LA POLITICA CHE VORREI LASCIARE AI MIEI FIGLI

Destra, sinistra, centro: prima viene la democrazia

Ho ottantotto anni. Ho vissuto abbastanza a lungo per sapere che la politica può essere una cosa nobile e, nello stesso tempo, diventare una cosa terribile quando smette di essere servizio e diventa conquista del potere. Per questo, avvicinandosi una nuova stagione elettorale, sento il bisogno di fare una riflessione che non vorrei fosse letta come un appello per una parte contro un’altra.

Io sono liberale.

E proprio perché sono liberale, credo che il primo dovere della politica non sia vincere contro qualcuno, ma impedire che qualcuno possa diventare padrone di tutti. Destra e sinistra possono alternarsi. Devono poterlo fare. È questa la democrazia. Ma c’è qualcosa che viene prima della destra e della sinistra: la libertà dell’individuo, lo Stato di diritto, il Parlamento, la Costituzione, il rispetto dell’avversario e la certezza che nessuno possieda il potere per sempre.

Questa, alla fine, è la vera frontiera. Guardando la politica italiana di oggi, confesso di provare spesso una certa amarezza.

Vedo una sinistra che non sempre riesce più a rappresentare quella grande tradizione socialdemocratica che ha saputo coniugare libertà, solidarietà, lavoro e diritti. Vedo una destra che ha conquistato il governo e che, proprio per questo, ha oggi una responsabilità maggiore: dimostrare che governare significa amministrare la complessità, non alimentare continuamente lo scontro. E vedo un centro che fatica a trovare una propria identità.

Troppi politici sembrano parlare soprattutto ai propri elettori, alle proprie correnti, ai propri interessi. Ma la politica dovrebbe parlare soprattutto a chi non ha una tessera in tasca. Al pensionato. Al giovane che cerca lavoro. Alla famiglia che non arriva serenamente alla fine del mese. All’imprenditore che vuole lavorare senza essere soffocato dalla burocrazia. Al ragazzo che vorrebbe costruirsi una famiglia. Alla persona anziana che teme di diventare invisibile. A tutti coloro che non chiedono miracoli alla politica, ma una cosa molto più semplice: poter vivere dignitosamente e senza paura.

Essere liberale significa, per me, non avere paura della destra. Ma significa nemmeno avere paura della sinistra. Significa avere paura di qualsiasi potere che perda il senso del proprio limite.

La storia ci ha insegnato che le democrazie non muoiono necessariamente in un giorno. Talvolta cominciano a morire lentamente. Prima si delegittima l’avversario. Poi si considera il dissenso un tradimento. Poi si comincia a pensare che il Paese abbia bisogno di un uomo forte. Infine qualcuno arriva a convincersi che, se il popolo non gli dà il potere, bisogna trovare il modo di prenderlo. È già successo. E non una volta sola.

Dopo la Seconda guerra mondiale, mentre l’Europa occidentale cercava faticosamente di ricostruire le proprie democrazie, numerosi Paesi del mondo furono governati direttamente o indirettamente dai militari.

La Grecia con la Giunta dei Colonnelli, dal 1967 al 1974. L’Argentina con la dittatura militare del 1976-1983. Il Brasile dal 1964 al 1985. Il Cile di Pinochet dal 1973 al 1990. L’Uruguay dal 1973 al 1985. Il Paraguay di Stroessner dal 1954 al 1989. E ancora Bolivia, Perù, Ecuador e altri Paesi dell’America Latina. Regimi differenti, storie differenti, responsabilità differenti. Ma con un elemento comune: la democrazia venne sostituita, limitata o subordinata al potere degli apparati militari. E non dobbiamo dimenticare le esperienze asiatiche e mediorientali: Pakistan, Myanmar, Indonesia, Corea del Sud, Egitto e altri Paesi conobbero, in forme diverse, il peso determinante delle forze armate nella vita politica.

Non è necessario essere storici per comprendere la lezione.

Quando le armi entrano nella competizione politica, la politica stessa cambia natura. Perché chi possiede le armi possiede una forza che nessun voto dovrebbe poter trasformare in strumento di parte. Ed è qui che nasce una mia preoccupazione. Non sto dicendo che in Italia stia per arrivare una dittatura militare. Non lo credo.  Non abbiamo alcuna ragione seria per affermarlo.

Ma proprio perché conosco la storia, penso che sia legittimo osservare con attenzione ogni fenomeno nel quale uomini appartenenti alle Forze armate entrino direttamente nella competizione politica mentre sono ancora in servizio. La questione non riguarda soltanto un uomo o un partito. Riguarda un principio.

La nostra Costituzione stabilisce che l’ordinamento delle Forze armate deve informarsi allo spirito democratico della Repubblica. E l’articolo 98 prevede la possibilità di limitare per legge l’iscrizione ai partiti politici dei militari di carriera in servizio attivo. Sono parole importanti. Perché significano che il soldato difende la Repubblica, non una parte politica della Repubblica. Il militare può essere cittadino, naturalmente. Può avere le proprie idee.

Ma l’uniforme deve appartenere allo Stato, non a un partito. È una differenza enorme. E dovrebbe essere rispettata da tutti: dalla destra, dalla sinistra e soprattutto dalle Forze armate. Forse, allora, il problema non è nemmeno Vannacci.

