ESISTE UNA DEMOCRAZIA SENZA ELETTORI?

 corbani

La informazione (televisiva e stampata) e gli stessi “partiti”  hanno parlato poco di Europa, e dei temi del futuro dell’Unione Europea, che dovrà fare i conti con i risultati delle elezioni americane, tanto più se vince Trump. Purtroppo, le istituzioni europee non godono di molto prestigio nella opinione pubblica del nostro continente, anche se la partecipazione al voto è aumentata al 51% dal 43% del 2014, con il livello minimo della Croazia 21% e il massimo del Belgio 90%.

Gli elettori italiani non sanno neanche cosa siano gli SpitzenKandidaten, i candidati delle famiglie politiche europee a presidenti della Commissione europea.  Avete mai visto un talkshow con gli SpitzenKandidaten? Avete mai sentito parlare della economia europea o di cosa succederà con il nuovo patto di stabilità? Sicuramente io sono stato distratto, ma il dibattito era sul pollaio di casa nostra.

Oggi gli esperti dei talkshow si interrogano su cosa farà la Meloni sulla nomina del Presidente della Commissione Europea e nessuno dice che, visti i risultati elettorali, in cui certo vi è stata una avanzata della destra europea, la coalizione popolari/socialisti/ liberali ha ancora la maggioranza assoluta 406 su 720 deputati, tale per cui il gruppo della Meloni (Conservatori e riformisti, sic!) con i polacchi di Diritto e Giustizia (PIS) è ininfluente.

E oggi sembra che nessuno degli analisti, degli osservatori, dei giornalisti (di quotidiani che perdono lettori ogni giorno) abbia detto, fino a ieri,  che c’era una prateria al centro in attesa dei cowboys per occuparla;  oggi torna la bufala del bipolarismo, come se le elezioni europee siano la fotocopia delle elezioni politiche o di quelle regionali, o di quelle amministrative.

Non passa per la testa di analisti e sondaggisti che ogni elezione è particolare, e quelle europee lo sono di più e che laddove si vota anche per le regionali o per le amministrative il voto è molto diverso. Nelle elezioni europee ci sono stati successi esplosivi, o trascinati dalle politiche, o anticipatori delle elezioni politiche,  che poi si frantumano subito dopo. E stupisce che pochissimi hanno colto che la campagna “Giorgia” (il plebiscito cercato anche con la candidatura in tutte e cinque le circoscrizioni) è naufragata: tra le politiche 2022 e le europee 2024,  Fratelli dì’Italia ha perso quasi seicentomila voti, pari al 8% dell’elettorato 2022. Lega e Forza Italia hanno perso rispettivamente il 15% e il 12% del loro elettorato.

A Salvini non ha portato bene trasformare la lega in un fascio. In Italia il centrodestra ha perso quasi un milione e trecentomila voti.   Insomma la ricerca del plebiscito “Giorgia” è stata un flop, ma il suo annuncio ha favorito il voto utile contro Giorgia. Infatti i due eterni litiganti, che continuano a tenere in piedi “partiti” personali, hanno subito la scure del voto utile: magari il voto ad Azione e a Stati uniti d’Europa va disperso perché non fanno il quorum e allora molti hanno votato, senza convinzione, il PD, un partito omnibus, in cui c’era dentro di tutto, oppure hanno dato il voto, con ancora meno convinzione sia per i personaggi sia per i candidati, ad Alleanza Verdi Sinistra perché era un voto contro Meloni e contro Orban.

Difatti il centrosinistra ha guadagnato oltre seicentomila voti rispetto al 2022. Così l’area detta centrista ha perso oltre 1,3 milioni di voti (il 45% dei voti 2022)  e il Movimento 5 Stelle che non aveva nulla di tangibile e immediato da promettere ha perso oltre 2 milioni di voti del suo elettorato, il 46% dei voti del 2022.

Secondo uno studio Luiss-Cise (Lorenzo De Sio, Elisabetta Mannoni, Matteo Cataldi) il voto del PD è più femminile (24,9) che maschile (21,5); così anche per 5S  (donne 13,1 contro 10,9 uomini)  e anche per la Lega (10,5 contro 6,5):  con una differenza che le donne del PD solo per il 13% sono casalinghe, mentre la percentuale sale al 30% per  la Lega.

