ERAVAMO 1.732.068

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Ebbene sì, nel 1971 eravamo proprio quasi 1.800.000, il numero di cittadini che il sindaco Giuseppe Sala si pone come traguardo pensando al futuro di Milano. Tanti erano e mi domando da molti anni  perché nel 2011 ci fossimo ridotti in quattro anni ad essere soltanto 1.242 mila in tre anni. Dove sono finiti  490 mila cittadini milanesi? Per confronto Bologna, la settima città italiana per grandezza ne conta oggi poco più di 390 mila.

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Oggi siamo 1 373 583 (29-2-2024)

Me lo sono domandato tante volte e soprattutto ho cercato chi mi desse una risposta senza trovare nulla se non le solite ovvietà: la decrescente attrattività di Milano, il peggioramento della qualità dell’aria, il peggioramento dei servizi, l’aumento degli affitti, l’aumento  del costo della vita, l’arrivo della movida e altri cambiamenti della qualità complessiva della vita.

Per finire, molti cittadini si sono accorti che col ricavato della vendita dei propri alloggi milanesi avrebbero potuto trovarne altri di maggior superficie semplicemente trasferendosi nei Comuni della cintura che offrivano una miglior qualità della vita e certo lo faranno ancora.

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Questa migrazione verso l’esterno è alla base dell’incremento del pendolarismo e del conseguente aumento del traffico a Milano.

Ma come eravamo arrivati alla soglia del milione e ottocentomila? A grandi balzi. Basti pensare che nel solo periodo  ’51/’61 vi era stato un incremento dei residenti del 24%: si era arrivati a vedere la fine del boom economico cominciato negli anni ’50.

I sindaci di quegli anni, Aldo Aniasi ( 1967-1976), Carlo Tognoli( 1976-1986), Paolo Pillitteri (1986-1992),Giampiero Borghini (1992-1993), l’ultimo dei sindaci socialisti reagirono all’immigrazione ad alla conseguente domanda di abitazioni con la costituzione di due enti Il PIM e il CIMEP.

Questi due Enti regolarono la crescita urbana attorno a Milano ed il PIM è ancora attivo anche se la sua attività rispetto ai primi anni della sua esistenza è molto ridotta ma pur sempre un punto di riferimento per i pubblici amministratori.

Alla domanda di abitazione in quegli anni si rispose bene attraverso la costruzione di case popolari. Se la memoria non mi inganna in un articolo che scrivevo anni fa, citavo un dato che mi sembrava importante: nel 1986 il 25% dei cittadini milanesi viveva in case popolari pubbliche o di cooperative d’abitazione.

A Milano ci sono 36mila appartamenti Aler (regionali) e 28mila Mm (comunali). Vi abitano almeno 150mila persone, il solo 10 per cento dei cittadini milanesi. Ma 13mila alloggi popolari sono sfitti, uno su cinque. Perché inagibili, o in ristrutturazione, o da ristrutturare, o occupati abusivamente, o in attesa di assegnazione o di vendita.

Guardando i numeri viene spontanea una domanda: stavamo meglio nel 1971 o oggi? Non posso rileggere la posta dei lettori del Corriere della Sera di quegli anni per confrontarla con quella di oggi, ma restando all’oggi la descrizione di Milano che emerge dalle lettere dei lettori ne viene fuori un ritratto tutt’altro che lusinghiero.

La crescita di residenti auspicata da Sala non migliorerà la situazione, i disagi di oggi riguarderanno solamente un numero maggiore di cittadini Milano continuerà ad essere la città europea con la popolazione più vecchia d’Europa: secondo Eurostat (l’Ufficio statistico dell’Unione europea) l’Italia ha la più alta percentuale di residenti con più di 65 anni, pari al 24 per cento, ovvero circa uno su quattro.

Siamo vecchi, abbiamo una natività in calo ma siamo almeno una città intelligente, una “smart city”?

