28 Febbraio 2017
LE CRITICITÀ DEL BANDO AREXPO
Insistere su un percorso sbagliato
Quand’anche fosse formalmente ligio alle complicate prescrizioni della recente legge sugli appalti pubblici, il bando Arexpo è sbagliato alla stregua di alcuni principi di fondo.
È sbagliato alla stregua del principio di buona amministrazione tecnica ed economica, secondo il quale, nelle commesse relative ai grandi interventi, siano essi pubblici o privati (e a più forte ragione se pubblici), occorre che il progetto sia fatto dal committente e non dall’appaltatore che è chiamato a realizzarlo.
È sbagliato alla stregua del principio di politica economica relativa alla regolazione del mercato, il quale richiede che le gare siano fatte in modo tale da far appello a un mercato concorrenziale, e così promuoverlo, piuttosto che rivolgersi a un mercato monopolistico o oligopolistico, e così favorirlo.
È sbagliato sotto il profilo della politica economica generale dello Stato e della Regione, perché perde l’occasione di promuovere il rafforzamento e l’innovazione delle forze imprenditoriali nazionali e locali: la concessione in blocco (ideazione, progettazione, realizzazione e finanza) dell’intero progetto post Expo, nella parte urbanistica e immobiliare, a un unico soggetto comporta, infatti, che le forze imprenditoriali e progettuali italiane di medie dimensioni siano ridotte, nel ruolo di subappaltatori/subfornitori, a svolgere i compiti esecutivi di basso profilo, al servizio dei grandi “Signori del mercato” che soli potranno vincere la gara.
Il bando andrebbe benissimo se fosse limitato alla prima fase, quella dell’elaborazione del progetto tecnico ed economico finanziario dello sviluppo della nuova città (progetto sul quale poi Arexpo potrebbe liberamente intervenire con le modifiche che ritenesse opportune); non va affatto bene in quanto esso già prevede la seconda fase, quella della realizzazione: inevitabilmente il progetto, fin dal suo stesso concept, sarà condizionato dagli interessi del suo realizzatore. Ben vero che una clausola di salvaguardia è inserita nel senso che, al termine della prima fase, il committente possa recedere: ma sono pronto a scommettere che il recesso non ci sarà La clausola andrebbe per lo meno “rafforzata”, e voltata nell’altro senso: che, per passare alla fase 2, occorrerà che Arexpo lo deliberi.
L’altra clausola assai discutibile e poco comprensibile è quella che, ad libitum di Arexpo, la SLP affidata al concessionario (lo sviluppatore immobiliare progettista e realizzatore dell’intero progetto) possa passare da 250 mila a 480 mila mq: la gara è fatta su 250 mila o su 480 mila mq? Non può essere fatta sulla scommessa che Arexpo deliberi l’ampliamento.
Chi sarà il possibile, o il probabile, aggiudicatario ovviamente non si sa; ma quel che è certo, stando all’impostazione e al meccanismo del bando, è che egli non potrà che essere un grande operatore, un “Signore del mercato”. Con una metafora che fa riferimento alle città medioevali difese da mura ma circondate da un esercito di assedianti, si può dire che, con questo bando, Arexpo fa consegna delle chiavi della città a uno dei “capitani di ventura” che comandano gli assedianti.
In chiave minore, ma importante, un’ulteriore criticità del bando è quella di trascurare la specificità degli interventi da realizzare nell’area destinata al Parco Scientifico Tecnologico: questi interventi non possono essere delegati all’unico concessionario sviluppatore immobiliare, ma devono essere lasciati alla progettazione e al governo di chi avrà la responsabilità della gestione del Parco e raccoglierà, coordinandole, le esigenze e le proposte dei Centri scientifici, delle Università e delle Direzioni Ricerca e Sviluppo delle imprese che del Parco medesimo saranno i protagonisti.
Sergio Scotti Camuzzi