SPIGOLATURE ELETTORALI MILANESI

Il labirinto normativo/legislativo

La perdita delle funzioni tradizionali dei partiti che avevano il compito fondamentale di formare la classe politica e di informare i cittadini anche attraverso i giornali di partito e la propaganda strutturata è irreversibile. Oggi, la circolazione immediata, orizzontale e incontrollata delle notizie sul web e sui social media ha reso queste funzioni obsolete e ininfluenti. I cittadini si informano autonomamente e i leader comunicano direttamente con la base, saltando la mediazione del partito.

Questo comporta anche una svalutazione della leadership interna. Un tempo, un leader politico doveva la sua autorità alla “legittimazione interna”, cioè al consenso, alla gavetta e al riconoscimento da parte degli organi e della base del partito. Oggi la leadership serve solo a scopi di “posizionamento” elettorale. 

Questo accade perché il leader diventa ostaggio del consenso immediato dei sondaggi e dell’elettorato fluido, perdendo il supporto strutturato e il potere negoziale che solo un partito forte e coeso poteva garantirgli. Questo spiega sia l’importanza sempre maggiore delle primarie e delle preferenze e anche i repentini cambi di posizione sui vari aspetti della legge elettorale.

Esemplare il dibattito sulle preferenze che sono al contempo verifica elettorale esterna e quella che un tempo si chiamava verifica congressuale cioè interna.

Lontani i tempi in cui Piero Fassino e Walter Veltroni le condannavano come “un fattore di competizione perversa e malsana tra candidati della stessa formazione, di lacerazione e indebolimento di un partito nel confronto con gli autentici avversari” e Fabio Mussi e Pietro Folena la combattevano come “un formidabile incentivo all’incremento delle spese elettorali, al proliferare delle pratiche clientelari, del malaffare e della corruzione, del voto di scambio e degli inquinamenti malavitosi”, come “la garanzia del predominio delle organizzazioni criminali sulla società e sulle istituzioni”. 

Anche sul multiplo delle preferenze hanno quasi tutti cambiato idea (ricordate il referendum Segni?), inserendo la preferenza di genere che ha certo un effetto pareggiatore di genere degli eletti ma che è anche un possibile modo di controllare il voto come un tempo. 

Il passaggio da una sola preferenza a preferenze plurime di per sé costituisce una sorta di “visibilità” del voto, infatti, se il candidato A (maschio o femmina che sia) impone ai suoi elettori di far seguire al suo nome alternativamente i candidati B, C, D, E (maschi o femmine che siano), distribuendo le “doppiette” per singoli seggi/zone, avrà una potenziale possibilità accertare se il suo “consiglio” è stato seguito. 

L’indice di preferenza dei comuni (quello che mette in rapporto i voti di preferenza espressi e quelli esprimibili, ovvero i voti di lista) presenta tradizionalmente un divario nord sud che però è andato negli anni riducendosi così come i partiti più piccoli sono quelli (destra o sinistra che sia) in cui la “guerra” delle preferenze è più dura. 

Ricordo che nella prima repubblica vi fu un sindaco di Milano eletto con 1300 preferenze.

Direi che in qualche modo si è consolidata l’opinione di Berlinguer che in una intervista celeberrima a Repubblica sosteneva: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi.” Ovviamente dal novero escludeva il PCI.

Questo spiega il grande nervosismo attorno alla legge elettorale dove all’interno di ogni coalizione, partito o lista ci sono opinioni diverse e spesso confliggenti, così il doppio turno in uso nei comuni diventa un attentato alla costituzione e il premio di maggioranza in uso nelle regioni …pure.

Le elezioni comunali parzialmente sono al riparo da queste turbolenze almeno fintanto che non verrà ripresa la proposta del centro destra per l’abbassamento della percentuale necessaria per l’elezione diretta del sindaco al primo turno dal 50% al 40% nei comuni superiori a 15.000 abitanti, con l’obiettivo di eliminare il ballottaggio. In pratica i favorevoli al doppio turno per le politiche sono contrari al doppio turno per le comunali

Certo è che in questi anni I votanti sono in calo nonostante l’aumento delle liste e dei candidati.

A Milano alle elezioni del 2021 spostate per via del covid e con un numero di firme da raccogliere per la presentazione ridotto per la stessa ragione, si presentarono 8 liste a sostegno di Sala: Partito democratico, Volt, Lista Beppe Sala sindaco, Milano Radicale, Riformisti lavoriamo per Milano, Milano in salute, Europa Verde – Verdi, Milano unita la sinistra per Sala, la meno votata fu Volt con lo 0’5%. 6 liste con Luca Bernardo: Lega per Salvini premier, Forza Italia, Lista civica Luca Bernardo, Milano Popolare Maurizio Lupi, Fratelli d’Italia, Partito Liberale europeo che non arrivò a 1000 voti. 2 liste con Gabriele Mariani 7000 voti in tutto. 

