VOTARE STANCA?
Sfiducia popolare, crisi della partecipazione e mancanza di cambiamento
Teoricamente, le comunali dovrebbero trovare la massima attenzione tra i cittadini.
Si parla e si “decide” della loro vita quotidiana, della casa, del verde, del traffico, dei servizi, della cultura, degli asili, delle scuole, della cura della comunità. In breve, della “casa comune” e della sua buona amministrazione. Figurarsi poi Milano, topos della partecipazione, luogo elettivo della consapevolezza del buon cittadino, regno delle prassi virtuose della vita democratica, simbolo della visione “orizzontale” della vita pubblica, alternativa a quella “verticale” della destra, tecnocratica o semplicemente autoritaria.
Questo per chi crede ancora nel mito ambrosiano, ma la realtà ci consegna dati ed umori così differenti dalle credenze da far sorgere forti interrogativi, dubbi e preoccupazioni, Era l’ottobre 2021 ed al voto si presentò appena il 47,72% dei votanti, Un cittadino su due non aveva ritenuto di sprecare una mezz’oretta del suo tempo per sostenere questa o quella formazione, questo o quel candidato sindaco, questo o quel programma. D’accordo c’era il Covid, ma nella precedente era al 54,65%.
Votare stanca? Oppure ha stancato andare a votare? Oppure, e forse meglio, non si trovano ragioni sufficienti per partecipare? E poi perché se cambia poco o nulla?
Eppure, lo diceva Gaber, che pure era un libertario in odor di anarchia, “libertà è partecipazione”. E se non mancano i baroni rampanti appollaiati sugli alberi a guardare il formicaio di sotto, autogratificandosi di un senso di superiorità tanto immaginario quanto immotivato, la gran parte delle formiche, pardon dei cittadini, parteciperebbe pure, come in anni lontani, ma fatica sempre più a trovare, non gli interessi, ma la convinzione di compiere, con la scheda nell’urna, un gesto utile.
Certo la sindrome dell’Uomo Qualunque non è stata ancora debellata, certo la cultura del “l’è tutto una magna magna”, e la convinzione diffusa che i “politici son tutti ladri”, permeano il sentiment degli italiani (“vil razza dannata”, che mentre fustiga in privato i potenti si mette in fila con gli altri a pietirne i favori…), ma dovremmo pur chiederci come mai al referendum sulla Giustizia del marzo di quest’anno alle urne sono corsi quasi i due terzi dei cittadini, e quanti giovani. Dunque, come “c’è un giudice a Berlino”, c’è ancora un’“urna a Milano”, un luogo, un’occasione, un momento dove, come e quando il popolo ritrova il gusto della partecipazione.
Bisognerebbe già qui concludere allora che esiste un nesso, elementare e proprio per questo essenziale, tra esercizio del diritto di voto e sua “effettività”, possibilità concreta ancora disponibile al cittadino di contare e fare valere la sua volontà. Ma subito bisognerebbe però chiedersi come mai questa effettività non trova analoga applicazione quando si tratta di scegliere il primo cittadino, cosa con tutta evidenza del tutto rilevante.
Eppure, la “connessione sentimentale” non si aziona in questo caso, non più almeno, come se un velo, anzi una coltre pesante di disillusione si fosse distesa tra il popolo chiamato al voto e la sua convinzione di decidere davvero. Non è fuori luogo ricordare che nel 2011 vi fu un clima fortemente partecipativo (67,56% dei votanti), poi la diserzione cominciò e dilagò. Tutta colpa di Beppe Sala? Certamente no, tutta no, ma in buona parte sì, e con lui anche di altri protagonisti della vicenda che nell’ultimo decennio ha visto parte della popolazione milanese fuggire dalle urne, senza per questo portare la destra vicina al successo, finora.
Sarà questo lo scenario delle prossime elezioni comunali, o ci si attarda in una visione “pigra” e consolatoria dei cambiamenti in corso, senza comprenderne l’effettiva portata e dinamica? Quanti “gradi di separazione” ci sono ancora tra disillusione ed adesione a “nuove” visioni alla Vannacci? E quali rischi davvero si corrono? E ce lo chiediamo mentre l’onda nera si alza ed incombe su tutta Europa ed il mondo intero, trovando ascolto in territori poco o nulla disponibili, fino a qualche tempo fa.
La campagna elettorale è ancora lontana, ma il clima si fa inquietante, quasi torbido. Mentre ancora ci si crogiola nel mito del cosiddetto Modello Milano, i più acuti colgono i segnali della “stanchezza della città” (Delpini), ed altri ancora marcano la distanza tra la sua narrazione e l’effettiva condizione di sofferenza sociale, il livore e la rabbia che cerca spiegazioni, sfogo e rappresentazione. Se i trend globali, martellati nelle menti e nelle anime da campagne mediatiche dove si fatica a cogliere la distinzione tra occulta regia politica ed adesione gregaria al mainstreaming di parole d’ordine che vanno per la maggiore (sicurezza, immigrazione…), segnano larga parte dell’immaginario delle masse, non per questo possono essere sottaciute le responsabilità di chi ha governato Milano e si candida ora ad altri cinque anni.
Se larga parte del PD vede e condivide la necessità di una chiara “discontinuità” in settori chiave della vita cittadina, in primis edilizia, casa ed urbanistica, altra parte resta convinta che solo una compromissione, ancorché rivestita di un buon strato di smart marketing su diritti ed offerta culturale, con i poteri forti della finanza ambrosiana possa garantire un futuro al centrosinistra milanese. Dei primi si conoscono i nomi principali, senza però che se ne possano ricordare prese di distanza fino a pochi mesi fa. Degli altri, si può dire solo che traducono la “discontinuità” come tardivo ed obbligato adattamento alle nuove sfide della città, senza cogliere e tanto meno assumersi la responsabilità delle politiche che pure hanno generato la sofferenza sociale odierna.
Il cittadino, la cittadina, che guarda alla sua condizione non trova buoni motivi per andare a votare, e non li trova per la sua esperienza concreta, tanto più istruttiva di mille convegni o editoriali. I valori democratici, con buona pace di autorevolissimi protagonisti del pensiero repubblicano, e quindi le istituzioni, le regole, i principi della convivenza civile, non sopravvivono, lo scriveva Aristotele, se la diseguaglianza di fatto li mette fuori gioco, se si perde perfino la speranza di un cambiamento. Ed oggi, immersi in una diseguaglianza crescente e stridente, viviamo questa temperie morale e spirituale, prima ancora che politica.
Oggi non sappiamo, non possiamo immaginare, se e quanta parte di popolo cascherà a Milano nelle reti mistificatorie della destra estrema, ma cresce il rischio che nelle viscere delle opache vite quotidiane trovino alimento gli umori rabbiosi che addebitano la propria sofferenza, in mancanza d’altro, ai “brutti, sporchi e cattivi” del nostro tempo. Viviamo un cambio d’epoca, dove la partecipazione democratica può riprendere energia solo se si ritrova e rinnova una proposta credibile di cambiamento effettivo, contrapponendosi al capitalismo feroce e predatorio, senza più limiti che non siano quelli fissati dalla propria stessa potenza.
Ad ognuno il suo allora, ed alle forze democratiche di Milano il compito e soprattutto il coraggio di immaginare una nuova strada per la nostra città.
Giuseppe Ucciero
(*) Ezio Mauro su Repubblica del 13 settembre)
