MALTA COME MODELLO PER LA SICUREZZA

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Marsaskala (Wied il-Għajn) è un quartiere vicino la Valletta; un quartiere multietnico come del resto tutta Malta, ma qui ci sono delle particolarità per via della sua storia legata al mare: un insediamento di pescatori siciliani che decisero di trasferirsi in modo permanente su questa costa del sud maltese. Tutt’oggi la presenza siciliana di pescatori è molto forte.

Il quartiere, come si diceva, è multietnico. Una forte presenza asiatica che, come da noi, gestisce negozietti in cui trovi di tutto, ma che si occupa anche di ogni tipo di servizio in pieno stile coloniale inglese, dai taxi ai lavori di manovalanza, agli operai; poi ci sono i cinesi che invece hanno i centri commerciali e i negozi più grandi, per finire con gli arabi. Lungi dal voler portare questo esempio a paragone di una realtà milanese, tuttavia se si pensasse ai nostri quartieri, potrebbero esserci spunti di convergenza.

Essendo qui per lavoro, a contatto con la gente, camminando per le strade, trovo che vi sia un profondo senso di sicurezza nonostante si cammini in mezzo ad arabi e asiatici, tra i cui giovani si distinguono quelli che da noi vengono definiti “maranza” per il taglio di capelli, l’abbigliamento e il vociare ogni qualvolta abbiano da esprimersi (si noti che la pronuncia araba è gutturale e dunque, anche quando parlano in modo tranquillo, sembra stiano litigando). 

Alla base di questa stabilità sociale vi è un controllo fortissimo del territorio da parte delle Forze dell’Ordine, prevalentemente con sistemi di videosorveglianza che convergono in una centrale operativa in grado di fare pronto intervento anche nei casi di rottura di specchietti incidentalmente, ma con l’omissione del rilascio dei dati sul tergicristallo (capita soprattutto a noi europei, non abituati alla guida a destra, specie in strade strette a doppio parcheggio e doppio senso di marcia).

Il centro di Marsaskala è completamente riqualificato, peraltro tramite concorsi europei, bandi di riqualificazione delle periferie. Il quartiere è solo in parte turistico, domina il porticciolo dei pescatori. 

La realtà di questo quartiere rispecchia i diversi altri quartieri che formano un agglomerato urbano intorno alla Valletta, in continuità tra di loro, raggiungendo i 600 mila abitanti. La Centrale operativa di sicurezza è in grado di operare ovunque, in stile anglosassone, dunque in modo piuttosto deciso. La videosorveglianza lascia il territorio libero dalle divise, e dunque non si sente una presenza oppressiva, una sorta di stato d’assedio.

I quartieri di periferia milanesi sono caduti in un fortissimo ritardo negli ultimi 20 anni, ma potrebbero rapidamente riguadagnare una certa qualità della vita, se si pensassero come delle entità a sé stanti, da controllare tramite dislocamento di apparati della sicurezza. Potrebbero sviluppare un sistema di controllo discreto delle strade, proprio tramite sistemi di videosorveglianza e audio, che non dovrebbero convergere in una unica centrale operativa milanese, ma bensì in una stazione di controllo attivo nel municipio. Una sorta di ragnatela capillare, con una capacità d’intervento molto alta, possibile se si pensasse a una presenza di agenti tale da garantire una certa efficienza e rapidità d’azione. L’idea è di scompattare la questione sicurezza, dunque di usare il principio del ridurre il problema a tanti piccoli problemi in modo da affrontarli con maggiore incisività e probabilmente successo.  

Un concetto di controllo sistematico H24, unito a un ripensamento delle regole d’ingaggio delle Forze dell’Ordine, le quali, per via di una Democrazia forse eccessivamente garantista oggi  probabilmente in deriva fino a minare il concetto di sicurezza dei suoi cittadini, non possono intervenire in modo deciso anche davanti a situazioni davvero molto pericolose (quando scrivo che la Democrazia è minata, non è un commento politico, è organico).