Una sola con Layla Pavone candidata 5 stelle che non raggiunse il 3%. 2 liste con Giorgio Goggi i socialisti 0,4% e i liberali 0,2%. 1 con Natale Azzaretto Partito comunista dei lavoratori che ottenne 552 voti. 1 con Marco Muggiani PCI 0,3%, 1 con Alessandro Pascale Partito Comunista 0,3%. 1 con Mario Festa Partito GAY 0,5%. 1 con Teodosio De Bonus Movimento 3v 0,4%. 1 con Bryant Biavaschi Milano inizia qui (forse un po’ presuntuosa) che ottenne 810 voti. 1 con Bianca Miriam Tedone Potere al Popolo 0,6%. 2 per Gianluigi Paragone Milano Paragone sindaco Italexit che sfiorò il 3% superando liste apparentemente più “titolate” con 12366 voti e Grande Nord la meno votata di tutte quelle presentate con 512 voti. 

Non ci fosse stata la riduzione delle firme richieste per la presentazione (per via del covid), sarebbe andata peggio probabilmente delle tornate precedenti quando un significativo numero di liste prese meno voti delle firme raccolte. Sia detto per inciso il meccanismo della raccolta delle firme su una lista che viene in genere chiusa poche ore prima della data ultima utile alla presentazione è un invito alla “furbata”, cioè alla firma di moduli senza i nomi.

In totale nel 2021 si presentarono 28 liste con più di un migliaio di candidati (il numero massimo per lista era 48, ma non tutti riuscirono a completare la squadra). Sterminato il numero di candidati che ottennero da zero a 10 preferenze. Recordman positivo per numero, Maran con 9111 preferenze, numero significativo anche nella prima repubblica, quando si potevano dare più preferenze.

Non si creda che il proliferare delle liste “civiche” dipenda dall’elezione diretta del sindaco e sia un fatto nuovo. Già nel 1946 si presentò ed ebbe ben 6 gli eletti il Fronte democratico per la ricostruzione di Milano più conosciuto come lista Madonnina. Una lista caratterizzata da una forte componente laica e forse massonica (ma il simbolo era una madonna!) capeggiata dall’insigne giurista Francesco Messineo che sarà in lista alla costituente nell’Unione democratica nazionale di Benedetto Croce. La Madonnina fu la prima civica della storia repubblicana cittadina, il capolista era Camillo Giussani presidente COMIT, tra gli eletti Ugo Caprara, Luigi degli Occhi; degno di nota che il comizio di chiusura fosse tenuto da Edgardo Sogno.

Visto il successo, l’esperimento della lista civica “camuffata” verrà copiato dalle sinistre alle successive comunali quando i socialcomunisti presentarono una lista Associazione per la difesa del contribuente che però ottenne solo lo 0,36%.

L’elezione diretta del sindaco ha un proliferare di candidati, rammento tra coloro che vollero farsi sindaco nella seconda repubblica e che non hanno superato l’1%: Fatato Carlo, Vangeli Pietro, Bontempelli Sergio, Colombo Valerio, Frisali Ugo, Giardoni sante, Montuosi Fabrizio, Sabene Alberto, Ballabio Giorgio, Crespi Ambrogio, Fabbrili Giovanni, Fatato Elisabetta, Facca Cesare, Gazzoli Sergio, Maria Teresa Badiani, Pagliuzza Gabriele, Sarà Ugo, Bucci Giovanni, Schulz Giorgio, De Alberti Carla, Luigi Sant’Ambrogio, Carelli Attilio, Carluccio Stefano, Mantovani Marco, Natale Lazzaretto, Stroppa Claudio, Tordelli Marco, Armand Armani, Occhio Norelli Camilla, Marinoni Antonio, Staiti Codia delle chiuse, Paglierini Giancarlo, Cito Giancarlo, Maiolo Tiziana, Testa Arturo, Bossi Angela, Giorgio Goggi, Bianca Miriam Tedone, Mauro Festa, Teodosio De Bonis, Marco Muggiani, Alessandro Fabio Pascale, Bryant Biavaschi, Maria Teresa Baldini. Il record spetta a Vangeli Pietro nel 2006 con 392 voti, pari allo 0,05%, ma la banca dati del comune gli attribuisce lo 0,0%.

I votanti per il sindaco nel 2021 furono 491134 (per le liste 31000 elettori in meno). In 15 anni dalle elezioni del 2006 i votanti sono calati di 205 613 unità. I votanti della disfida Albertini Fumagalli furono 822525, quelli di Formentini Dalla Chiesa 934166. Alle ultime elezioni con il precedente sistema elettorale la partecipazione al voto fu dell’84,8%, nel 2021 del 47,7%. E alle comunali va meglio che alle regionali: nel 2023 in città ha votato il 42,2 %.

Anche i tempi delle campagne elettorali sono cambiati, oggi siamo già in campagna senza neppure sapere quando si voterà e ci si affanna a capire se partire per primi, soprattutto nel caso in cui non c’è il sindaco uscente, sia un vantaggio o uno svantaggio; così come la riconoscibilità: meglio partire con una faccia nota (ma magari usurata) o una faccia nuova?