Guardando poi il profilo generazionale dei diversi partiti, M5S più forte nelle fasce centrali, specie 30-44 e 55-64;
AVS nettamente più forte tra i giovani (18-29 e 30-44);
PD al massimo tra gli over 65, ma forte anche tra i giovani (18-29 e 30-44) dove è primo partito appaiato con FdI;
Azione e Stati Uniti d’Europa concentrati tra i giovanissimi (18-29); FI nettamente più forte tra i 45-54;
FdI al massimo tra i 45-54, ma molto forte anche nelle classi più anziane; Lega più forte tra i più anziani, ma anche tra i 30-44.”

Il voto per istruzione vede per la laurea primo il PD (35%) poi FDI (20%), poi AVS 12%; per la media superiore primo FDI (30%) poi PD (23%), poi 5S (13%); fino alla media inferiore, FDI (32%) poi PD (18%) poi Lega (13%) poi 5S (12%). Ed ecco anche i dati per “classe”:

Ovviamente  si conferma la  divisione dell’Italia: nelle isole i voti validi sono il 35% degli elettori, al sud il 41% , al centro il 50%. al nordest e al nordovest il 52%. Ed è costante la differenza tra il voto dei capoluoghi e del resto della provincia e della regione.

In Lombardia ha votato il 55% degli elettori: il dato più basso dal 2019 (64%)  e dal 2022 (70%) ma decisamente superiore al fondo toccato con le regionali 2023 (42%). Naturalmente, le percentuali sono calcolate sugli elettori aventi diritto.  Il centrodestra (29%) prende più voti delle regionali 2023 (22%) ma meno delle politiche 2022 (34%) e meno dell’europee 2019 (36%). Il centrosinistra si riprende (16%) rispetto al 2023 (14%) e viaggia attorno agli stessi risultati del 2022 (16%) e del 2014 (17%).  Per le regionali del 2023 ho tenuto conto del voto ai candidati, e in quella occasione le 5 Stelle hanno votato per il candidato del PD: ma oggi le 5S (3%) si sono dimezzate rispetto al 2014 (6%) e hanno perso rispetto alle politiche (5%).

L’area cosiddetta centrista, mai veramente unita passa dal 2% del 2029 al 9% del 2022, al 4% delle regionali lombarde al 4% di oggi.

Nella città di Milano vota il 51% e il Pd si conferma primo partito con il 16% (non così nel resto della Provincia dove prende il 13%): alle presidenziali regionali 2023 aveva il 13%, alle politiche il 16% e alle europee 2019 il 21%.

Secondo l’Istituto Cattaneo,  a Milano il voto del PD per il 72% è di elettori PD del 2022, 11%  da AVS, 5 da  AZ-IV, 9% da altri, e il resto da 5S, FI, e da FDI: pochissimo  dagli astenuti del 2022.

Il voto dei 5 Stelle, secondo i flussi, sono andati per il 66% dei dati 2022 all’astensionismo, il 5% ad AVS  e solo il 3% al PD. Comunque i dati della città di Milano sono questi:

E francamente trovo ridicolo che qualcuno possa parlare delle elezioni europee come risultato dell’azione del Sindaco, e per di più dopo che il candidato da lui sostenuto è il primo dei non eletti e che forse passerà solo per una doppia candidatura  che opterà per una altra circoscrizione.

E dopo neanche un minuto i grandiosi osservatori che dominano giornali e tv hanno dimenticato il primo e più importante dato politico di queste elezioni europee in Italia: per la prima volta dal 1946 il numero di non partecipanti al voto (26.277.897) è superiore ai voti validi (23.274.504). Era successo in alcuni comuni o regioni: per esempio a Milano per la scelta del Sindaco  partecipò il 46,70%, per il Presidente della Regione Lombardia 2023 votò  il 40,52%,  per il Presidente della Calabria 2021 il 41,93%, per il Presidente del  Lazio 2023 il 36,26%. Era successo che gli astenuti fossero più numerosi dei votanti del primo partito nelle politiche del 1996, per la prima volta dal 1948; poi la cosa si è ripetuta nelle politiche del 2013, del 2018, e del 2022.

Alle europee si è passati dal 86,12% del 1979 al 74,65% del 1994 e da allora è stata una caduta di partecipazione continua, fino al 56,09% del 2019 e al drammatico  46,97% di quest’anno.

Oggi abbiamo sorpassato il limite: i partiti e le liste sono assolute minoranze,  il primo partito (Fratelli d’Italia) rappresenta il 13,5% degli elettori, il secondo partito (PD) rappresenta l’11,3%.