Si dirà che la nostra Democrazia si basa su un’idea di valori molto alti, ma va detto che essa è stata scritta quando sui marciapiedi camminavano signori distinti, dando il buongiorno a chiunque incrociassero. L’idea di un mondo reale e un mondo narrato se non parallelo, trova oggi riscontro nella cronaca di ogni giorno e in quel sondaggio che vede il 65% dei cittadini milanesi manifestare una sensazione di estrema insicurezza nelle vie della città, lasciando perdere gli ultimi accadimenti all’Agente di Polizia accoltellato o a quello che ha dovuto sparare per difendere se stesso e i suoi commilitoni, attaccati da individui fuori controllo oltre che recidivi dal punto di vista della legge (uno aveva addirittura un decreto di espulsione dal territorio nazionale, mai eseguito anche per via delle regole vigenti, le quali prevedono che il paese d’origine riconosca l’individuo e ne accetti il rimpatrio, cosa che ovviamente prevede un riconoscimento forse economico, un vero paradosso).

Ora, che ci sia da fare qualcosa e anche rapidamente, tramite convergenze tra Ministero degli Interni, Comune di Milano e Prefettura di Milano, in collegialità con la Questura, oltre che evidente, è urgente e indispensabile. Le strade delle periferie sono totalmente fuori controllo così come le stazioni, ma anche i centri di accoglienza, dove questi soggetti trovano un polmone di sopravvivenza oltre che loro connazionali più esperti pronti a formarli nelle abilità verbali e nelle tecniche per raccontare fandonie qualora vengano fermati per semplici controlli. La maggior parte delle molestie nel centro città sono probabilmente causate da individui che trovano riparo proprio nelle periferie.

Così la riqualificazione delle periferie tout court resta un miraggio per i cittadini, i quali possono solo rimboccarsi le maniche insieme alle Parrocchie, veri baluardi di sano vivere e d’integrazione. Non meno, si dovrebbe parlare del cosiddetto terzo settore, da sempre un vanto milanese, ma che da qualche anno soffre un’inadeguatezza e un’impreparazione sul tema dell’integrazione ma anche sulla gestione di certi fenomeni come i minori non accompagnati. C’è da dire che alcuni di noi vedono con i propri occhi come si muovono gli accolti dei centri sociali comunali, gestiti da varie organizzazioni.  

La giornata dell’accolto sembra ridursi al dormire e poi a uscire per andare a passare il tempo non si sa dove o come. I programmi di formazione si riducono a una volontaria partecipazione, poiché dai centri escono al massimo entro le 10.00. Una testimonianza:

La Vita in un centro è difficile. C’è razzismo ovunque, tra operatori italiani e ospiti, tra operatori stranieri e stranieri ospiti, tra noi ospiti. Entri come uno sconosciuto e resti sconosciuto per chi ti deve “tollerare” nel tempo di permanenza. In un centro non abiti mai veramente, permani a tempo determinato. È chiaro che sei un problema”.

“Buffo è che nell’Italia dei controlli alle frontiere e dei centri di permanenza e degli infiniti interrogatori quando arrivi non c’è più nessuno che controlla come viviamo e dove andiamo a finire”.

La macchina istituzionale che gestisce l’accoglienza è complessa e di difficile comprensione, tuttavia proviamo a capire meglio. Prendiamo la fase definita SAI che forse è quella più aderente ai problemi della gestione di cui si parla sopra.

Ricordiamo, brevemente, che il SAI è coordinato dal Servizio Centrale, attivato dal Ministero dell’Interno, ed è costituito dagli enti locali che vi aderiscono volontariamente, e che, assieme agli enti del terzo settore, realizzano sul territorio progetti di accoglienza integrata. Il Decreto Cutro ha lasciato invariati i tempi di permanenza nei progetti (6 mesi prorogabili di altri 6) e i servizi erogati.

Quindi, oltre all’alloggio (che può essere in appartamenti o in centri collettivi) e all’assistenza materiale, sono previste ad esempio attività di accompagnamento rivolte alla conoscenza del territorio e all’accesso ai servizi locali; l’insegnamento della lingua italiana; l’orientamento e l’accompagnamento all’inserimento lavorativo e, successivamente, abitativo; attività atte a favorire la costruzione di una rete territoriale, anche mediante attività socio-culturali e sportive; il sostegno psicologico; l’orientamento e il supporto legale.

La complessità del problema, a mio parere, richiede delle specifiche e adeguate figure apicali, le quali dovrebbero avere la capacità di guardare oltre, in modo da organizzare al meglio la filiera dell’accoglienza ma anche della formazione e successivamente dell’integrazione dunque al contesto, alla prospettiva anche in funzione della ricaduta sulla stabilità sociale là dove vi fosse una presenza eccessiva o critica. Probabilmente la frammentarietà e la mancanza di un coordinamento giocano un ruolo fondamentale in questo insuccesso della macchina dell’accoglienza. 

