LA CASA NON È UNA TANA

L’abitare civilmente è un diritto 

Dalla riqualificazione dell’ERP a una nuova politica dell’abitare: perché Milano deve smettere di amministrare soltanto gli immobili e tornare a governare i luoghi. Ci sono notizie alle quali sarebbe francamente sciocco rispondere con il riflesso condizionato della polemica. Che Milano investa 180 milioni di euro nella riqualificazione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica è una buona notizia. Lo è perché dietro ogni alloggio recuperato non c’è soltanto un immobile che torna disponibile, ma una famiglia che può smettere di aspettare, una condizione di fragilità che può trovare una risposta, una porzione di patrimonio collettivo che viene sottratta al deterioramento.

L’annuncio dell’assessore alla Casa Fabio Bottero parla di cantieri aperti in diversi quartieri della città e di circa 300 alloggi pubblici, nei complessi ricostruiti di via dei Giaggioli e via Tofano, che dovrebbero essere assegnati entro la fine dell’anno. A questo si aggiungono i 42 milioni già stanziati per ristrutturare fino a 2.500 alloggi sfitti. Il Comune ricorda inoltre oltre 300 milioni investiti nell’ultimo decennio nella manutenzione straordinaria del patrimonio residenziale pubblico e altri 74 milioni per quella ordinaria. Numeri importanti e proprio perché sono numeri importanti, meritano qualcosa di più di un applauso o di una contestazione.

 Meritano soprattutto una domanda: che cosa intendiamo, davvero, quando parliamo di abitare? Perché è qui che la questione della casa smette di essere soltanto una questione edilizia e torna a essere una questione urbana, sociale e, in fondo, politica. Una casa non è un oggetto Nel luglio del 2022, durante il congresso della UIL Milano e Lombardia, mi trovai a parlare di una questione che allora sembrava interessare assai meno di altre. In due giorni di discussione si era parlato di moltissime cose, ma quasi nessuno aveva parlato del diritto all’abitare. Non era una semplice dimenticanza lessicale, era, probabilmente, il sintomo di una rimozione politica. Avevamo imparato a parlare della casa come di un oggetto: da costruire, assegnare, ristrutturare, contabilizzare. 

Avevamo progressivamente smesso di parlare di ciò che accade dopo che una persona ha ricevuto le chiavi, eppure è proprio lì che comincia l’abitare. La casa è l’appartamento. L’abitare è il pianerottolo, la scala, l’ascensore, il cortile, il marciapiede, il vicino, la scuola, il servizio sociale, il negozio di prossimità, l’autobus, il quartiere. È il rapporto fra lo spazio privato e quello pubblico. È la possibilità di uscire dalla porta di casa e riconoscere ancora qualcosa di simile a una comunità.

Quattro anni fa lo dissi con una formula volutamente brutale: “Ti hanno dato una tana, non una casa”. Oggi, davanti ai nuovi investimenti sul patrimonio ERP, quella frase torna inevitabilmente alla mente, ma non perché quei soldi non servano. Servono, eccome, ma perché la manutenzione degli edifici non può essere confusa con una politica dell’abitare. Sono due cose diverse. 

La prima può essere misurata in euro, metri quadrati, ascensori sostituiti, facciate rifatte, alloggi recuperati. 

La seconda è molto più difficile da contabilizzare ed è proprio per questo che è politica. L’architettura quando si ricorda delle persone Giancarlo De Carlo aveva capito molto prima di noi che l’architettura non può essere ridotta alla produzione di oggetti, infatti la sua idea di partecipazione non era un vezzo democratico da aggiungere a posteriori a un progetto già deciso: significava riconoscere che gli abitanti non sono semplicemente i destinatari dell’architettura, ma parte della sua stessa ragione d’essere. È una lezione che Milano dovrebbe rileggere, poiché l’abitante non è l’ultimo anello della filiera edilizia, è il soggetto per il quale quella filiera dovrebbe esistere. Un ascensore rotto non è soltanto un guasto, per un anziano può diventare una frontiera. Una bolletta energetica troppo alta non è soltanto una voce di bilancio, per una famiglia fragile può diventare una scelta fra riscaldarsi e pagare altro. 

