OLTRE I BISOGNI E CONTRO LE PAURE

L’Italia è stata in grado di raggiungere in pochi decenni (i primi del secondo dopoguerra) ampie condizioni di benessere, ancor più in regioni come la Lombardia. Si è passati da livelli di povertà materiale diffusa negli anni Trenta e Quaranta, a un ceto medio benestante negli anni Settanta ed Ottanta. La parte maggiore di questo salto si è realizzata negli anni Cinquanta e Sessanta, quelli appunto del miracolo economico e del baby boom. Si è trattato di un periodo in cui soffiava un vento forte, che siamo riusciti a catturare alzando per bene le vele e imboccando la direzione giusta. Quando però il vento ha cominciato a cambiare non abbiamo riaggiustato la rotta, non abbiamo ben riposizionato le vele, non abbiamo imboccato con determinazione un percorso in grado di limitare i rischi e cogliere le opportunità dei tempi nuovi, in coerenza con le nostre potenzialità e specificità culturali.

rosina16FBSe tanto aveva avuto successo l’interpretazione del modello sociale e di sviluppo dei primi decenni del secondo dopoguerra, molto meno l’Italia risulta in grado di impostare il processo di crescita degli ultimi decenni del XX (e l’entrata nel XXI) secolo. È tutto un paese che si schiera in difesa: crollano le nascite, aumenta la permanenza dei giovani nella famiglia di origine, si accentua l’invecchiamento della popolazione, aumenta il debito pubblico, diminuiscono le prospettive di crescita, aumentano le diseguaglianze, si deteriora la fiducia nei confronti della politica e delle istituzioni.

Le nuove generazioni e le donne sono le componenti che più si trovano sotto valorizzate in questo modello di sviluppo mancato, in questa Italia finita progressivamente fuori rotta. Tanto che a tutt’oggi presentiamo tassi di occupazione femminile e giovanile tra i più bassi in Europa. Anche nelle regioni più dinamiche, come la Lombardia, i livelli sono inferiori alla media europea.

Per cambiare servono la capacità e il coraggio di rimettere in discussione strumenti, modalità e convinzioni che hanno consentito in passato di accumulare benessere. Operazione tanto più difficile quanto più il modello da superare è stato di successo nel consentire, fino a quel momento, crescita e mobilità sociale. Ma meno si cambia, meno si cresce, più salgono i timori di perdere quanto acquisito, più i meccanismi di difesa si stratificano, con meno convinzione si investe su ciò che può aprire alla produzione di nuovo benessere.

È allora interessante notare come rispetto a ricchezza familiare pro capite la Lombardia risulti sensibilmente sopra la media nazionale e molto vicina alle regioni europee più dinamiche. Se però si passa agli indicatori che guardano al futuro (livelli di istruzione, investimenti in ricerca e sviluppo, capacità di contenimento degli squilibri generazionali, di genere e sociali), la Lombardia si trova vicina al resto dell’Italia e molto lontana dall’Europa che corre.

Decenni di difficoltà persistenti a leggere e governare il cambiamento (globalizzazione, innovazione tecnologica, immigrazione), hanno fatto scivolare verso posizioni di chiusura sia chi sta bene, ma si sente escluso dai benefici delle nuove opportunità, sia chi non sta bene ed è timoroso dell’impatto dei nuovi rischi. Così oggi solo una minoranza della popolazione, anche in questa regione, si trova ad essere convintamente alleata dei processi di apertura al nuovo.

L’atteggiamento di chiusura tende, inoltre, ad essere favorito: dalla crescente complessità e rapidità di cambiamento nelle società moderne avanzate (aumento dell’incertezza; dall’indebolimento delle ideologie di riferimento -maggior disorientamento-); e, più recentemente, dalla crisi economica (accentuazione di difficoltà e diseguaglianze). A questo quadro va aggiunto l’impatto delle trasformazioni demografiche che – in carenza di politiche adeguate – tendono a far aumentare la vulnerabilità (come l’invecchiamento della popolazione) e l’insicurezza (come l’immigrazione).

La maggior parte della popolazione si trova, così, ad essere oggi più sensibile alla politica di rassicurazione verso il timore di perdere (il benessere passato) e rimanere indietro (rispetto a ciò che cambia troppo rapidamente).

Entrambi aspetti più accentuati in Lombardia.

Ma è anche vero che di fronte al mondo che cambia, ancor più oggi, sono vincenti i territori che si aprono, non quelli che si chiudono. Nel contesto generale di questi mutamenti la dimensione chiusura-apertura è diventata, nel leggere l’orientamento delle scelte elettorali, più efficace del senso di appartenenza rispetto alla dimensione destra-sinistra.

I dati ci dicono che in Lombardia, più che altrove, la fiducia verso la politica è più radicata alla dimensione locale che al governo nazionale. Non si tratta tanto di “scendere tra la popolazione e capirne i bisogni” come troppo sbrigativamente è stato riassunto dall’amico Luca Beltrami Gadola il mio intervento (sui cambiamenti della società lombarda) all’assemblea regionale del PD. Nessuna politica dall’alto, infatti, funziona sul territorio. Quello che serve ai cittadini (in risposta a bisogni e desideri) va capito con loro, va affrontato con loro, cercando di trovare soluzioni aperte, in grado di rendere lo sviluppo del territorio un grande fondo di investimento comune sul futuro. Questo nel medio e lungo periodo è ciò che ripaga di più, ma se si lavora solo nell’orizzonte breve delle scadenze elettorali vincerà sempre chi intercetta la frustrazione, cavalca le paure e promette muri più alti a protezione da ciò che rende il domani un luogo diverso da oggi.

Alessandro Rosina

rosina16

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