Poi ci sono i casi in cui un Centro di accoglienza è gestito come un luogo in cui chiunque può entrare senza essere registrato o verificato: è il caso del centro di via Aldini 72, dove, ad esempio, arrivano i minori non accompagnati, i quali godono di ogni tipo di protezione, fino al potersi muovere senza una identità accertata. Ciò rende ancora più probabile una loro tendenza a scivolare nel delubro dell’illegalità da marciapiede che colpisce i ragazzini, i cittadini normali, giusto per occupare la giornata con la tecnica del branco, dove un leader guida molti di loro, non certo per operazioni benefiche. Mi viene da dire: ma le Forze dell’Ordine hanno un controllo discreto sui centri di accoglienza come un sistema di videosorveglianza almeno sull’ingresso?

Scrive Fabrizio Caramagna:

“A volte non capisco.
Lanciano appassionati appelli sull’accoglienza, sull’ospitalità, ma poi non ti salutano per strada, non ringraziano, non ti guardano negli occhi. Come se l’attenzione all’altro non cominciasse dal molto molto piccolo, dal molto molto vicino”.

Gianluca Gennai

 

Fonti: Meltingpot.org

Lenius.it

Il Giorno: intervista al sociologo Abis

 

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Daniela
Daniela
1 anno fa

Vorrei che il Sindaco e gli Assessori tornassero ad occuparsi della città e, dei suoi cittadini. Sono nata 87 anni fa a Milano, città industriale, ma pulita. Agli angoli delle strade cartelli ammonivano: “NON SPUTARE PER TERRA”, “VIETATO CALPESTARE LE AIUOLE”, etc. ma soprattutto raccoglitori dell’immondizia erano sistemati agli angoli di ogni via. A far rispettare le REGOLE . i Vigili Urbani, non dall’interno dei loro uffici, ma disseminati lungo le strade, ai semafori, nelle abitazioni private erano a raccogliere dati sui nuovi arrivati. Amati dai cittadini, i Vigili venivano omaggiati con panettoni e bottiglie di vino deposti da semplici automobilisti attorno ai tondelli dai quali dirigevano il traffico stradale. Ora la città è lurida, senza rispetto, offesa dagli escrementi di cani e d’altro, bottiglie di vetro vuote, rotte, vetri rotti ovunque, sacchetti di carta o plastica, scarti di forniture e, persino vecchi materassi. Gli stranieri, se onesti e con voglia di lavorare, venivano accolti con simpatia ed aiutati ad inserirsi nell’ambiente sociale, Qualche giorno fa , un cittadino dall’accento meridionale, mo faceva notare che quando lui era arrivato a Milano, ” per terra si poteva mangiare, tanto era pulito! ” . Fa naturalmente eccezione a quanto finora detto il Centro cittadino, il “Salotto” di Milano. Dove si spendono i soldi dei contribuenti milanesi, per fare feste paesane, addobbi, ed altre attrazioni di dubbio gusto, per turisti sempliciotti. A vantaggio di chi, Signor Sindaco ? Non certo di chi si vede le cantine allagate, perché il Comune non ha adeguato le fognature alle nuove esigenze abitative. O di chi finisce nelle pozze d’acqua che si formano sui marciapiedi, perché le maestranze non rispondono dei loro errori, etc. Eravamo orgogliosi della nostra città, la trattavamo con cura. Povera Milano.

Gianluca Gennai
Gianluca Gennai
1 anno fa
Rispondi a  Daniela

Grazie Sign.ra Daniela della sua bella testimonianza. Una Milano la sua, che vorrei aver vissuto e che credo sia lontana, troppo lontana da quella di oggi. Il cambiamento è un fatto inevitabile poiché facciamo parte di un sistema, ma può essere gestito in tanti modi e qui è successo che gli amministratori non hanno gestito ma subìto la spinta esponenziale di un settore (Real Estate) finanziario/immobiliare e soprattutto, è venuta meno la peculiarità che caratterizzava la classe dirigente della sua Milano sia politica che economica : il senso dell’equilibrio sociale e la regola della reciprocità intellettuale a prescindere dal ceto. Il termine cittadino oggi non esiste più, siamo numeri di carne e sangue da scambiare con tonnellate di cemento e immagini oniriche di modelli del vivere perfetti per essere strumento di ricchezza altrui.

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