Un cortile degradato non è soltanto uno spazio maltenuto, può diventare il luogo nel quale la socialità si ritira, lasciando spazio alla solitudine, alla paura, alla percezione dell’abbandono. Il cemento si vede, la fragilità sociale molto meno e forse è anche per questo che la prima finisce più facilmente dentro una fotografia istituzionale. Milano e l’idea che la casa costruisca città Non occorre nemmeno andare troppo lontano nella storia milanese per trovare un’idea più ambiziosa della casa pubblica. Nel complesso Monte Amiata al Gallaratese, progettato da Carlo Aymonino e Aldo Rossi, l’edificio residenziale non è semplicemente un contenitore di appartamenti. Il progetto ragiona sulla forma urbana, sulle relazioni fra gli edifici, sugli spazi collettivi, sulla possibilità di costruire una comunità attraverso l’architettura. 

Non è necessario trasformare il Gallaratese in un santino dell’urbanistica milanese, ma penso sia utile ricordare una cosa: la casa è sempre stata anche una questione di città. La domanda, dunque, non dovrebbe essere soltanto quanti alloggi abbiamo recuperato. Dovrebbe essere: che cosa abbiamo costruito intorno a quegli alloggi? Il problema non è nato ieri Ed è qui che il presente torna inevitabilmente a interrogare il passato, perché il problema dell’edilizia pubblica milanese non è una scoperta del 2026. Nel 2022 le condizioni di una parte del patrimonio erano conosciute. Lo erano le difficoltà degli inquilini, le necessità di manutenzione, gli alloggi non utilizzati, le fragilità delle periferie. 

Nel frattempo sono arrivati programmi, stanziamenti e obiettivi sempre più espliciti. Oggi arrivano 180 milioni. Bene, ma la domanda politica resta: perché una città debba aspettare che un problema strutturale diventi abbastanza grande, visibile e costoso da trasformarsi in una priorità politica? Non è una domanda polemica, ma essenzialmente una domanda sulla capacità di governo. Sulla programmazione, sulla manutenzione come politica ordinaria e non come risposta straordinaria. 

Un patrimonio pubblico non si conserva scoprendolo ogni cinque anni, ma si conserva ogni giorno e se oggi possiamo soltanto compiacerci del fatto che finalmente si investa, non dobbiamo per questo rinunciare a chiedere quanto sarebbe costato intervenire prima, non soltanto in euro, ma in vite quotidiane, disagi, occasioni perdute, fiducia consumata. Dalla casa all’abitare C’è però un passaggio che considero ancora più importante. 

Le politiche abitative non possono più essere pensate come un capitolo separato dal resto della città. Casa, welfare, servizi, mobilità, spazio pubblico, sicurezza urbana, qualità ambientale, relazioni di vicinato: sono pezzi diversi dello stesso problema. Lo si vede soprattutto nei quartieri più fragili, poiché una persona non vive dentro un appartamento per ventiquattro ore al giorno. Vive dentro un quartiere e quando quel quartiere perde servizi, quando gli spazi comuni degradano, quando il trasporto pubblico arretra, quando gli anziani restano soli, quando i giovani non trovano luoghi nei quali stare, quando il rapporto con le istituzioni diventa esclusivamente burocratico o repressivo, il problema non è più soltanto abitativo. È diventato urbano, ed è diventato anche un problema di sicurezza. 

