EMERGENZA CASA A MILANO

Ci voleva Basilio Rizzo per dire qualcosa di sinistra su Milano ed il problema della casa.
Nella sua intervista al Corriere della Sera, ha ricordato che un ente territoriale non può disinteressarsi della relazione tra salari e prezzi delle abitazioni e che il welfare aziendale delle grandi imprese può fare molto in questa direzione. Cose semplici, diremmo naturali, parte del bagaglio lessicale e concettuale di una sinistra “tradizionale”, neppure debitrice di una tardiva visione estremista ma più propriamente vicine alla tradizione “socialdemocratica”.
Cose di famiglia, care alla sinistra ma quasi dimenticate.
D’altra parte, la situazione è diventata così insostenibile da costringere ATM, pena il fermo attività, ad incentivare i potenziali autisti con un pacchetto di misure, dove all’aumento degli stipendi si affianca l’affitto a prezzi congrui in appartamenti dell’azienda. Potremmo facilmente dire, con il poeta “c’è qualcosa di nuovo … anzi di antico” nelle parole di Basilio Rizzo e nelle misure di ATM, qualcosa che ricorda una volta di più, a chi pensa che il capitale basti a sé stesso, che senza le mani, gli occhi e le intelligenze dei lavoratori (salariati e non), le macchine non funzionano, le fabbriche non producono, ed i tram restano fermi.
Ce l’eravamo dimenticati (non tutti, però).
Ma l’incalzare della crisi abitativa ha riportato nell’oggi quanto si credeva ormai destinato a rimanere in un decrepito ieri o altro ieri, sfidando tutti, enti ed imprese, a riconsiderare quegli strumenti, quegli approcci, quelle politiche.
C’è stato un tempo in cui il welfare aziendale non era, come oggi, ridotto alla piattaforma on line dove l’impresa offre al dipendente, per aggirare il “cuneo fiscale”, alcuni beni e servizi. Spesso offriva allora (anche) una politica della casa. Di quel tempo è rimasto poco o nulla, a parte le case, ma la cosa funzionava, perché risolveva un problema di fondo della condizione lavorativa e costruiva una relazione collaborativa tra impresa e lavoro, tanto più stabile perché fondata su aspetti esistenziali della vita sociale. In questi ultimi decenni, questa tradizione, certo non priva di paternalismi, si è via via impoverita, fino a perdersi spesso in una condizione che vede, a parte qualche lodevole eccezione, solo qualche timida iniziativa, pallida maschera della social responsability. Parola anglosassone che, come tante altre, nasconde la negazione della pratica dietro la “virtù” della parola.
Così, anche il Comune di Milano, che è il più importante “padrone” di Milano è chiamato a riconsiderare ed aggiornare, non solo la sua funzione di regolatore del piano urbanistico, non solo il suo ruolo di proprietario di uno sterminato patrimonio immobiliare, ma anche le politiche di welfare aziendale delle sue imprese, controllate e partecipate: ATM, AMSA, MM, A2A e chi più ne ha più ne metta. Naturalmente, quel che vale per il Comune a maggior ragione vale per la Regione, ma ad ognuno il suo.
Par di sentire già i tartufi del caso: chi paga? dove si trovano i soldi? Non che la cosa sia di poco conto, ma come sempre è questione di scelte, di priorità, insomma di politiche.
Di politica.
Abbiamo trascorso gli ultimi quindici anni almeno in un regime urbanistico estremamente conveniente per i cosiddetti “operatori” (società immobiliari, costruttori, intermediari vari ..). Certamente attrarre gli investitori su scala internazionale è molto importante e Milano deve competere con mille altre piazze su scala globale. Ma una città smart, come da narrazione prevalente, non dovrebbe contare solo sul prezzo.
Si ha più che la sensazione che sia stato estratto dal territorio un valore enorme, per larghissima parte regalato o ceduto a poco prezzo. La magistratura, come per Mani Pulite, si è presa la briga di mettere ordine in comportamenti decisamente non allineati al concetto di bene comune, ed ArcipelagoMilano ha largamente presentato e spiegato le modalità con cui questo valore non è stato adeguatamente tutelato. Altri, come il segretario Capelli hanno parlato di fine del modello Milano, rilanciando però verso un nuovo patto cittadino.
Non appare allora fuori luogo, riconsiderare nel nuovo PGT, oltre ad altre importanti cose, una riduzione della remunerazione del capitale privato investito nelle operazioni immobiliari, accrescendo per converso il “rendimento sociale”, ossia i canoni di urbanizzazione e le altre misure con cui si “addolcisce” la relazione dialettica tra capitale privato e bene comune. Ma non è solo questo. Le imprese medio grandi, specie a proprietà pubblica o mista, sono chiamate a riconsiderare strategie ed interventi di welfare aziendale, cosa che naturalmente implica la riduzione dei profitti per la redistribuzione sotto forma di utilità sociale.
Un ambizioso Piano Casa, ambizioso per la scala che corrisponde agli estesi bisogni sociali, non si fa con gli spiccioli o le economie di risulta, ma investendo capitali importanti, pubblici e privati, cosa che a sua volta richiede il cambiamento, per virtù o per necessità, dei criteri di premio del capitale. I bilanci aziendali degli ultimi anni registrano grandi profitti ma poca, troppo poca, redistribuzione sociale in forma di salari o di misure di welfare d’impresa. Anche da qui nasce la crisi della casa. La riconversione del meccanismo di valorizzazione del capitale privato o comunque imprenditoriale dovrebbe essere accompagnata da una altrettanto ambiziosa operazione di potenziamento dell’offerta di alloggi pubblici, case popolari o in edilizia convenzionata, cosa di cui di nuovo il Comune di Milano dovrebbe farsi carico senza troppe timidezze.
Certo, i segnali non sembrano incoraggianti, nel merito e nel metodo. A parte le evoluzioni del decreto “Salva Milano”, di cui sono massimi cantori quelli che hanno creato il problema ed oggi occupano sedie e seggi ben remunerati, ci sono altri segni. Mentre il Sindaco fa sapere alla sua maggioranza che su San Siro si è già deciso e non vale neppure la pena di riprendere il discorso, il buon Granelli annuncia, nientemeno, che la “depavimentazione” della città. Cosa auspicabile ed anzi da mettere in agenda, ma nella consapevolezza dell’estremo impegno che ne deriva, in termini economici, tecnologici e culturali. Non si sfugge, anche se Granelli è persona stimabile, all’impressione che in alcuni casi si aprano temi, e quali. per non rispondere a questioni più pratiche contingenti, come se la buona amministrazione dei dettagli non rendesse elettoralmente. E allora se le strade diventano fiumi, si butta la palla in tribuna, ed invece che tenere puliti i tombini, evitare che gli avvallamenti stradali diventino piscine e riparare buche alla meglio (cioè alla peggio) destinate a riaprirsi la mattina dopo, si lancia il grande tema della “depavimentazione”.
La drammaticità dell’emergenza abitativa è il principale tema di governo della città, il terreno su cui marcare un deciso cambio di passo, trovando i tempi, i modi, le forme, le iniziative, per inaugurare un nuovo patto cittadino e perché no, metropolitano.
Una preghiera allora a Sala, all’amministrazione ed al PD: per favore, non lasciate Rizzo da solo, dite anche voi qualcosa di sinistra. Anzi fatela.
Giuseppe Ucciero

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