STRANIERI E SÉ STESSI

Copia di copertina 6 (7)

Lo spirito del tempo è vita. Se lo sguardo resta fisso sugli Smartphone e si è posseduti da un presente che, peraltro, ha lo spessore della carta velina, non lo si avverte, eppure lo spirito del tempo c’è, eccome. È la realtà che crea legami tra situazioni e scelte individuali e collettive, contiene il filo e la trama d’una continuità senza soluzioni; è gran parte di noi e del mondo; ci governa; quanto più ci s’ostina ad ignorarlo tanto più s’impone, riempie i vuoti: detta le regole della partita, prendendosi gioco con spudoratezza di attori, protagonisti, comparse, aspiranti star, spesso. Lo spirito del tempo – s’è capito – siamo noi. 

Che lo sappiamo o che non lo vediamo per volontà, distrazione, inconscietà; siamo noi a determinare situazioni, corso degli accadimenti a zig zag tra poli opposti: aree di luce, zone buie, nere da far spavento.  

S’era appena finito di parlare di jus scholae ed ecco esplodere la notizia che sconvolge mente e cuore; un modo per rivelare non detti, paure, miserie, vuoti, riserve mentali, livori, mega aggressività represse del dibattito estivo. A uccidere la giovane Sharon Verzeni è stato Moussa Sangare cittadino italiano di origine nordafricana. 

In qualcuno scatta subito l’equazione: viene evocata la problematicità del riconoscimento del diritto dei bambini stranieri ad avere la cittadinanza dopo un ciclo di studi a fronte dell’assurdità del delitto. L’occasione è ghiotta e da cavalcare nel modo solitamente sguaiato per il pensiero tossico di chi fa dell’odio verso i migranti ragione di azione politica: «È questa l’Italia che vogliamo?». Come provvidenziale, diciamo così, è l’evento per quelli che al centro han passato l’estate a lanciare segnali di fumo “liberal” sullo jus scholae

Posson battere in ritirata senza clamore; i buoni propositi loro li avevano; se poi i neri uccidono e l’alleato rischia di trar consensi dallo sfruttamento del crimine non resta che abbassare toni e pretese, continuare il maquillage del volto responsabile e moderato del governo di destra, ricompattarsi e pensare a ciò che più interessa tra riforme bandiera, giro di nomine, distribuzione di spiccioli d’una  manovra che dovrebbe esser da lacrime e sangue, ma che tutti uniti (è “la sinistra che ci vuol dividere”, dice Meloni) troveranno il modo di dire che andrebbe tutto bene, come tutto è cambiato da quando c’è Giorgia, se non ci fossero i “vincoli esterni” dell’Europa dei burocrati. 

Un’opportunità l’evento avrebbe potuta crearla anche per le opposizioni, ad avere idee e coraggio. Ma la partitura prevede le simmetrie delle risposte a caldo: l’accusa di “sciacallaggio” a chi usa eventi tragici per accreditare tesi partitiche; “morbosità” nell’andare a cercare le origini e nazionalità di un assassino; montatura politica del caso come “arma di distrazione di massa” rispetto i gravi problemi che il Paese deve affrontare e che la destra invece non vuol vedere: povertà, salario minimo, scuola e sanità pubblica, ambiente. Poi la querelle su Renzi e su Conte che non si sbilancia tra Harris e Trump annebbia la credibilità del campo largo (che tra l’altro neanche è “una questione di ettari”, sentenzia col suo humor Bersani).

Lo spirito del tempo è complessità, mentre la politica oggi – ma mi vien da dire l’umanità tutta, cioè noi! – semplifica, banalizza, appiattisce. La complessità fa dire che Jus scholae e delitto di Terno d’Isola c’entrano, ma non in base ad un principio di causa ed effetto e alle declinazioni rozze, volgari, disumane, nefaste che di esso fanno alcuni esponenti politici. Ci son legami tra tutti i diritti non riconosciuti e comportamenti umani: in un singolo Paese, in una comunità più ampia come l’Europa, in aree ben identificate dagli equilibri geopolitici. 

