GIANCARLO CONSONNI

Perché ricordarlo

Ci sono persone che entrano nella memoria di una città perché sono state celebri, perché il loro volto è comparso per decenni sui giornali, perché hanno occupato posti importanti, conquistato palcoscenici, ricevuto riconoscimenti. E poi ci sono persone che una città la abitano in un modo diverso: la studiano, la interrogano, ne osservano le trasformazioni, ne difendono la memoria, ne denunciano gli errori e, soprattutto, cercano di capire quale idea di uomo e di società si nasconda dietro le sue strade, le sue piazze, le sue case. Giancarlo Consonni apparteneva a questa seconda, più rara categoria. 

Per questo la notizia che il suo nome sarà iscritto nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano assume un significato che va oltre la pur importante cerimonia del prossimo 2 novembre. La Commissione consultiva del Comune lo ha inserito tra le quattordici personalità che saranno ricordate nel Pantheon cittadino nel 2026. È una decisione che arriva dopo la sua morte, avvenuta il 13 febbraio scorso, ma che, in qualche modo, sembra restituire a Milano una parte di ciò che Consonni aveva dato alla città per tutta la vita.

E forse c’è una ragione ancora più profonda per cui questa iscrizione merita di essere raccontata. Giancarlo Consonni non era un personaggio della notorietà facile. Non apparteneva a quella categoria di intellettuali che hanno bisogno di essere continuamente presenti sulla scena pubblica per dimostrare di esserlo. Il suo lavoro si è sviluppato soprattutto nei luoghi nei quali il pensiero prende forma lentamente: l’università, la ricerca, i libri, gli archivi, le aule, le discussioni, i progetti, le battaglie civili. 

È stato urbanista, architetto, storico della città e della metropoli, professore emerito di Urbanistica al Politecnico di Milano, poeta, pittore e critico. Per quarant’anni ha insegnato Urbanistica al Politecnico e ha contribuito nel 1983, con Lodovico Meneghetti e Graziella Tonon, alla fondazione dell’Archivio Piero Bottoni, che ha poi diretto con passione e dedizione. Ma sarebbe riduttivo mettere in fila questi titoli come si fa in un curriculum. Perché Consonni non è stato semplicemente tante cose. È stato una sola cosa, profondamente: un intellettuale che ha cercato di comprendere la realtà prima di pretendere di trasformarla.

La sua città, naturalmente, era Milano. Ma non una Milano ridotta ai suoi confini amministrativi, ai suoi monumenti, ai suoi grattacieli, alle sue grandi trasformazioni immobiliari. La Milano di Consonni era una città immersa nel territorio, nella storia, nella campagna lombarda, nei sistemi produttivi, nelle infrastrutture, nei paesaggi, nelle periferie e nelle persone. La sua ricerca ha attraversato i processi di formazione della metropoli contemporanea, la cultura architettonica e urbanistica, i caratteri storici e antropologici dello spazio e il disegno urbano. In altre parole, cercava di leggere ciò che normalmente noi vediamo senza più guardare. Una strada non era soltanto una strada; una periferia non era soltanto una periferia; un quartiere non era soltanto una somma di edifici. Ogni luogo era il risultato di una storia, di rapporti economici e sociali, di scelte politiche, di conflitti, di desideri, di errori e di speranze. E proprio per questo ogni trasformazione della città comportava una responsabilità.

È qui che forse possiamo comprendere la vera originalità del suo pensiero. Consonni non concepiva l’urbanistica come una tecnica neutrale. Progettare una città significava assumersi una responsabilità nei confronti della vita delle persone. Significava domandarsi non soltanto dove costruire, ma che cosa sarebbe accaduto agli esseri umani dentro quello spazio. Significava interrogarsi sulla qualità dello spazio pubblico, sulla possibilità dell’incontro, sulla memoria dei luoghi, sulla relazione fra costruito e paesaggio, sulla dignità dell’abitare. Ecco perché le sue battaglie non erano mai, in fondo, soltanto battaglie per un edificio, un quartiere o un pezzo di territorio. Dietro la difesa di un luogo c’era sempre una domanda più grande: quale città vogliamo consegnare a chi verrà dopo di noi?

In questo senso la sua attenzione per Piero Bottoni non fu soltanto quella di uno studioso verso un grande architetto del Novecento. L’Archivio Piero Bottoni, fondato anche grazie a Consonni, conserva oltre 90.000 unità documentarie e rappresenta una delle importanti raccolte del Politecnico di Milano. Conservare la memoria, per Consonni, non significava imbalsamare il passato. Significava metterlo a disposizione del presente per poter progettare meglio il futuro. È una differenza fondamentale. Una città che perde la memoria diventa facilmente una città senza orientamento; una città che conosce la propria storia può invece discutere criticamente di ciò che vuole diventare.

