questo equivale a un reddito annuale di 18.000-30.000€/anno, ben di più, e quindi anche il target della “fascia grigia” è mancato: diciamo che si punta alla fascia “grigio chiaro”, la vera fascia grigia non è aiutata per niente. Il tutto però avverrà sotto la “regga pubblica” come garanzia: ovvero se ne occuperanno gli estensori del documento e quindi siamo a posto, è proprio il caso di non essere tranquilli.
Nel documento poi mancano alcuni dati fondamentali. Ad esempio negli Stati Uniti (paese notoriamente bolscevico) viene monitorato il rapporto fra redditi e spese (affitto o mutuo) per la casa: 30% è l’obiettivo ottimale, quando si supera il 40% è allarme rosso. Avviene così anche in Inghilterra e in Germania (sempre paesi bolscevichi), a Milano invece come siamo messi? Nessuno lo sa, semplicemente perché queste valutazioni non vengono fatte. Cosa ci voleva a prevedere, come azione “ordinaria”, quella di monitorare tali valori (come si fa ad esempio per le alluvioni)?
Sì, perché l’altra stranezza è che questo piano venga chiamato “straordinario”. C’era evidentemente la necessità di differenziarsi nel nome dagli altri Piani Casa, quello di Ligresti degli anni ’80 e quello di Berlusconi degli anni 2000, che non hanno portato granché bene; e magari anche dal Piano Casa Italia che il Governo sembra stia preparando. Va bene, ma perché “straordinario”?  I piani straordinari si fanno di solito a fronte di eventi imprevedibili, eruzioni, terremoti: non per problemi noti, tipici e persistenti. Se ci fosse per dire un piano “straordinario” per l’acqua potabile, ci sarebbe da preoccuparsi, vorrebbe dire che siamo messi male.
Qui il piano è “straordinario” semplicemente perché l’ottuso PGT ha colpevolmente (o dolosamente?) ignorato il problema, affidandosi solo all’iniziativa privata. Adesso si parla di ripristinare l’obbligo di quote di social housing sopra i 5.000 mq di intervento (cosa che però in parte c’era già nel PGT 2012, paradossalmente per le sole aree già edificate, ma poi tolto dal PGT 2020 perché “non ha funzionato”): ovvero qualcosa che difficilmente porterà a un vero contributo nel tempo.

E quindi non si tratta di metterci una pezza con un piano “straordinario” e settoriale, quanto di mettere in campo soluzioni plausibili di carattere organico e “ordinario”, magari anche sottoponendole all’attenzione del Consiglio Comunale, a cui in teoria spetterebbero questi atti di indirizzo (lo dice il TUEL, ma forse anche questa viene considerata normativa vecchia e superata…). E se mancano i soldi, bisogna pur creare le premesse – in termini di aree, progetti, procedure – per poterli utilizzare quando ci saranno: quando e se arriverà l’onda dei finanziamenti, bisognerà avere la barca pronta. Ad esempio riservare parte delle aree alla realizzazione di nuove case popolari al posto di quelle perse con le ristrutturazioni, per dire. Certo se non ci si prepara, l’onda passerà senza risultati.

In definitiva il documento comunale appare abbastanza affrettato nella sua formulazione, e presenta molti margini di miglioramento. Ma davvero molti (molti molti). E fare un passaggio in Consiglio Comunale? Forse potrebbe aiutare.

L’Osservatore attento

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7 comments

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Pietro Vismara

Nel PGT bisognerebbe riservare aree (anche private) da riservare a ERP e ERS, da espropriare con i proventi delle monetizzazioni o mediante perequazione/compensazione. Certo, con gli indici folli che gli idioti estensori del PGT hanno messo dappertutto, di aree residue ce ne sono ben poche..

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    Cesare Mocchi

    bisognerebbe però aumentare anche le cessioni, soprattutto per i cambi d’uso, che al momento sono molto al di sotto dei (pur ridicoli) minimi di legge

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Andrea Vitali

Se il 34% dei milanesi guadagna meno di 15.000€/anno e se solo l’ 8% ha i requisiti per una casa popolare, vuol dire che il 25% dei milanesi non ha i soldi per la casa ma non può accedere all’ ERP. Ma se la politica “sociale” di Bardelli è proporre affitti adatti a chi guadagna più di 18.000€/anno, vuol dire che c’è un quarto degli abitanti della città che ha un problema abitativo a cui non pensa nessuno. E questo da parte di un’ amministrazione in teoria progressista e di sinistra. Se era di destra cosa faceva? Li deportava?

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Cesare Mocchi

E’ notizia di questi giorni che lo “straordinario” Piano Casa messo a punto dall’ex assessore Bardelli ha partorito il classico topolino: dei 10.000 alloggi promessi, se ne realizzeranno ben 33 (non male). Bravo Bardelli, davvero un valido assessore (e soprattutto ben scelto dal nostro valido sindaco!)

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Annalisa Ferrario

33 appartamenti se va bene… Davvero sagace Sala a scegliere Bardelli. Per fortuna se n’è andato. Saluti

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    Chiara Vogliatto

    Quello per fortuna se n’è andato. E quando se ne va il DG? E quando il portaborse di Maran assieme al suo codazzo di “guardie del corpo” stile Gheddafi?

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