Povertà, miserie, bisogni denunciano un’umanità negata, ferita, offesa, perseguitata, con effetti sia reali, sia che restano sullo sfondo e agiscono per vie traverse e rimandi. Inoltre, le condizioni di degrado e le violazioni di quanto invece naturalmente spetterebbe a una persona non sono prodotte dal caso, ma da volontà, gesti, disegni, propositi iniziative e comportamenti omissivi di altre persone: governanti; membri di consigli d’amministrazione dei più svariati settori produttivi e dei fondi d’investimento, nazionali e mondiali; detentori d’interessi i più svariati. 

Dal macrocosmo alle situazioni specifiche. Lo jus scholae è uno degli innumerevoli diritti negati in Italia; è un buco nero tra tante ingiustizie, discriminazioni, disuguaglianze che pesano non soltanto sugli stranieri. Si pensi a: lavoro (salario minimo e sicurezza); casa (nessun investimento sull’edilizia pubblica, né per gli studenti: solo “piccoli condoni” per mietere consensi); scuola pubblica; fiscalità equa secondo la Costituzione, invece di favori alle corporazioni: un soggetto con partita Iva paga meno tasse di un dipendente, il primo poi può anche evadere e contare su condoni, il secondo no (intanto la Premier battezza le tasse “pizzo di Stato”!). 

Salute, garantita da sanità pubblica, a incominciare dalla cura della psiche che i privati non voglion fare. Moussa Sangare – ecco cosa si vuol dire parlando di complessità e nessi, uscendo dalla mentalità semplicistica e interessata di causa/effetto! – è in questi giorni l’esempio doloroso, drammatico, lampante delle condizioni e dei possibili effetti di un Paese che non ha politiche per i giovani, centri di aggregazione e di cultura, servizi sociali, servizi sul territorio, psichiatrici nello specifico. 

Già all’indomani dell’arresto è emerso che c’eran già state numerose denunce contro il giovane, ma non era scattato nessun intervento di tipo territoriale e sociale. Ormai v’è un triplo problema: finanze locali al collasso; comunità (e visioni urbanistiche) sempre più concentrate sulle richieste degli individui; concezione poliziesca dell’ordine pubblico da parte del Governo. L’Ordine Pubblico è un modo di vedere e applicare la Costituzione, cioè garantire libertà, diritti, doveri, eguaglianza, rispetto. I provvedimenti di Palazzo Chigi sono improntati invece a inasprimento pene, nuovi reati, manganello verso gli studenti che manifestano, fermi amministrati delle navi Ong. E nei rapporti: attacchi personali a giornalisti, dirette a testate, ai giudici.

Lo spirito del tempo ha per corrispettivo lo spirito del profondo. Anche questo ci appartiene in pieno: coinvolge soggetti singoli e comunità, i valori condivisi, il mistero, l’inconoscibile al momento; l’eternità della vita; perché la vita è eterna in quanto ha avuto un inizio, il Creatore per chi crede o il big bang per la scienza, e non avrà fine, ma trasformazioni continue, col ritorno al Padre, sempre per chi crede, con quel che sarà per chi si affida alla natura e alla storia. Anche lo spirito del profondo va riconosciuto, ci si deve fare i conti, va rispettato e coltivato; si deve lasciarsi andare e calarcisi dentro. 

Ad esempio, prima che parlare di stranieri, magari a vanvera e in maniera offensiva e sprezzante, ci si dovrebbe fermare un attimo e pensare allo straniero che abita in noi. Non lo vogliamo vedere, ma c’è. Lo si rifiuta e si crede di espellerlo bloccando i migranti, lasciandoli morire a Cutro (di nuovo una questione di polizia, di ordine pubblico invece che di soccorso umano, secondo quanto emerge dall’inchiesta sul naufragio), li si deporta in Albania, se salvati nel Mediterraneo li si spedisce a Genova o Ravenna (“sadismo di Stato” per donne, bambini, uomini che han già sofferto nel deserto o nei lager libici da noi finanziati) poi li si riporta in bus in Calabria; si dà enfasi caricaturale al rifiuto dello straniero, cioè all’altro da sé, con frasi tipo “gli daremo la caccia [agli scafisti] su tutto il globo terracqueo”. 

