IL FAMEDIO NEGATO A CARLO MONGUZZI

Lo scollamento dell’amministrazione comunale dai valori e dagli ideali dei cittadini che l’avevano sostenuta

Ho conosciuto Carlo Monguzzi nel 1984, quando non avevo ancora vent’anni.

Monguzzi era allora – insieme a Carlo Taranto (poi divenuto noto in tv con la Gialappa’s Band) e Massimo Ferrari – l’animatore dell’associazione I Ciclopici, uno dei primissimi gruppi di ciclisti urbani ed ecologisti di Milano, fondata nel 1982 su iniziativa di Lega Ambiente (allora scritta staccata), che era inizialmente una costola dell’ARCI. 

Avevo aderito a I Ciclopici perché già allora mi interessavo ai temi ambientali e della mobilità ciclistica. Dell’associazione facevano parte anche alcuni personaggi noti, come la cantante Milva e l’avvocato penalista prof. Alberto Dall’Ora, che già in quegli anni circolavano a Milano in bici, sfidando le insidie del traffico di una città divenuta nel tempo sempre più ostile alle due ruote. 

Carlo Monguzzi era là, già attivo ed impegnato su questi temi di militanza ambientalista.

Tra le attività a cui ricordo di aver partecipato da giovane socio de I Ciclopici insieme a Monguzzi vi fu la raccolta di firme, avviata da un insolito “cartello” trasversale di associazioni ambientaliste e figure istituzionali sotto il nome di Comitato per Milano, che nel 1985, sulla scorta di un travolgente successo di adesioni, portò al primo storico referendum per la chiusura alle auto del centro storico di Milano: la consultazione civica indetta dall’allora sindaco Tognoli si svolse il 12 maggio del 1985, in concomitanza con le elezioni comunali, e circa il 70% dei cittadini milanesi votarono a favore della limitazione del traffico all’interno della Cerchia dei Navigli.

Quando quella prima associazione si sciolse, nacque nel 1986 – per iniziativa di Luigi Riccardi, Augusto Castagna, Pippo Torri ed altri illuminati fondatori – Ciclobby, oggi aderente alla Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta, volta a promuovere i temi della mobilità ciclistica sia per l’uso quotidiano, sia per il turismo e il tempo libero. Ho partecipato attivamente e a lungo anche nel direttivo di Fiab Ciclobby, arrivando a ricoprire alcuni incarichi, fino a quello di presidente dal 2004 al 2016.

Il cammino di Carlo Monguzzi era nel frattempo proseguito in Regione Lombardia, come consigliere e come assessore. Ma le nostre strade si sono nuovamente incrociate soprattutto dopo il 2011, quando Carlo era entrato in Consiglio comunale, con il sindaco Pisapia, diventando presidente della Commissione consiliare Mobilità. 

Varie e non sempre semplici erano state le interlocuzioni tra Fiab Ciclobby e Monguzzi nel suo nuovo ruolo istituzionale. In molti momenti Carlo mi aveva confidato il suo sconforto per le difficoltà e lentezze con cui i nostri temi (non) procedevano all’interno dell’Amministrazione e le mie reazioni con lui non erano sempre state gentili, quanto piuttosto talvolta spazientite. 

I nostri scambi sono comunque proseguiti nel tempo. Anche anni dopo, avendo superato il mio impegno associativo ed essendomi avvicinato all’esperienza di alcuni comitati civici (quello su Città Studi prima e poi il coordinamento contro il Consumo di suolo promosso da Patrizia Bedori), ho nuovamente incontrato Carlo sui temi ambientali e su quelli della pace. Lui c’era sempre. Tra la gente e nelle sedi istituzionali. Ascoltava e si faceva portavoce di istanze collettive in Consiglio comunale. 

In diverse occasioni gli avevo rimproverato una eccessiva docilità nei confronti di questa Giunta, uno stile troppo pacato che rischiava di essere travisato come un inutile buonismo. Ma lui era così: c’era spesso un velo di ironia e un sorriso anche nei suoi interventi, pure quando si esprimeva con durezza contro l’ambientalismo di facciata e il greenwashing dell’amministrazione Sala e la pessima gestione del verde milanese. Per me, e penso non solo per me, Carlo è stato il simbolo di un legame non sempre risolto tra ambientalismo e sinistra. Come tra chi considera gli alberi risorse vitali per la città e chi invece li assimila ad arredo urbano.