Il problema sarebbe molto più grande se un giorno una parte degli italiani cominciasse a pensare: “Ci vuole qualcuno che comandi e basta.” Quella frase, apparentemente innocente, è una delle più pericolose che possano essere pronunciate in una democrazia. Perché la democrazia è faticosa. Discute. Media. Sbaglia. Cambia governo. Perde tempo. Corregge i propri errori. 

Ma proprio per questo è libera. La dittatura, invece, è apparentemente semplice. Uno decide. Gli altri obbediscono. Il problema è che, una volta consegnato il potere assoluto a qualcuno, nessuno può sapere come e quando riuscirà a riprenderselo.

Non abbiamo bisogno di uomini forti. Abbiamo bisogno di istituzioni forti.

È questa, forse, la cosa che vorrei dire soprattutto ai miei figli. Non abbiate paura di chi pensa diversamente da voi. Abbiate paura di chi vuole impedirgli di pensare. Non abbiate paura di un governo di destra. Non abbiate paura di un governo di sinistra. Abbiate paura di un governo che non accetti più di essere controllato. Non abbiate paura dell’avversario politico. Abbiate paura di chi trasforma l’avversario in un nemico.

E soprattutto non consegnate mai la vostra libertà alla promessa di qualcuno che vi dice: “Lasciate fare a me.” La libertà non si delega. Si esercita. Si difende. Si tramanda.

E allora, chi votare?

Questa è la domanda che inevitabilmente arriverà. Io non voglio dare una risposta che trasformi questa riflessione in propaganda. Vorrei invece proporre un criterio. Non scegliamo il politico perché urla più forte. Non scegliamolo perché promette di risolvere tutto. Non scegliamolo perché appartiene alla nostra tribù. Guardiamo piuttosto come si comporta quando ha il potere. Guardiamo se rispetta il Parlamento. Se rispetta la magistratura ( ma la magistratura deve imparare a rispettare solo le leggi e non i partiti amici o simpatizzanti). Se accetta il dissenso. Se mantiene la parola data. Se conosce la differenza fra interesse pubblico e interesse personale. Se sa dire “ho sbagliato”. Se considera le istituzioni più importanti della propria carriera.

E soprattutto chiediamoci: “Se questa persona avesse domani tutto il potere nelle proprie mani, sarei tranquillo?”

Questa, secondo me, è una delle domande più importanti che un elettore possa porsi. Vorrei una destra liberale. Vorrei una sinistra democratica. Non sogno una politica senza conflitto. Il conflitto è naturale nella democrazia. Desidero però una destra capace di difendere la libertà economica senza dimenticare la solidarietà. Una destra che ami la Patria senza trasformare il patriottismo in nazionalismo. Una destra che difenda i confini senza dimenticare la dignità della persona. Una destra che creda nell’impresa senza dimenticare chi rimane indietro.

E vorrei una sinistra capace di tornare a parlare di lavoro, merito, uguaglianza delle opportunità e protezione dei più deboli senza trasformare ogni diversità di opinione in una colpa. Vorrei, soprattutto, che entrambe riscoprissero una parola quasi dimenticata: responsabilità.

La politica dovrebbe tornare a essere un servizio. Forse siamo diventati troppo indulgenti verso i nostri politici. Li giudichiamo per quello che dicono e troppo poco per quello che fanno. Li applaudiamo quando vincono e li insultiamo quando perdono. Ma il politico non dovrebbe essere una celebrità. Dovrebbe essere un servitore temporaneo dello Stato. Temporaneo.

Questa parola è fondamentale. Perché nessuno dovrebbe sentirsi indispensabile. Nessun leader dovrebbe pensare: “Lo Stato sono io.”

Lo Stato siamo noi.

Fra qualche anno, quando io non ci sarò più, non vorrei che i miei figli ricordassero soltanto le mie opinioni politiche. Vorrei che ricordassero una cosa diversa. Che ho sempre creduto che la libertà valesse più del potere. Che la pace valesse più della vittoria. Che il rispetto valesse più dell’insulto.

Che l’amore per il proprio Paese non significasse odiare quello degli altri. Che la politica potesse ancora essere una cosa bella. E che destra e sinistra, prima di essere avversarie, dovessero riconoscersi come parti della stessa comunità.

Perché alla fine, quando le elezioni sono finite, quando i manifesti vengono tolti dai muri e quando i vincitori festeggiano e gli sconfitti tornano a casa, rimaniamo tutti cittadini dello stesso Paese.

Ed è quello il Paese che dobbiamo lasciare ai nostri figli. Non un Paese più arrabbiato. Non un Paese più diviso. Non un Paese governato dalla paura.

Ma un Paese nel quale sia ancora possibile discutere, dissentire, amare, lavorare, invecchiare e crescere i propri figli nella tranquillità. Un Paese nel quale nessuno debba avere paura del potere. Perché il potere avrà sempre paura di una cosa: della libertà dei cittadini.

E forse è proprio questa la più bella eredità che possiamo lasciare. Non la certezza che il futuro sarà facile. Ma la certezza che, anche quando sarà difficile, resteremo liberi di costruirlo.

Carlo Lolla

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