Per chi è già qui e italiano si straparla circa il colore della pelle e presunti criteri per stabilire l’italianità. La negazione del “nero” interno camuffato da rifiuto di quello esterno è un’ombra enorme, potente, che possiede. Può stupire qualche anima bella l’esempio: il colore della pelle nera accomuna nell’espulsione da sé dell’altro chi ha conquistato l’oro olimpico e Sangare Moussa. 

È difficile ammetterlo: anche noi siam stranieri, stranieri a noi stessi. La consapevolezza di questa verità è la vera linea di demarcazione che oggi attraversa per linee orizzontali la civitas (locale e internazionale), i valori della Costituzione e della Repubblica, la mentalità comune. Non si tratta di scristianizzazione, non è il rifiuto della Bibbia che raccomanda: «Lo straniero che soggiorna fra voi, lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto». 

Siamo immersi in un mutamento antropologico in termini di disumanità. Siamo stranieri a noi stessi perché non ci conosciamo e nemmeno c’interessa; si pongono problemi identitari, si enfatizza il linguaggio (“nazione” invece di Paese o di Stato: natio si rifà a nascita, legame di sangue, tribù), si regredisce a modalità pre-civili e pre-soggettività dell’individuo, si fa quindi poco o nulla per sapere qualcosa di noi e di altri: desideri, voglie, sogni, cose impensabili, radici, culture, abitudini, visioni del mondo. La parte del nostro cuore non riconosciuto è nera, non è irrorata dal rosso che esprime sentimenti, comprensione, amicizia, amore, prossimità, uguaglianza. 

Si configura un cuore indurito, affetto da melacardia (in greco melas è scuro, buio e cardia, cuore; quindi affetto da “cuore buio, oscurato, notturno, nero”), una patologia che indica una persona che ha il colore delle ombre, di sospetti, di diffidenze, di ostilità, di ossessioni persecutorie nel distinguere e del tenere separati il “noi” e “loro”, “noi prima” (come l’America first di Trump e di tutti i suprematisti), una persona che vive proiettando sull’altro quanto non vuol vedere di sé, quindi attribuisce le responsabilità d’ogni male a chi non è come noi, quasi che quel noi equivalesse a “superuomo”, Übermensch

I superuomini e le superdonne (“Io sono Giorgia”?) sono coloro che ritengono di possedere e di determinare la forza originaria della vita e che quindi si considerano legittimati a decidere vita e morte di chiunque: il lavoratore che non ha più la dignità d’un impiego, il migrante, la donna e l’uomo con diverso colore della pelle o appartenente ad altra fede o cultura.

Abbiamo gravi responsabilità se intendiamo davvero cercar di invertire la rotta della non-umanità. Lo straniero non sarà più tale se cominceremo a riconciliarci con noi stessi: le nostre parti oscure, l’istinto a unicità, superiorità, omologazione, supremazia. Il nero o lo vedi, riconosci, integri, ti misuri o ti possiede. O ti si rivolta contro e confessa magari di non saper bene neanche perché lo fa. Mi addolora, m’inquieta, m’interroga proprio in tale orizzonte la confessione di Moussa che uccide senza sapere “perché”, creando un nucleo incandescente di patologia individuale e sociale.  

Non cessiamo mai di credere nelle battaglie, a stabilire convergenze se possibile alleanze per stabilire chiari e precisi criteri giuridici d’accoglienza e inserimento, per riconoscere la cittadinanza, per interrompere le simmetrie del “noi” e del “loro”; procediamo con fiducia, responsabilità, consapevolezza. Cittadinanza, eguaglianza, democrazia, libertà son beni molto fragili. Vivono e progrediscono ma è un attimo e si dissolvono. Tenerli è questione di qualità, fatica, pratica quotidiana, relazioni effettive buone, lungimiranza, Eros. 

Scriveva Sant’Agostino: «Cristiano è colui che anche nella sua casa riconosce sé stesso come un viandante, uno straniero». Oggi quelli del motto “Dio, patria, famiglia”, italiani o d’altri Paesi e continenti, o che si son presentati fieri d’essere “donna, madre, cristiana” (e con tali bandiere mietono voti), non fanno neanche una piega quando il Papa dice che “è peccato grave il respingimento sistematico e con ogni mezzo”, l’ha fà, gnanca un plissé avrebbe cantato Jannacci con “Faceva il palo” [della banda dell’Ortica].

Marco Garzonio

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