Io la penso come un antico spin doctor: “per lo ordinario erra più chi delibera presto che chi delibera tardi; ma da riprendere sommamente la tardità ad eseguire, poi che si è fatta la risoluzione”. Certamente annunciare delle decisioni, ad esempio farò una mia lista civica e poi aspettare l’ultimo minuto utile per farla è dannoso, logorare i candidati nella fase di schermaglie per il posto in lista invece che mandarli a cercare consenso esterno è dannoso, non dare certezza ai potenziali alleati di poter presentare una loro lista (ricordo che l’apparentamento è a totale discrezione del candidato a sindaco) è dannoso, tardare il fund raising è dannoso etc etc.

Uno dei misteri buffi di queste campagne elettorali è quello dei danari, ne abbiamo più volte scritto su queste pagine. Divertente fu la minaccia di Bernardo di ritirarsi dalla sfida a Sala se le liste che lo sostenevano non avessero versato 50000 euro cad. per la campagna elettorale, minaccia rientrata a fronte di un versamento che sembrerebbe non fu mai effettuato.

Ma c’è qualche novità.

Riassumo: “le spese per la campagna elettorale di ciascun candidato alla carica di sindaco non possono superare l’importo massimo derivante dalla somma della cifra fissa di euro 250.000 e della cifra ulteriore pari al prodotto di euro 0,90 per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali comunali. Le spese per la campagna elettorale di ciascun candidato alla carica di consigliere comunale non possono superare l’importo massimo derivante dalla somma della cifra fissa di euro 25.000 e della cifra ulteriore pari al prodotto di euro 0,05 per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali comunali.  Per il PARTITO, MOVIMENTO E LISTA, escluse le spese sostenute dai singoli candidati alla carica di sindaco e di consigliere comunale, non possono superare la somma risultante dal prodotto dell’importo di euro 1 per il numero dei cittadini iscritti nelle liste elettorali comunali.” Così leggasi sul sito del Collegio regionale di garanzia elettorale presso la Corte d’appello. Altre norme sono relative al mandatario e alla raccolta fondi.

I problemi cominciano con la rendicontazione, dove già dalle date vi sono contraddizioni; leggasi in un vademecum: “La presente modulistica è predisposta sulla base della normativa nazionale che fa riferimento alle leggi 515/93 e 96/2012 che disciplina la materia in merito alla propaganda e alle spese di campagna elettorale dei candidati e delle liste. La scadenza di presentazione del Rendiconto delle spese elettorali è per le liste il 45° giorno dalla data d’insediamento e per i candidati entro tre mesi dalla proclamazione. Tale legge nella parte riguardante la rendicontazione si sovrappone alla legge 81/93, art. 30, che prevede la presentazione della suddetta documentazione di tutti candidati e liste entro 30 giorni dal termine della campagna elettorale al Comune per la pubblicazione all’Albo Pretorio. A questo punto pare chiaro che la tempistica di predisposizione, consegna e obbligo di rendicontare le spese di campagna elettorale non coincide tra le due leggi.” Seguono consigli pratici che vi risparmio ma che non sono marginali considerando che gli errori nelle rendicontazioni possono essere causa di decadenza dell’eletto.

Anche se come dice la Corte dei conti che si tratta di: “di valutazioni attinenti ai soli aspetti di legittimità e di regolarità documentale dei rendiconti depositati, in aderenza al dettato dell’art. 12, comma 3, della l. 10 dicembre 1993, n. 515 e successive modificazioni ed integrazioni.”, tradotto si limitano a verificare che i documenti presentati corrispondono al dichiarato così se non dichiarate nulla non dovete documentare nulla e siete a posto.

Ma il meglio si raggiunge con i preventivi. La legge prevede da anni che nei comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti, insieme alle liste e alle candidature, deve essere presentato un bilancio preventivo di spesa, da rendersi pubblico mediante affissione all’albo pretorio del comune. Incombenza non particolarmente significativa e fino a quattro anni fa priva di qualsiasi sanzione. il Consiglio di Stato, Sezione seconda, con sentenza 25 maggio 2022, n. 4205 ha invece deciso che “Il suo mancato deposito nei termini perentori previsti dalla legge determina la ricusazione della lista.” Così sul manuale per le elezioni del ministero si legge “La presentazione del bilancio preventivo di spesa è obbligatoria nei comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti. Il suo mancato deposito nei termini perentori previsti dalla legge determina irrimediabilmente la ricusazione della lista.” e si presume del candidato inadempiente.

L’intreccio poi tra liste, partiti, presentatori (i più a rischio), tesorieri, legali rappresentanti, mandatari, responsabili, la differenza di interpretazione tra corti diverse, rende gli aspetti normativo-economici della campagna elettorale sempre più complicati, con un intreccio tra rendicontazione delle spese elettorali e finanziamento dei partiti politici che genera complessi e non facilmente risolvibili problemi.

La materia, tuttavia, è noiosa meglio dedicarsi ad altri aspetti delle elezioni, ma sarà per un’altra volta.

Walter Marossi

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