Ricordo di essermi rivolto proprio a lui la mattina del 2 gennaio 2020 mentre, con un presidio di polizia nella città svuotata per le festività, iniziavano gli abbattimenti degli alberi – ben 35 quelli atterrati! – al campus Bassini del Politecnico di Milano per fare spazio a nuovi edifici. La sua vicinanza ai comitati era proseguita anche col tentativo di salvare il giardino con il glicine e gli alberi di piazzale Baiamonti e pure il bosco di via Falck, proprietà della Curia milanese, interessato da una intensa speculazione immobiliare… 

Quelli del centrosinistra al governo di Milano sono stati purtroppo anni difficili e deludenti su molti dei “nostri” temi, per le numerose aspettative tradite, la diversa percezione delle urgenze e un crescente senso di smarrimento. E nel malessere sempre più diffuso, anche fra gli elettori (ed ex elettori), molti avevano accusato Monguzzi di voler stare comodamente con i piedi in due scarpe: interno alla maggioranza, ma con postura critica; dentro, però anche fuori. Un grillo parlante spesso mal digerito dalla compagine di governo, ma perfino da alcuni suoi colleghi di partito. Carlo era consapevole dei limiti di agibilità politica che ormai connotano il Consiglio comunale, a fronte di una sostanziale prevalenza del Sindaco e della Giunta; ma sapeva anche che la sua uscita avrebbe ulteriormente ridotto la rappresentatività della più importante assemblea civica, indebolendo ancora di più i cittadini.

L’ultima battaglia, quella contro la vendita di San Siro, lo ha visto dimettersi dalla Commissione Ambiente che presiedeva e uscire dalla maggioranza di Palazzo Marino un istante dopo la delibera del Consiglio comunale che il 30 settembre 2025, con 24 voti favorevoli, aveva autorizzato la cessione dell’area. Carlo lo ha fatto attraverso una dichiarazione resa pubblica il 1 ottobre 2025 che penso debba rimanere a futura memoria: 

«IO CON QUESTA MAGGIORANZA DEL CEMENTO NON VOGLIO AVERE NIENTE A CHE FARE.
In Comune la politica è finita. Vincono cinismo e opportunismo. Dal sogno iniziato con Pisapia all’incubo di questi giorni. 
Per me la misura è colma. ADDIO!
La situazione dopo il Salva Milano è addirittura molto molto peggiorata.
La delibera stadio è contro persino il Comitato legalità. 
È stata eliminata la funzione delle commissioni consigliari che ora non hanno più alcun ruolo.
Con la tagliola applicata nella notte di San Siro hanno addirittura impedito la votazione dei nostri emendamenti. 
Ma il macigno politico (che era nell’aria da tempo e che si ripeterà) è la sostituzione di una parte della maggioranza (ambientalisti e sinistra) con Forza Italia. La maggioranza diventa diversa da quella uscita dalle urne.
Poi ci sono le promesse totalmente disattese: discontinuità, cambio di passo, nuovo assessore, rimpasto, persino il superconsulente all’urbanistica è sparito.
Qui non servono né riflessioni profonde, né riunioni che convocano altre riunioni, la realtà è lampante. La maggioranza green non c’è più.
C’è una coalizione che ama il cemento, il Salva Milano, la svendita di San Siro. 
È salutare starne alla larga.
Ma non sono io che esco dalla maggioranza, è questa coalizione che ha tradito i valori, gli ideali e le promesse con cui siamo stati eletti. 
Siamo passati dal sogno iniziato con Pisapia alla deriva e all’incubo di questi giorni».

Come è stato ben scritto dai rappresentanti del gruppo “ForestaMi e poi DimenticaMi” nel tracciarne il ricordo, «Carlo ha dato un senso alla parola “partecipazione”, accogliendo, interpretando e rilanciando dentro Palazzo Marino le istanze e il desiderio profondo – anche disperato – di noi cittadini per una Milano davvero più green e più giusta, quella che voleva anche lui».

