PICCOLI COMUNISTI CRESCONO?
Tra nonni e nipoti del comunismo italiano, un dialogo tutto da inventare
I Giovani Democratici del PD gridano “Si, siamo i figli, siamo i nipoti della storia del comunismo italiano” e ce lo gridano da Reggio Emilia, dove i giovani del ‘60, quelli con “le magliette a strisce”, sparsero sangue e viscere sulle strade contro Tambroni ed il tentativo di riportare, a quindici anni dalla liberazione, i fascisti al potere.
Fu anche una rivolta generazionale, l’anticipo incompreso anche dal PCI, della montante rabbia giovanile, poi esplosa con i movimenti degli anni successivi. E se Marco Rocco De Luca incita a “liberarci dal giogo imperialista di Trump e degli Stati Uniti, dall’ossessiva retorica sionista, dalla tentazione di cedere alle sirene del capitalismo, del capitale, del liberismo e salpare finalmente con coraggio verso nuovi orizzonti”, l’altrettanto giovane segretaria dei Democratici, Virginia Libero, si spinge oltre fino a dire “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi, perché noi organizzeremo i disertori».
Lo schema di lettura sembra ultra semplificato, non si menzionano l’imperialismo russo ed il fondamentalismo islamico come fossero privi di responsabilità, e poi di qua i popoli, di là l’imperialismo USA, di qui lavoratori ed oppressi, di là il capitale nelle sue mille e sempre più temibili metamorfosi. Di qui la nostra pace, di là la vostra guerra. Parole, paradigmi, desueti, eppure ancora oggi carichi di una radicalità su cui i Giovani Democratici intendono fondare l’avversione all’attuale ordine socio politico, riconnettendosi al passato per comprendere il presente ed immaginare il futuro. Ma sarà davvero così? E poi la storia del PCI non riassume in sé tutta la storia della sinistra italiana, molto più ampia anche nei suoi tratti libertari e di critica aspra la PCI di allora ed anche a quella bisognerà attingere e fare i conti.
E noi, padri e nonni, certamente di sinistra ma non necessariamente comunisti di stretta osservanza, come possiamo trovare un dialogo con loro, evitando perbenismi e paternalismi tanto fastidiosi nelle forme quanto inefficaci negli effetti? È possibile “distinguere il grano dal loglio”, il desiderio di un cambiamento profondo dalle ricette che hanno portato il comunismo in un disastroso cul de sac, la memoria dei valori dalla ripetizione degli errori che li hanno traditi, ed è giusto soprattutto farsi scudo delle disillusioni per non ridare speranza?
Certo è legittimo chiedersi, se abbia un qualche senso, un qualsiasi senso, nel nostro tempo disseppellire e riportare in vita il simbolo del comunismo, sia pure in salsa italiana. Se due secoli fa, nel Manifesto il comunismo era lo “spettro” concreto che si aggirava per l’Europa, oggi il suo fantasma appare più una minaccia simbolica che reale, più uno spauracchio che un’ideologia concreta e tanto meno un programma. Ed in effetti, le parole dei giovani democratici hanno il sapore dell’invettiva o, se si vuole, di antiche parole d’ordine urlate nei cortei degli anni settanta, che se Berlinguer avesse letto le parole della Valerio qualche reprimenda sarebbe pur partita al suo indirizzo e non perché lui potesse confondere la difesa dell’Ucraina con una guerra con la Russia.
Almeno qui, la tentazione di dare ragione a Marx, è forte (la “storia si ripete in farsa”), ma nonni e padri del comunismo italiano, ed aggiungiamoci pure della sinistra, non possono negare un sorriso di simpatia ai Giovani Democratici d’oggi, senza tradire, con il ricordo di sé stessi, anche la lucidità per leggere i segni di un profondo cambiamento in gestazione. E l’empatia è davvero virtù morale, se stimola lo sguardo comprensivo verso le ragioni profonde di parole “vecchie” negli anni ma ancora capaci di esprimere un sentimento di rifiuto delle ingiustizie del mondo odierno e con questo di rinnovata “speranza”.