Molte informazioni le abbiamo da Smart City Index 2024, le elaborazioni  che classificano le città in base allo IoT, l’Internet of Things (IoT), che descrive la rete di oggetti fisici, ossia le “things”, che hanno sensori, software e altre tecnologie integrate allo scopo di connettere e scambiare dati con altri dispositivi e sistemi su Internet. Questi dispositivi vanno dai normali oggetti domestici ai sofisticati strumenti industriali.

Le città intelligenti (Smart City) sfruttano l’IoT per migliorare la qualità della vita dei residenti ottimizzando varie funzioni urbane come il flusso del traffico, la manutenzione delle infrastrutture, la gestione dell’energia, il controllo dell’inquinamento e la sicurezza pubblica.

Noi a che punto siamo? Dal punto di vista del quoziente intellettivo del Paese siamo messi bene, collocati a 7° posto: QI (Singapore (108) Corea del Sud (106) Cina (105) Giappone (105) Taiwan (104) Italia (102) Svizzera (101) Mongolia (101) Islanda (101)

Ma non possiamo dire lo stesso per la classifica di Smart City Index 2024 che ci dice: “Sono invece poco incoraggianti i risultati delle smart city italiane, con cali importanti per città come Milano, Bologna e Roma. La migliore classificata tra le italiane, Bologna, si trova al 78esimo posto, precipitata dalla 51esima posizione degli anni precedenti a causa di problemi come la scarsa qualità dell’aria, il traffico intenso e la limitata offerta lavorativa, anche se i servizi sanitari restano ben valutati.”.

Milano è passata dal 71esimo al 91esimo posto. La causa principale pare sia ascrivibile all’alto livello d’inquinamento dell’aria.

Che possiamo fare per rimontare e dare una soluzione “intelligente” ai nostri problemi?

In primo luogo suggerire a chi sta nella stanza dei bottoni (ma anche a molti di noi) di andarsi a leggere un documento  dal titolo GOVERNARE UNA CITTÀ – COME AMMINISTRARE E COME ESSERE CITTADINI pubblicato dall’Istituto Aspen il 7luglio 2021 dal quale traggo solo un periodo: “Amministrare una comunità significa ascoltare tutti e fare scelte, anche impopolari. Se in una città non si assumono le decisioni importanti e difficili, insorgono problemi e non si permette lo sviluppo economico che potrebbe essere generato da centri di ricerca, imprese, artigiani e società civile. Il consenso nasce dalla credibilità, che viene generata dai risultati, quindi dalle decisioni prese”.

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Giuseppe Longhi che spesso scrive su questi temi su ArcipelagoMilano mi ha suggerito di andare a guardare quello che stanno facendo a Copenaghen, una delle città europee più avanti nella gestione do proprio futuro.

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Anche questo è un documento da leggere per chi sta nelle stanza dei bottoni o chi ha interesse al bene comune e ve ne anticipo solo la prefazione:

Prefazione

Una città digitale incentrata sull’uomo, affidabile e a prova di futuro.

L’innovazione valorizza la città. Almeno, questo è spesso l’obiettivo. Questo vale per il residente, il visitatore e l’azienda con sede ad Amsterdam. Le idee innovative spesso nascono da domande o problemi.

Un nuovo modo di pensare può essere la soluzione. Ma a volte l’innovazione nasce anche spontaneamente, trova il suo posto nella società, e la città deve affrontarlo. La tecnologia può creare opportunità. Se non rispondiamo adeguatamente, faremo affondare la barca. Ecco perché come Comune teniamo d’occhio tutte le tendenze e gli sviluppi tecnologici e mapparli nel Radar tecnologico. Questa è  la seconda edizione.

Ci sono rischi inerenti a una tecnologia o qualche opportunità che possono sorgere per la città? Da un lato, l’uso della città è un punto focale, a volte l’uso da parte di tutti in città, negli spazi pubblici, o verso la città. Il Tech Radar descrive i più importanti temi attuali e fornisce anche un’interpretazione del loro impatto, nel modo più completo possibile.

