UNA SONTUOSA INAUGURAZIONE

L’Orchestra Sinfonica di Milano

Come tutti gli anni, ormai, il concerto inaugurale della stagione dell’Orchestra Sinfonica di Milano, anziché nell’Auditorium di largo Mahler dove l’orchestra ha la sua sede e vi svolge l’intera stagione, si è tenuto alla Scala grazie a una simpatica e molto apprezzabile intesa fra le due istituzioni musicali.

Il pubblico, ovviamente, si mescola e si trovano insieme gli habitué dell’Auditorium, noti per la loro esuberante passione, e quelli della Scala, caratterizzati da un maggiore e ben visibile à plomb. Il che ha giovato palesemente all’inaugurazione, ravvivando la proverbiale compostezza delle serate scaligere con gli applausi da stadio ben noti ai frequentatori dell’Auditorium.

L’altra sera il concerto della Sinfonica è stato particolarmente festoso grazie a un programma abbastanza raro e molto ben congegnato che comprendeva il “Concerto per violoncello e Orchestra” di Elgar, seguito dalle “Fontane di Roma” e dai “Pini di Roma” di Respighi. Tre pezzi scritti in quel difficile periodo schiacciato fra le due guerre mondiali, quando il mondo si spaccava fra innovatori ribelli ed orgogliosi custodi della tradizione (anche se cercavano in tutti i modi di innovarla senza stravolgerla). Elgar e Respighi, ancorché di scuole molto diverse e di ancor più diverse tendenze, appartengono entrambi sicuramente al gruppo dei secondi che hanno galleggiato faticosamente fra i flutti agitati dalle grandi scuole tedesche e russe.

Una bella e colta conferenza introduttiva, tenuta un’ora prima del concerto da Luca Baccolini nel ridotto dei palchi, ha spiegato molto bene quanto quell’epoca di transizione sia stata travagliata e complessa, resa complicata in tutta Europa dai traumi della prima guerra (quelli della seconda furono raccontati meravigliosamente bene da Benjamin Britten nel suo War Requiem!) e in Italia dalla comparsa del fascismo che obbligava intellettuali ed artisti a fare scelte scomode e a dir poco inquietanti. 

Edward Elgar (1857-1934), vissuto nel Worcestershire, lontano dal mondo che contava, in cui poter fare una carriera di musicista e compositore, fece una fatica terribile a farsi apprezzare e ci riuscì solo molto tardi; il suo concerto per violoncello è del 1919 e anch’esso non ebbe un immediato successo, ci volle molto tempo per essere apprezzato come merita. Ottorino Respighi (1879-1936) nasce a Bologna, studia con i migliori maestri, si perfeziona a San Pietroburgo (con Rimskij Korsakov!) e poi vive a Roma insegnando al Conservatorio; le “Fontane” sono del 1916, i “Pini” del 1924, il trittico si concluderà con le “Feste romane” solo nel 1928. Ma Mussolini non apprezzò (sicuramente perché il Maestro non volle mai iscriversi al Partito!) ed il successo arrivò solo quando Toscanini portò l’intero trittico alla Scala. Tutto questo per dire della turbolenza dei tempi!  

Il sessantacinquenne Direttore d’orchestra sloveno, Marko Letonja, deve aver vissuto anche lui i tempi difficili di Tito e del dopo Tito, forse anche per questo è riuscito a mettere insieme in uno stesso concerto musiche tanto diverse e tuttavia figlie di uno stesso clima sociale e politico. Esecuzioni assolutamente splendide, assecondate da una magnifica orchestra in grande spolvero per la trasferta alla Scala e dal brillantissimo e versatile cinquantenne violoncellista tedesco Daniel Müller-Schott.

La musica di Elgar risente della povertà musicale inglese di allora (erano trascorsi duecento anni dall’arrivo di Handel da Halle, portando con sé la cultura musicale tedesca e italiana, e qualcuno di più per trovare in vita Henry Purcell, unico vero grande compositore inglese, nato – e venuto a mancare a soli 36 anni – nel Seicento) e questo forse spiega quella sorta di timidezza e di incertezza che pure affascina tanto nella produzione musicale elgariana. Lo smalto e la forza del violoncello di Müller-Schott hanno compensato egregiamente la morbidezza e la delicatezza del suono orchestrale e ha reso così godibilissimo il concerto.

Tutt’altro discorso vale per Respighi, che Letonja ci ha restituito in tutta la sua luminosità e potenza espressiva, portandoci per mano fino all’esplosione del finale dei “Pini” tanto affascinante e travolgente che è stato oggetto di un acclamatissimo bis. 

Un concerto di grande interesse e profondo fascino, che ci introduce alla stagione ricca e stimolante di un’orchestra che è ormai al suo 34o anno di vita, molto ben collaudata specialmente dopo l’arrivo salvifico di Emmanuel Tjeknvorian che riascolteremo nel concerto per pianoforte e orchestra di Čajkowskij e nell’Ottava Sinfonia di Šostakovič all’inizio del prossimo mese. Un ottimo inizio.

Paolo Viola

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