È possibile immaginare una realtà diversa da quella che abbiamo di fronte, da quella verso cui inesorabilmente corriamo? È possibile riprendere le parole dell’Eguaglianza, della Libertà, della Giustizia sociale, dei Diritti, senza passare per poveri illusi? Quando sono cadute le ideologie comuniste e socialiste, alle grandi masse popolari è stata sottratta perfino la possibilità della speranza di un cambiamento. “Spes ultima dea”: eliminato dall’immaginario collettivo il “sol dell’avvenire”, cosa è rimasto a chi vive sempre più a stento del proprio lavoro se non la corsa illusoria a divenire come “quelli che ce l’hanno fatta”, disperato gioco per criceti.
Dunque la necessità vitale di trovare, nella storia lontana e recente, simboli e perché no ideologie capaci di riaprire un orizzonte a chi oggi vive un quotidiano angoscioso e senza speranza. E ciascuno le trova come può e dove può, e se in Germania non mancano i tentativi di successo di rifondare una SPD di sinistra, e se negli Usa l’innovazione passa anche a sinistra dall’azione di un Mamdani illuminato, e se Burnham in Gran Bretagna riporta in attualità antiche parole d’ordine fabiane, perché stupirsi se in Italia si attinge ad una memoria tanto ricca eppure complessa come quella comunista?
Naturalmente simboli ed ideologie non bastano, che il mondo vive tali e tante trasformazioni che ancor più servono una capacità altissima di analisi ed una ancor più efficace capacità di elaborazione. Non di sola speranza vive un progetto di cambiamento, che se trova nella prima le energie per vivere, deve trovare, come è sempre stato e sempre sarà, la sua “ragione” per vincere le resistenze del presente. Qui le formulette non bastano, non servono le invettive, che questo in fin dei conti è stata ed è il grande limite della sinistra d’oggi.
Talmente opprimente, tanto alta la montagna da scalare, tanto ardua l’innovazione teorica ed ideologica, da indirizzare quel poco di pensiero vitale residuo verso la ricerca o l’invenzione di sempre più deboli forme di adattamento al capitalismo strapotente che domina lo scenario globale da almeno cinquant’anni. Un piatto di lenticchie in cambio della primogenitura, come pure vorrebbero i sepolcri imbiancati del cosiddetto pensiero “liberal democratico”, tanto pronti a dare lezioni ai giovani pd quanto incapaci, loro, di comprendere che la crisi delle democrazie occidentali che pure vorrebbero difendere non nasce dalla diffusione dei populismi ma ne è semmai il brodo di coltura: se le istituzioni rappresentative non offrono soluzioni al profondo disagio dei popoli, forse più che al loro appetito (di eguaglianza, giustizia, pace) bisogna guardare ai piatti portati a tavola negli ultimi decenni.
Ma se le cose stanno davvero così, se la crisi della partecipazione è crisi della proposta, la strada intravista dai Giovani Democratici del PD è davvero percorribile, o è solo un sogno elitario, e soprattutto, nella sua orgogliosa rivendicazione comunista, è compatibile con la stessa idea fondativa del Partito Democratico? Parrebbe di no, ma forse una maggior riflessione offre margini per una visione diversa. Intanto i giovani PD, già accorti, accettano l’eredità comunista con beneficio d’inventario. Si guardano bene dal farsi carico della storia, spaventosa e tragica, del comunismo russo ed internazionale, e tengono per sé solo quella “particolare” italiana, dove poi non si può ignorare la ricerca di una convergenza tra le migliori energie comuniste e cattoliche.
Ma più che il passato del PCI, e poi del PDS e dei DS, si dovrebbe guardare con grande interesse ed apertura mentale anche a quanto si muove nel vastissimo mondo cattolico, dove l’avversione alle tendenze del capitalismo odierno trova elaborazioni di grande rilievo, tessute attorno al tema dell’eguaglianza (Fratelli in Cristo), della costruzione dei beni comuni e della loro pacifica condivisione, della tutela del Creato (“Laudato sì”, Papa Francesco), per infine trovare nell’agostiniana “Magnifica Umanitas” (Papa Leone XIV) un paradigma di grande forza esplicativa e di lucida opposizione ai valori, ai processi ed alle forze che spingono il mondo verso un futuro inaccettabile, perché fondato sulla sopraffazione dell’uomo sull’altro uomo e sulla distruzione del bene comune.
Si potrà pur essere orgogliosamente comunisti, ma si dovranno anche aprire ponti e costruire alleanze con quanti condividono i principi di fratellanza, eguaglianza e libertà, cosa conta poi se ognuno li trova nel messaggio evangelico o nella rivoluzione francese.