La tecnologia al servizio della città. Il Tech Radar non sostiene innanzitutto la tecnologia. Ha per scopo di segnalare ciò che sta arrivando verso la città. Valutando nuovo tecnologie con un quadro di riferimento, miriamo a garantire che non si sia sopraffatti da una tecnologia.

Tuttavia, questo documento è anche solo un’istantanea nel tempo. Noi non sempre è possibile prevederne gli sviluppi. Ad esempio, la maggior parte delle persone alla fine degli anni novanta considerarono il cellulare in maniera completa inutile, ma ora è una parte indispensabile della nostra vita.

La tecnologia di oggi potrebbe seguire lo stesso percorso. Una distopica visione che potremmo attualmente vedere per il futuro per quanto riguarda l’uso di applicazioni di intelligenza artificiale generativa come ChatGPT potrebbero essere pienamente accettate tra 25 anni. Che impatto ha sulla nostra vita quotidiana? E come appare lo spazio pubblico quando tutti percepiamo il mondo in modo diverso con occhiali o lenti per realtà aumentata?

È importante considerare tali domande, anche per quanto riguarda i valori pubblici della città. Controllo sulla tecnologia, indipendenza digitale, e a prova di futuro.

Attraverso il programma “The Digital City”, Amsterdam mette in mostra il tipo di città digitale che vuole essere. L’agenda dell’innovazione fa leva sull’opportunità di innovazione a livello sociale e sui problemi. Da qualche parte nel mezzo si trova il Tech Radar perché mentre la città può controllare molti aspetti, ci sono anche questioni che– che lo vogliamo o no – che stanno arrivando.

Non vogliamo diventare dipendenti dalla tecnologia, e noi desidera mantenere il massimo controllo possibile su di essa. O quantomeno sapere quando non l’abbiamo. Ciò significa che dobbiamo capire cosa sta succedendo e cosa ci aspetta perché per provare il futuro la città ascolta i segnali delle tecnologie emergenti, riflette sugli sviluppi urgenti, sperimenta e conduce ricerche.

Il Tech Radar funge da filtro, base o punto di partenza in molti casi. Ispira anche l’innovazione digitale e sociale come decisori. Non ultimo, fornisce una punto di partenza o lo slancio iniziale per raggiungere l’ambizioso obiettivo di Amsterdam: “ampia prospera”.

Ger Barone

Direttore tecnico

Comune di Amsterdam

E allora come concludiamo questo discorso? Lo concludiamo così: prima di presentare in Consiglio il nuovo PGT, gli addetti ai lavori trovino il tempo e la voglia di elaborare un documento complesso – ma non troppo – che non tenga conto solo del parere dei pubblici ministeri scesi in campo ma anche naturalmente del bene comune e guardino anche a quello che si fa altrove. Magari con un po’ di umiltà.

Luca Beltrami Gadola

 

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Fausto Bagnato
Fausto Bagnato
1 anno fa

Io, che ho subito, impotente, in quanto dietro ad uno sportello delle assegnazioni delle case popolari, nonostante i miei studi e le mie analisi indirizzate a programmare il bisogno casa a Milano, ho dovuto constatare che non c’era la volontà politica per affrontare seriamente i problemi.
Ricordo che quando è stato reso noto il censimento delle xase di proprietà del Demanio, che faceva emergere 8.500 alloggi, gestiti zenza trasparenza, il Funzionario fu rimosso.
Gli altri 23.000 alloggi gestiti dall’IACPM erano monitorati, prima dell’inizio delle occupazioni abusive , capeggiate da Mario Capanna, Viale Tibaldi e Mac Mahon.
L’esodo da Milano parte dalle delocalizzazione del Tessile dalla Zona di RHO alla cessione della produzione delle auto ad Agnelli con tutte le conseguenze.
Il discorso è serio e andrebbe affrontato da persone che dovrebbero avere una visione programmatica del futuro della Lombardia a partire da Milano.
Ma finché si sguazza nei personalismi la gente si gira dall’altra parte.

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