Ed è proprio questa capacità critica che rende oggi particolarmente attuale la sua figura. Consonni non era, infatti, un intellettuale accomodante. Chi lo ha conosciuto ricorda la sua libertà di giudizio, la sua capacità di essere radicale senza essere ideologico, severo senza perdere il gusto del confronto. Alessandro Maggioni, che gli fu allievo e poi amico, lo ha ricordato come un uomo guidato non dall’ideologia ma dall’ideale, fondato su convinzioni profonde e su una rigorosa conoscenza delle questioni. Lo ha definito un “gigante” della cultura milanese, pur sottolineando quanto fosse stato meno ascoltato di quanto avrebbe meritato. È forse questa una delle chiavi per comprendere Consonni: non cercava il consenso, cercava la verità delle questioni. E quando riteneva che qualcosa fosse sbagliato, non aveva particolare interesse a renderlo più gradevole per chi lo ascoltava.

Ma sarebbe ancora un errore fermarsi all’urbanista. Perché qui emerge il Consonni meno conosciuto e, forse, quello più sorprendente: il poeta. La sua produzione poetica attraversa quasi quarant’anni e comprende sette raccolte, da Viridarium e In breve volo fino a Vûs, Luí, Filovia, Pinoli e Il conforto dell’ombra, pubblicato nel 2025. Ha inoltre coltivato il disegno, la pittura e il collage. A prima vista potrebbe sembrare un’altra vita rispetto a quella dell’urbanista. In realtà è la stessa vita osservata da un’altra angolazione. Perché chi sa guardare veramente una città deve saper vedere anche ciò che una carta urbanistica non riesce a rappresentare: il tempo, la solitudine, la memoria, l’ironia, il dolore, la bellezza minuta delle cose quotidiane.

Forse è proprio per questo che Consonni può essere definito, senza retorica, un poeta della città. Non perché abbia semplicemente scritto poesie sulla città, ma perché il suo sguardo sul mondo era uno sguardo capace di cogliere contemporaneamente la struttura e il dettaglio, il grande processo storico e la piccola vicenda umana. Il professore che studiava la metropoli era lo stesso uomo che guardava una strada, un volto, un paesaggio, un oggetto quotidiano e ne cercava il significato. L’urbanista e il poeta non erano due persone diverse: erano due strumenti dello stesso bisogno di conoscere.

Ed è forse qui che la sua figura assume una dimensione pedagogica che va oltre l’università. Consonni ci insegna, attraverso il suo lavoro, che la cultura non è accumulo di conoscenze, ma capacità di stabilire relazioni tra le cose. La città con la storia, l’architettura con la sociologia, il territorio con l’economia, il paesaggio con la memoria, l’urbanistica con la poesia. Il sapere, quando è autentico, non costruisce compartimenti stagni: costruisce ponti.

Per questo la sua morte non dovrebbe consegnarlo soltanto alla memoria degli architetti, degli urbanisti e degli studiosi. Sarebbe quasi un tradimento della sua stessa opera. Consonni appartiene a tutti coloro che vivono una città e si chiedono che cosa significhi viverla bene. Appartiene a chi si interroga sulle periferie, sul consumo di suolo, sulla trasformazione dei quartieri, sulla perdita dei paesaggi, sulla qualità dello spazio pubblico, sulla memoria dei luoghi. Appartiene a chi pensa che una città non possa essere giudicata soltanto dal suo prodotto interno, dalla quantità di metri quadrati costruiti o dal valore degli immobili, ma anche dalla qualità delle relazioni che riesce a generare.

E qui torna una delle espressioni che meglio sembrano riassumere la sua concezione: la felicità pubblica. Il patrimonio territoriale, nella sua prospettiva, può diventare un mezzo sociale per produrre felicità pubblica. Non è un’idea ingenua né sentimentale. È, al contrario, una concezione profondamente politica nel senso più alto e civile della parola: la convinzione che il modo nel quale costruiamo e conserviamo i luoghi abbia conseguenze concrete sulla vita collettiva. Se una piazza favorisce l’incontro, se un parco restituisce natura alla città, se un quartiere permette alle persone di riconoscersi in un luogo, se un edificio pubblico diventa realmente pubblico, allora l’urbanistica ha prodotto qualcosa che va oltre la materia. Ha prodotto possibilità di vita.