Giuseppe Ucciero

Caro Uggero, naturalmente una visione dall’alto la tua, tanto da nobilitare quello che invece mi pare sia un mero fare per disfare che ci hanno accompagnato negli anni, fatto salvo quelli che poi hanno lasciato lo spazio alle pistole di sx e altro. Va certamente trovata una chiave di lettura su questo ritrovato senso di difesa ideologica preventiva, questa comunanza con l’espropriazione proletaria, fino a tirare per la giacchetta il PCI (giustamente scrivi che Berlinguer sarebbe intervenuto). Poi forse si chiederà a questi giovani nostalgici degli anni 70, cosa sia per loro la Libertà.
Io non credo che questi giovani democratici siano quelli che finalmente risveglieranno l’identità, vedo invece solo voci di un coro apparentemente sapiens, che non mi pare sia nella posizione giusta da poter strillare la scesa in strada a difesa della Democrazia, fino a sfiorare il partigianato della lotta armata, oggi tanto vivo quanto criticabile per certe posizioni prese contro Israele. Forse anche su questo tema servirebbe una riflessione, i partigiani non erano tutti comunisti; la vicina Francia dovette ringraziare De Gaulle e non certo i comunisti francesi, ai tempi, ma vaglielo a spiegare.
Ora, senza riproporre l’attuale spauracchio vannacciano che ha risvegliato il rosso nei genitori, trasmesso ai figli per diritto di successione, mi viene da dire che vorrei sentire le grida di protesta a favore non solo degli ideali di libertà e democrazia messi in discussione da un ex Generale che per anni ha difeso la Democrazia in giro per il mondo in nome dell’Italia ( cito una frase resa famosa da un film: Perché stanno in cima a un muro e dicono: non ti preoccupare, dormi tranquillo, ci sono qui io di guardia stanotte.”), ma anche su qualcosa di più concreto magari proprio su Milano, come gridare per la tutela e la riqualificazione; con piani comunali e statali a favore delle periferie, delle case ALER o MM oggi disastrate o messe a frutto finanziariamente, tanto da mettere in strada poveri anziani che abitano da decenni un condominio spesso abusato in vari modi. Sono tanti e tali i temi di Milano che dovrebbero indignare questa giovane sinistra che si esalta solo con la Flottiglia, la Palestina, la difesa della libertà e della Democrazia ma non contro la guerra tout-court, fino a rendersi ostili nei confronti di Israele che ancora viene ghettizzata come da sempre nel mondo (gli ebrei sono l’origine di tutti i mali). Combattere un presunto neo fascismo che avanza senza pensare che questo sia un tema della sinistra interna che per decenni ha lasciato i temi fondanti, dando spazio alle dx xenofobe che proprio li hanno ritrovato ossigeno perché predatori di voci inascoltate dalla sinistra per anni, temi lasciati incancrenire fino all’esasperazione sociale. Allora questa sx assume più i connotati di un status, una casta elitaria di giusti che puntano il dito e urlano in una Milano da 15 anni guidata dalla stessa sinistra che osanna se stessa come il verbo del bene contro il male, cadendo nel paradosso (Pisapia + doppio Sala) in una Milano divisa tra ricchi e poveri, tra centro e periferia, sprofondata in un idea di città del sorriso, di biciclette che fanno pensare al gusto della vita dei benestanti per lo più, un’edulcorata visione di una città dal futuro incerto ad oggi, completamente vocata all’ideale da marketing per vendere meglio la Città. Ecco che i cittadini sono disturbanti, non contemplati nel disegno finale.
Una città sottomessa a un clima di violenza predatoria di strada definita ” percezione ” mai presa seriamente come tema da affrontare senza ambiguità, alienata da un crescita dei grandi capitali e delle finanze a favore dei grandi investitori, un contraltare di una intera società media o bassa in sofferenza perenne. Una città di vetrine in cui non si vedono neanche più i prezzi dei capi esposti, tanto è la volontà di favorire una certa clientela anche sui marciapiedi delle vie dell’Alta moda, un esempio di discriminazione urticante. Le disuguaglianze sociali sono al pari dell’indifferenza di una sinistra autocelebrativa che si nutre di slogan contro un nemico inventato, forse goliardico per il quale anche Almirante avrebbe da dire, seppur da tenere sotto osservazione, non è certo la causa dei disastri della Città. No, non mi piacciono queste voci al pari delle visioni di Vannacci.