LA RIVOLUZIONE DELL’ ATTENZIONE

Siamo sempre andati a teatro come andiamo oggi?

Si entra in teatro qualche minuto prima dell’inizio, si cerca il proprio posto, si spegne il telefono e, quando le luci si abbassano, cala il silenzio. Da quel momento lo spettatore deve restare fermo e concentrato. Chi parla o si alza durante lo spettacolo appare immediatamente fuori luogo. Eppure non è sempre stato così.

Per comprendere lo spettatore moderno bisogna tornare al Settecento, quando il teatro è uno spazio molto più libero e sociale. Il modello del teatro all’italiana, con la sala a ferro di cavallo e i palchi sovrapposti, non offre soltanto posti privilegiati da cui osservare la scena: i palchi sono veri e propri salotti privati. Vi si ricevono amici, si conversa, si mangia, si beve, si gioca a carte e si ricevono piacevoli compagnie. 

Spesso infatti sono più interessanti per il pubblico certi atteggiamenti degli altri spettatori che la rappresentazione stessa. Vengono addirittura inventati i cosiddetti “Intermezzi”, piccole operette di carattere comico, eseguite durante gli intervalli delle lunghe opere serie, per risollevare il pubblico. Celebre esempio è “La Serva Padrona” di Pergolesi.

L’opera inoltre è ascoltata in modo intermittente: un’aria particolarmente riuscita, l’ingresso di un cantante famoso o un momento spettacolare, può attirare improvvisamente la sala, provocando applausi e reazioni rumorose. Terminato il momento, l’attenzione torna nuovamente a spostarsi altrove, ripristinando un borbottio generale che accompagna tutta la messa in scena.

Nel corso dell’Ottocento questo modello comincia lentamente a cambiare. L’opera chiede un coinvolgimento emotivo sempre maggiore: con Bellini, Donizetti e Verdi la musica non deve soltanto mostrare la bravura degli interpreti, ma esprimere sentimenti e costruire una narrazione capace di coinvolgere gli spettatori, ora non più unicamente aristocratici. Negli anni Trenta dell’Ottocento gli storici individuano infatti una significativa trasformazione del comportamento del pubblico italiano, definita “svolta emotiva”.  L’attenzione quindi non è più considerata una scelta personale, ma una vera e propria condizione necessaria alla rappresentazione. 

Anche l’architettura accompagna questa evoluzione. Le sale vengono progressivamente oscurate, l’orchestra viene spostata nella buca e gli spazi destinati al pubblico diventano più rigidamente organizzati. Il teatro di Bayreuth, progettato per Richard Wagner nel Regno di Baviera e inaugurato nel 1876, porta questo principio a una delle sue forme più radicali: l’orchestra viene collocata sotto il livello degli spettatori, nel cosiddetto “golfo mistico”, mentre il buio della sala concentra lo sguardo sulla scena ed il pubblico ha un rigidissimo protocollo da seguire, osservato ancora oggi.

A cavallo tra otto novecento, Toscanini contribuisce in modo decisivo a questa trasformazione. Alla Scala vengono contrastate alcune consuetudini della vecchia cultura teatrale: vengono aboliti i bis e si cerca di impedire l’ingresso dei ritardatari durante la rappresentazione. Queste regole, oggi naturali, simboleggiano però all’epoca un grande limite alla libertà che il pubblico ha esercitato per secoli.

Con il suo sbarco in America e l’avvento della radio e delle registrazioni poi, l’orchestra non deve più comunicare soltanto con le persone sedute in una sala, ma con milioni di ascoltatori nelle loro case. Il silenzio assoluto è un obbligo.

Le regole della sala contemporanea sono dunque il risultato di una trasformazione durata secoli. La vera rivoluzione, quindi, non riguarda soltanto il modo di fare teatro. Riguarda l’attenzione.

Il modo in cui ascoltiamo un’opera non è naturale né immutabile: è il risultato di una lunga costruzione culturale. Il pubblico settecentesco non era semplicemente più rumoroso o meno educato di quello contemporaneo. Aveva un’altra idea di cosa significasse assistere a uno spettacolo.

Il passato ci insegna a non trasformare questa disciplina in un’idea rigida e moralistica del teatro. Il pubblico non deve mai diventare un corpo immobile e completamente passivo. L’applauso, la risata, l’emozione e persino una reazione spontanea fanno, grazie a Dio, ancora parte della vita dello spettacolo. La differenza è capire quando la propria presenza arricchisce l’esperienza e quando invece la interrompe.

Jacopo Enrico Scipioni 

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