LEGGI ELETTORALI E SOSTENIBILITÀ DEMOCRATICA

Due fasi distinte nella vita repubblicana

Uno sguardo retrospettivo sull’ottuagenaria Repubblica mette sempre più in risalto la frattura tra una Prima, cresciuta nei primi quarant’anni, ed una Seconda di cui oggi raccogliamo gli effetti tardivi. Non abbiamo avuto un De Gaulle a separare nettamente la Quarta dalla Quinta, bensì un Berlusconi abile a raccogliere i cocci dell’assetto politico-partitico originario ed a trascinare le basi costituzionali verso un sistema ibrido, formalmente plurale e democratico ma sostanzialmente ristretto all’indirizzo economico-politico-ideologico dominante.

Una prima evidente differenza risulta dall’adozione dei metodi elettorali. Nella prima fase della storia repubblicana il sistema proporzionale puro (con i residui dei voti ripartiti pure in proporzione con la formula D’Hondt) vige – bocciata la legge-truffa del 1953 – omogeneo e incontrastato in tutti i livelli elettivi. Con liste aperte al voto di preferenza, per quanto con le precisazioni di cui si dirà più avanti.

Nella seconda invece si scatena una carnevalesca arlecchinata. Ogni entità istituzionale costitutiva la Repubblica applica un diverso sistema elettorale. Nei Comuni la legge Mancino del 1993, perfezionata da Bassanini del 1997, adatta alle esigenze di governabilità dell’elettorato passivo (elezione diretta del sindaco, premio di maggioranza) la libera volontà dell’elettorato attivo.

Nelle Province la legge Del Rio del 2014 abolisce del tutto l’elezione diretta, sostituendola con un voto pesato di secondo livello in quelle ordinarie, con la variante del sindaco di diritto in quelle promosse “metropolitane”. Tale norma è stata peraltro dichiarata incostituzionale (sentenza della Consulta n.240 del 7/12/2021) nella totale indifferenza ed inerzia del Parlamento.

Nelle Regioni domina il “fai da te”, grazie alla riforma del Titolo V° con i governi D’Alema e Amato, che concede al riguardo (art.122) un’impropria autodeterminazione. L’autonomia regionale del testo costituzionale originale riguardava infatti i contenuti politico-amministrativi, non certo regole che garantiscano l’uguaglianza dei diritti, a cominciare da quello di voto.

Nel Parlamento diventa noioso elencare le “riforme elettorali”, tra riuscite-mancate-bocciate, denominate con latinetti maccheronici, tese ad adattare ai transeunti interessi del momento l’esito delle votazioni. La meccanica elettorale è la disciplina più praticata, soprattutto ad ogni fine legislatura, per studiare marchingegni ad hoc, atti per altro a complicare le scelte di un elettorato già disorientato e demotivato.

Le ragioni di tale dissesto democratico sono tuttavia più profonde. Possiamo riassumerle in una formula: la mutazione genetica dei partiti nella citata transizione. La Repubblica Costituzionale è infatti nata dai e con i Partiti espressi dalla Resistenza, dotati di ideologia politica e organizzazione di massa, nonché di gruppi dirigenti formatesi nel duro antifascismo militante.

Sia nella fase decisiva dei CLN e dei primi governi di unità nazionale, sia – dopo la rottura di questa nel 1947/48 – nell’aspra contrapposizione politica della guerra fredda, la struttura dei partiti, in particolare di quelli fondamentali, rimane similare. Il “partito nuovo” di Togliatti, con tutte le sue ambivalenze dialettiche (di avanguardia e di massa, di lotta e di governo, nazionale e internazionalista, ecc.) ne è stato un modello.

Pertanto la partecipazione di base alla vita politica assume dimensioni ampie e pervasive sia nelle sezioni che nelle articolazioni parrocchiali. La formazione e selezione dei quadri intermedi viene promossa e curata. La partecipazione elettorale massiccia è motivata dal favore per il partito, mentre l’interesse per le preferenze è limitato, risultando secondaria la personalizzazione della politica. La democrazia vive l’emozionante fase dello stato nascente.

Inutile fare confronti con la seconda fase ove i partiti sono assimilati ad “aziende” (Berlusconi) o “ditte” (Bersani). La ragione sociale non è più un progetto economico-sociale. Per altro le prime crepe si erano aperte negli anni ’80, come denunciato nella nota intervista Berlinguer-Scalfari del 1981, ed esplose sino alla dissoluzione nei primi ’90.

La realtà attuale è purtroppo sotto gli occhi di tutti. La sondaggistica sostituisce il confronto diretto con la base attiva ed i corpi intermedi. Il leaderismo soffoca la collegialità della discussione e delle decisioni. Visibilità e cura dell’immagine surrogano la dimensione del pensiero. Il linguaggio diviene tanto fitto quanto vuoto riguardo allusi “temi” e anonimi “territori”. Vincere le elezioni diventa il fine, non un mezzo per realizzare un programma coerente e sostenibile.

Rimane la consapevolezza che il voto è un “dovere civico” (art. 48 Cost.), non un cieco obbligo. Pertanto risulta un dovere solo se è civico ovvero attinente e influente sulla vita sensibile della cittadinanza. Senza questa qualità percepibile e dimostrabile resteranno vani e ipocriti i rimpianti per il grave astensionismo di massa.

Valentino Ballabio

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