Ci sono molte ragioni, molti motivi per cui l’astensionismo si è diffuso, ma certamente è il sintomo della sfiducia nei partiti, nelle liste, nelle candidature, e il sentimento di antipolitica diffuso a piene mani in questi anni (per cui i partiti sono fonte di tutti i mali, e i politici quando va bene sono dei manigoldi) insieme alla diffusa apoliticità del popolo italiano, retaggio antico, hanno contribuito a questo allontanamento dalle istituzioni e dalla politica, che è considerata incapace di risolvere i problemi personali oltreché della comunità.

Una volta, fino al 1993, vi era l’obbligo (raramente sanzionato peraltro) di votare; oggi vi è il “dovere civico” previsto dalla Costituzione. E un obbligo morale è lasciato alla discrezione e alla volontà dell’individuo, che in Italia ha da sempre un rapporto conflittuale con gli obblighi morali, e persino con gli obblighi di legge (il cittadino ha il dovere di pagare le tasse!).

L’astensione è riconosciuta dalla stessa Corte Costituzionale come una espressione di voto, che nelle elezioni assume un aspetto socio-politico, tuttavia senza conseguenze. Si deve allora far contare il voto degli astenuti sul numero degli eletti, e questo avrebbe un risultato immediato sul comportamento dei candidati e dei “partiti” che presentano le liste.

Ciò anche in relazione al fatto che le leggi elettorali di questi trent’anni (Mattarellum Porcellum, Italicum, Rosatellum, leggi maggioritarie per il Comune e per la Regione) hanno tutelato gli eletti, non gli elettori, hanno dato potere ai gruppi dominanti dei “partiti”, non agli elettori.

Allora, bisogna introdurre un principio: i seggi sono assegnati in proporzione della quantità degli elettori, rovesciando la situazione attuale per cui è indifferente il numero degli elettori. Qualcuno propone che si rifacciano le elezioni quando non si raggiunge il 50% dei votanti, cosa in linea di principio condivisibile, ma che rischia di vedere una infinita serie di elezioni a vuoto, in questo contesto di “forzepolitiche”.

Insisto, occorre  una legge che preveda che i seggi siano direttamente proporzionali alla quantità dei votanti.  In queste elezioni europee, nel nord-ovest si dovrebbero eleggere  11 deputati invece di 20;  nel nord-est 8 invece di 15; nel centro 7 deputati invece di 15; nel sud 8 invece di 18; nelle isole 3 invece di 8. In totale quindi 37 deputati invece di 76: e allora vedrete che qualcuno si sveglia per conquistare nuovi consensi e presentare anche liste decenti e ritornare a fare partiti che fanno politica e fanno anche i congressi.

Queste elezioni europee dovrebbero dunque farci riflettere per adottare anche forme istituzionali europee adeguate. Del resto, il Parlamento europeo uscente (con la Metsola in testa) ha dato una ben misera manifestazione del suo potere quando solo un deputato su 705 ha sollevato il problema della dignità e delle garanzie parlamentari di fronte alla vicenda incredibile di Eva Kaili, privata del suo ruolo di deputata e di vicepresidente dell’Assemblea di Strasburgo, e schiaffata in carcere – in condizioni peggiori di quelle della Salis in Ungheria – da un malvagio, scellerato e crudele magistrato belga (poi destituito dal suo ruolo), senza una imputazione di reato  e senza uno straccio di prove.

Se vuole acquistare peso,  il Parlamento dovrebbe dare vita a una Costituzione europea (e avanti solo con chi ci sta) e promuovere la elezione diretta del Presidente della Commissione Europea. Così come il “Comitato delle Regioni” da organo consultivo, poco considerato, dovrebbe diventare il Senato delle Regioni, nella convinzione che l’Europa si farà con le Regioni e non con gli Stati nazionali, che invece rappresentano un ostacolo alla sovranità unitaria europea.

Luigi Corbani

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Giorgio Origlia
Giorgio Origlia
1 anno fa

Perfettamente d’accordo su allineare il numero dei candidati eletti al numero dei votanti. In primo luogo perché i primi forse dedicherebbero un po’ più energie a spiegare i vantaggi reali che offrirebbe la loro elezione, e in secondo luogo perché chi non vota, anche se si autogiustifica sostenendo che comunque così rende evidente il proprio dissenso, sceglie invece e deliberatamente di sparire in un buco nero. Ma se è questo che vuole, non vedo perché qualcuno dovrebbe prendersi la briga di rappresentarlo.

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