SILENZIO

Proprio quest’anno compie sessant’anni “The sound of silence”, scritta da Paul Simon in quello che è stato forse il periodo più rumoroso nella storia dell’umanità dal punto di vista musicale. Il brano, poi inserito nella colonna sonora del film “Il laureato” del 1967 (regia Mike Nichols), che di fatto lancia Dustin Hoffman nell’empireo del cinema mondiale, è da decenni uno dei grandi classici della musica pop. E, come dice il titolo, ruota attorno al concetto di silenzio, dimensione in cui – hanno spiegato gli esegeti del testo – tendiamo a rifugiarci quando ci troviamo in una situazione di incomunicabilità, quando non riusciamo a spiegare il nostro pensiero, né a dare significato alle nostre parole.
È vero?
Oppure si tratta del solito cervellotico tentativo di spiegare cose che hanno avuto una genesi molto più semplice? Non lo sappiamo, bisognerebbe chiederlo a Paul Simon ed eventualmente ad Art Garfunkel con cui si accompagnò musicalmente per anni. Di sicuro però sappiamo che il tema del silenzio nei testi delle canzoni, così come nelle sceneggiature cinematografiche, affascina da sempre gli autori. E anche noi ne siamo attratti.
Amiamo il silenzio perché ci consente di riflettere senza rumori disturbanti, lo apprezziamo ancora di più in quei luoghi lontani dal caos delle città. Possiamo dire che lo amiamo perché è un ricordo, come si ama la memoria di un sapore dell’infanzia. Lo amiamo perché spesso per molti di noi non esiste più. Chi abita in una città come Milano, ma ormai la tendenza è riscontrabile anche nei centri di provincia decisamente più piccoli, sa che il silenzio è diventato un piacevole fantasma che si manifesta soltanto in alcune ore della notte e neppure sempre.
Di giorno, come tutti i fantasmi, se ne sta nascosto forse sottoterra, all’interno di qualche chiesa di periferia, scacciato e schiacciato dai motori e dai clacson del traffico, la colonna sonora che ci accompagna ovunque. Un fantasma che fugge inorridito dai centri commerciali e dai punti vendita di grandi catene in cui musiche a volume alto o altissimo accompagnano i clienti dall’ingresso all’uscita senza interruzioni.
Anni fa, se vi ricordate e se avete provato questa esperienza, entrare da Abercrombie era come mettere piede in una discoteca sulla riviera romagnola in piena estate e soltanto per chiedere un’informazione agli ormai famosi giovanotti a torso nudo che si aggiravano in quegli spazi bisognava alzare al massimo il volume della voce. Anche molte persone di età variabile, non soltanto giovani o giovanissimi, non riescono più a convivere con il silenzio, ne hanno quasi paura, e passano gran parte del loro tempo libero ad ascoltare in cuffia musica, storie, audiolibri, podcast: quando camminano per strada, in metrò o su qualsiasi altro mezzo pubblico. È come se avessero bisogno di rumore continuo per isolarsi, forse anche per non comunicare.
Invece il silenzio è un validissimo strumento di comunicazione, al punto che oggi c’è chi sta cominciando a pensare di utilizzarlo anche in campo pubblicitario, settore in cui da sempre è spesso la musica a farla da padrona. Lo sostiene Nicoletta Polla-Mattiot, giornalista del Sole-24 Ore, dove dirige il mensile HTSI (“How to spendi t), e docente del Dipartimento di Comunicazione Arti e Media dell’università IULM. Autrice di due libri sull’argomento, il primo del 2019 “Esplorare il silenzio” (Enrico Damiani editore, collana Logiche), il secondo del 2024 “Il potere del silenzio” (edizioni Sole-24 Ore), le sue tesi sono anche state riprese in una delle tracce per gli esami di maturità di quest’anno (“La riscoperta del silenzio nel chiacchiericcio globale”).
Nel commentare la scelta, l’autrice ha spiegato che il silenzio, oltre ad essere appunto un importante strumento della comunicazione, è tra i più grandi lussi dell’epoca contemporanea. Il suo corso universitario, “Silenzio e comunicazione”, quest’anno è stato aggiornato in “Ecologia del silenzio”, in cui l’aspetto comunicativo sarà trattato assieme a quello più ecologico, appunto, dell’inquinamento acustico e dei danni che provoca.
Un percorso studiato per arrivare ad apprezzare e rivalutare l’importanza e i benefici del silenzio, non già del rumore nero, spettrale mancanza di qualsiasi forma di sonorità che può creare angoscia, ma quella dimensione rilassata di assenza di rumori fastidiosi, in cui ci si può confrontare con i propri pensieri. Perché il silenzio, sostiene Polla-Mattiot, non nega la comunicazione, ma è uno strumento per esaltarla che andrebbe coltivato nella vita di tutti i giorni. Specialmente, aggiungiamo noi, nella vita dei poveri milanesi che per poterne apprezzare la bellezza devono aspettare le ore notturne. E non è nemmeno detto che ci riescano perché a queste latitudini il silenzio è davvero un fantasma. Sappiamo che c’è e si nasconde da qualche parte, ma difficilmente riusciamo a coglierne il suono.
Ugo Savoia

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