Ecco perché Milano oggi dovrebbe approfittare dell’ingresso di Consonni nel Famedio non soltanto per aggiungere un nome alla propria memoria ufficiale, ma per riaprire il discorso sul suo pensiero. Il Famedio è importante, ma una lapide non basta. La memoria vera comincia quando un nome inciso nella pietra torna a circolare nelle parole dei vivi, nelle scuole, nelle università, nei dibattiti pubblici, nelle biblioteche, nei progetti sulla città. Giancarlo Consonni va letto, studiato e discusso. Non per trasformarlo in un monumento intoccabile, ma esattamente per il motivo opposto: perché il suo insegnamento è stato quello di non smettere di interrogare la realtà.

Ed è significativo che proprio Alessandro Maggioni, colui che si è impegnato perché Consonni ottenesse l’iscrizione al Famedio, abbia raccontato di aver coinvolto allievi, amici, studiosi ed estimatori, raccogliendo numerose adesioni alla richiesta. La sua iniziativa nasce dunque da una convinzione personale, ma trova una risposta istituzionale nella decisione della Commissione comunale. È un piccolo passaggio della storia della città, ma contiene qualcosa di importante: una comunità che riconosce di avere ricevuto un’eredità e decide di non lasciarla scomparire.

Forse, allora, il modo migliore per salutare Giancarlo Consonni non è dire semplicemente che Milano lo ha finalmente riconosciuto. È dire che Milano ha ancora bisogno di lui. Ha bisogno del suo rigore quando la trasformazione urbana rischia di diventare soltanto affare; ha bisogno del suo sguardo storico quando la modernità pretende di cancellare ciò che la precede; ha bisogno della sua libertà intellettuale quando il conformismo rende più semplice tacere che dissentire; ha bisogno della sua poesia quando le città diventano soltanto numeri, superfici, indici e rendite.

Giancarlo Consonni ci ha lasciato una grande quantità di libri, studi, poesie, disegni, ricerche e testimonianze. Ma forse l’eredità più preziosa è una domanda. Che cosa significa davvero costruire una città? Costruire edifici? Tracciare strade? Riqualificare quartieri? Oppure costruire le condizioni perché gli esseri umani possano incontrarsi, riconoscersi, vivere insieme e sentirsi parte di una storia comune?

Se è vera quest’ultima possibilità, allora Consonni non è stato soltanto un urbanista. È stato un uomo che ha cercato, per tutta la vita, di capire come dare una forma civile allo spazio nel quale viviamo.

E forse è proprio questo il senso più profondo del Famedio. Non soltanto ricordare chi non c’è più, ma ricordare ciò che quella persona ci chiede di non perdere. Consonni ci chiede di non perdere la città come luogo umano, la cultura come strumento di libertà, la memoria come condizione del futuro, il pensiero critico come forma di responsabilità e la bellezza come bene che non appartiene a pochi, ma alla comunità.

Una lapide conserverà il suo nome. Ma sarà la nostra capacità di continuare a leggerlo, discuterlo e trasmetterlo a decidere se quella memoria resterà davvero viva.

Perché Giancarlo Consonni, come è stato scritto nel ricordo promosso dall’Archivio Piero Bottoni, continua in qualche modo a parlarci. E forse questo è il destino più alto che possa avere un intellettuale: non essere semplicemente ricordato, ma continuare a porre domande a chi viene dopo di lui.

Carlo Lolla

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3 Commenti
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Marina Romanò
Marina Romanò
9 giorni fa

Segnalo, se qualcuno fosse interessato, che fino al 24 ottobre alla galleria Consadori in via Brera 2, c’è la mostra Giancarlo Consonni Il conforto dell’ombra, con la quale la sua amica gallerista Anna Maria Consadori ha voluto ricordarlo, esponendo suoi acquerelli, tempere, collage e fotografie.
Ho conosciuto Giancarlo Consonni durante il mio impegno nel comitato civico di Città Studi una decina di anni fa ed è stato un incontro speciale, una autentica folgorazione. Indimenticabile la sua generosità e disponibilità a sostegno della nostra causa: ci regalò una luminosa e illuminante introduzione a un Rapporto dettagliato sul nostro quartiere, coniugando in una sola pagina dati urbanistici e poesia. Negli anni siamo sempre rimasti in contatto; le sue parole, il suo pensiero lucido, rigoroso, ironico, poetico e soprattutto sempre tanto umano e lungimirante rimarranno nella memoria della città e di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Grazie per il bell’articolo. Siamo in tanti a ricordarlo con grande affetto e a sentirne la mancanza.

Francesco Vescovi
Francesco Vescovi
3 giorni fa

Da ex allievo e collaboratore del professor Consonni ringrazio molto Carlo Lolla per la condivisione di questo bellissimo ritratto e ricordo del mio maestro

Ultima modifica 3 giorni fa di Francesco Vescovi
marco guido santagostino
marco guido santagostino
3 giorni fa

Letto con molto piacere…


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