ALITALIA. MA CHI È PIÙ STUPIDO?

Ripetere lo stesso esperimento con le stesse modalità aspettandosi risultati diversi è tipico degli stupidi, ricordava Einstein : chissà se qualcuno lo ha fatto presente a chi ci regala l’ottava proroga del commissariamento e connesso prestito ad Alitalia e la diciottesima promessa di un premier italiano, “troveremo una soluzione di mercato”.
Per non ripetere le solite geremiadi sul buco nero, prossimo ad inghiottire un altro miliardo di euro complessivo senza produrre alcunché, vorrei invitare ad una presa d’atto di due dati incontrovertibili :
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L’Alitalia è tecnicamente fallita per la quinta volta, è in piedi contro qualsiasi logica, di mercato o meno, al modico costo di euro 145 per ognuno dei 65 milioni di cittadini italiani, vecchi e bambini inclusi, e soprattutto alla bella cifra totale di 700 mila euro per ogni dipendente attuale;
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Il “valore strategico per il Paese” di cui si continua a cianciare è sparito da quel dì, dal momento che attualmente la quota di mercato italiano della compagnia è poco superiore al 10 % ed è in caduta libera.
Non serve un genio per capire che si tratta di uno dei più scandalosi casi di malgoverno continuato e impunito della cosiddetta Seconda Repubblica.
Proprio in coincidenza con il (supposto) passaggio fra il sistema politico del dopoguerra, che aveva nelle industrie di Stato come Alitalia uno dei suoi perni, e quello instabile e bizzarro governato da ex comunisti divenuti adoratori del Dio Mercato e liberali usciti dal Verziere dominato dai grossisti oligopolisti, il trasporto aereo è stato il primo mercato industriale a diventare globale, azzerando in pochi anni i giardinetti “domestici” delle compagnie di bandiera a controllo statale e incrementandosi in maniera esponenziale anno su anno per oltre venti anni, portando al completo ricambio di tutti i protagonisti principali presenti ancora a fine millennio.
Invece di cercare di capire come far evolvere un modello industriale fino ad allora vincente divenuto palesemente inadatto alla nuova realtà, una politica miope ed attenta alla clientela di prossimità è stata incapace di seguire la strada della Svizzera, che fece fallire la compagnia di bandiera Swiss Air ed in ventiquattro ore fece acquistare alle principali aziende farmaceutiche, meccaniche e di altri settori la compagnia minore Cross Air, rilevando dal fallimento il ramo d’azienda con marchio, dipendenti e contratti, compagnia che venne ricapitalizzata e posizionata sul giusto segmento di mercato e nel giro di dieci anni ricollocata ad un partner industriale. Ma non ha saputo nemmeno seguire la strada della vendita secca stile Iberia, Tap ed altre ancora, dando vita ai grotteschi pasticci di vendita con l’elastico, come con Eithiad, o di annullamento all’ultimo istante, come con Air France.
Il colossale spreco di quattrini di questi anni peraltro non è andato a vantaggio dei dipendenti, che avrebbero potuto essere locupletati senza lavorare uno ad uno con il doppio del proprio stipendio, alto o basso che fosse, per quarant’anni utilizzando le somme gettate nel buco nero : mi domando se non sia giunto finalmente il momento di mettere fine a questa sfilata di nani e ballerini che si sono esibiti a caro prezzo come commissari, consulenti, acquirenti veri o presunti, pataccari ed altro ed avviare una procedura fallimentare garantita dallo Stato, che a questo punto costerebbe molto meno sia in termini economici che sociali, che permetta la cessione di marchio e rami d’azienda agli operatori dominanti nel settore.
Una volta sgomberato il campo da uno dei cadaveri industriali eccellenti più tossici, si potrà addirittura pensare a fare un ragionamento di politica industriale, pensando magari a come potrebbero essere impiegati meglio i quasi 150 milioni di euro all’anno che i piccoli e spesso inutili aeroporti italiani elargiscono alle compagnie low cost, consegnando a Rynair, Easyjet e sorelle il reale controllo dell’economia di interi territori, oltre a contribuire a portare la quota di mercato sui movimenti italiani ben oltre il 50 per cento.
Temo che sia una speranza vana : se le elezioni emiliane innestano una demenziale gara fra candidati a chi investirà per primo e di più sull’aeroporto di Parma per avere un paio voli internazionali al giorno là dove si arriva via Frecciarossa a Linate in non più di un’ora a qualsiasi ora del giorno, non oso pensare cosa potrebbero produrre le elezioni politiche o, peggio, quelle al Comune di Fiumicino…
Franco D’Alfonso

Grazie dell’intervento.Ma si potrebbe ogni tanto fare anche i nomi dei politici che hanno così mal gestito la vicenda? Magari sono ancora in giro…
Lo pseudo-nazionalismo non è affatto malcelato, è anzi esibito con ipocrita compiacimento, per allinearsi alle retoriche più becere e strappare così qualche consenso nei bar. L’Alitalia doveva fallire trent’anni fa. L’ultimo a tentare di risolvere bene la faccenda fu Prodi, con la vendita ad Air France, affossata da Berlusconi con l’operazione Capitani coraggiosi, che doveva appunto vellicare i più miserabili sentimenti nazionalisti fuori tempo e alimentare i soliti appetiti predatori. Poi è stata la fine e non solo per Alitalia.
L’analisi di D’Alfonso è tanto lucida quanto disperante circa l’italica incapacità di certa politica di capire i problemi d’impresa e di trovare soluzioni strategiche. Come dicono molti Alitalia doveva fallire molti anni fa, invece si è creato un buco nero, sulle spalle degli italiani. Ha ben ragione chi nei commenti chiede che siano resi noti e ricordati i nomi di chi ha contribuito al disastro, guadagnando stipendi e buonuscite assolutamente fuori mercato e totalmente disallineate agli obiettivi peraltro clamorosamente mancati. Clientele, avidità, insipienza, incapacità, connivenze… I quasi 10 miliardi di buco meriterebbero non solo spiegazioni vere e precise, ma soprattutto e presto la parola FINE.