Per tutte queste ragioni di una lunga storia che ho cercato di raccontare, sono rimasto senza parole di fronte alla decisione del Comune di non accogliere la richiesta avanzata da consiglieri comunali di diversi schieramenti, oltre che da associazioni e società civile, di inserire Carlo Monguzzi tra i nominativi dei cittadini iscritti al Famedio del cimitero Monumentale. Una decisione che trovo incomprensibile. O, forse, comprensibilissima. 

Spero comunque che, nonostante tutto, su questa scelta possa esserci un ripensamento. Perché Carlo se lo merita. Ma, se lui può ormai farne anche a meno, è soprattutto Milano ad aver bisogno di custodire la memoria dell’importanza di un impegno competente, appassionato e sincero in difesa dei beni comuni: la cura della casa comune ci riguarda tutti.

Eugenio Galli

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2 Commenti
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Juan Carlos Guarrera
Juan Carlos Guarrera
10 giorni fa

Caro Eugenio: ho conosciuto Monguzzi “di persona” in occasione di un corteo organizzato da Ciclobby per la morte di Giacomo Scalmani il ragazzo di 12 anni investito in via Solari il 05 Novembre del 2011 mentre andava in bicicletta.
Ricordo che Carlo senza aver partecipato al corteo ci ha “accolto” all ‘arrivo in zona Piazza Fontana.
Credo sia stato l unico rappresentante delle istituzioni presente quel triste pomeriggio d’inverno.

Luca
Luca
10 giorni fa

Io ho incontrato spesso Carlo Monguzzi e del resto non era difficile trovarlo in tutte le situazioni in cui tra il Governo della Città e la sua popolazione c’erano priorità divergenti.
Il suo contributo è andato ben oltre le questioni ambientali e il suo dissenso dalla linea di partito era frequente, motivato e manifesto. Io preferirei vederne il nome scolpito nella pietra, Carlo merita di essere ricordato ma non farei pressione su quanti occupano un posto, qualunque sia, nell’assemblea cittadina o nella Giunta, aspetterei i prossimi.
Comprendo il Sindaco impegnato a ottenere un collegio sicuro lontano da Milano, dove la fama del maneggione (manager in italiano, da manus = mano, manu = con la mano, agere = agire, agire con la mano = maneggiare) non lo preceda, la città che vivo io non è migliore di come l’ha lasciata Letizia Moratti, lo scrivo per chi si candida perché donna e per chi non lo è ma si candida lo stesso a proseguire in quello che ai miei occhi è un declino.
Alla città serve una sinistra diversa, priorità diverse e un necessario ricambio perché ogni volta che penso a quanti sedicenti ambientalisti siedano in Consiglio comunale e nella Giunta e contestualmente osservo i risultati della cementificazione, dell’incuria del verde, e delle attese per i mezzi di superficie e non, nella mia testa passa un pensiero solo ed è che non vedrete il mio voto.
La destra? Mi spiace che non ricandidi il prof. Luca Bernardo, il miglior perdente possibile.
Voterei Calabresi? No, come politico no. Perché? Le mie idee non sono lontane dalle sue, ma ripudio anche sostenere le guerre degli altri, quelle per procura e non.
Vorrei un limite più stringente al numero di funzionari e dirigenti che un Ente può avere, non è comprensibile come il progresso tecnologico degli ultimi decenni ne richieda una quantità superiore al passato, per soddisfare le necessità di una popolazione sempre più anziana senza essere compratori di ultima istanza serve una macchina comunale snella e capace di erogare direttamente i servizi, meglio che pagare migliaia di persone “altamente qualificate”, talmente tanto da non saper far più nulla senza rivolgersi al privato.
Quando la vita della città riguarda tutti non stiamo parlando dei portafogli ma dei bisogni, voglio un candidato Sindaco che sia una persona normale, basta con chi chi guadagna da 200.000 euro all’anno in su o misureremo ancora le chiacchiere (o le menzogne).


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