Qui c’è forse una delle contraddizioni più interessanti della Milano contemporanea. Da anni discutiamo di sicurezza soprattutto attraverso le categorie del controllo, della sorveglianza, dell’ordine pubblico, ma una parte della sicurezza urbana nasce molto prima dell’intervento repressivo. Nasce dalla qualità dei luoghi, dalla presenza delle persone, dalla cura dello spazio pubblico, dalla possibilità di riconoscersi in un quartiere, dalla presenza dei servizi, dalla fiducia nelle istituzioni, dalla possibilità, semplicemente, di non sentirsi abbandonati. Soprattutto per queste essenziali questioni che la proposta che può sembrare più radicale è, in realtà, molto concreta: trasformare l’attuale Assessorato alla Sicurezza in un Assessorato all’Abitare. Non perché la sicurezza non serva, ma perché la sicurezza, se la prendiamo sul serio, è troppo importante per essere ridotta alla sola dimensione della repressione. 

Un assessorato all’Abitare dovrebbe tenere insieme ciò che oggi viene spesso amministrato per compartimenti separati: patrimonio ERP, manutenzione, welfare territoriale, qualità dello spazio pubblico, servizi di prossimità, fragilità sociali, mobilità di quartiere, prevenzione del degrado e sicurezza urbana. Non sarebbe un assessorato alla casa con un nome nuovo, sarebbe un cambio di paradigma. La domanda non sarebbe più soltanto: “quante case abbiamo”? Ma: “che città stiamo permettendo alle persone di abitare”? Il paradosso di Milano 

È una domanda particolarmente urgente in una città come Milano. Una città che negli ultimi quindici anni ha conosciuto una crescita straordinaria della propria attrattività, degli investimenti, del valore immobiliare, della popolazione e delle attività economiche, ma una città che, nello stesso tempo, è diventata sempre più difficile da abitare per una parte dei suoi stessi cittadini. È il paradosso milanese. Una città può aumentare il proprio valore e contemporaneamente diminuire il proprio valore d’uso. Può diventare più ricca e meno accessibile. Più bella e più espulsiva. Più attrattiva e più estranea a chi non riesce più a sostenerne il costo. E qui emerge un’altra questione che non possiamo più eludere: ERP e casa accessibile non sono la stessa cosa. 

Milano ha contemporaneamente il problema di chi non riesce ad accedere alla casa sul mercato, di chi riesce ad accedervi ma non riesce più a sostenerne il costo e di chi vive già nell’edilizia pubblica, ma deve fare i conti con alloggi e contesti degradati. Sono problemi diversi e richiedono politiche diverse. Per questo il tema degli affitti calmierati, dell’housing sociale, delle convenzioni e dell’utilizzo del patrimonio pubblico non può essere considerato un capitolo separato. 

Serve un’offerta abitativa che non lasci il mercato come unico arbitro dell’accessibilità, perché una città non può limitarsi a riparare ciò che il mercato lascia indietro, deve provare a modificare gli equilibri che producono quella distanza. In questo quadro il patrimonio ERP non è una periferica politica sociale, dovrebbe essere una delle infrastrutture attraverso le quali la città può provare a correggere le proprie diseguaglianze. Per questo non basta recuperare gli alloggi. Bisogna restituire senso al patrimonio pubblico e non considerarlo un magazzino di appartamenti da amministrare, ma un’infrastruttura sociale della città. 

Quattro anni dopo Nel 2022, parlando alla UIL, sostenevo che la fragilità abitativa producesse anche fragilità democratica. Non era una provocazione. Quando una persona non sa a chi rivolgersi, non riesce a compilare una domanda, non comprende un contratto, non trova un interlocutore istituzionale; quando vive in un luogo nel quale lo spazio pubblico sembra essere semplicemente ciò che resta dopo aver costruito gli edifici, quella persona non è soltanto più povera, ma è più lontana dalla città e quando una parte della città si allontana dalla città, prima o poi rischia di allontanarsi anche dalla politica.

 È una delle ragioni per cui l’abitare dovrebbe tornare a essere una grande questione politica urbana, non un capitolo dell’assessorato alla Casa, non una voce di bilancio, non una sequenza di inaugurazioni. Una politica dovrebbe essere, la più organica possibile, perché la differenza è enorme. Un appartamento si può ristrutturare, un quartiere si deve governare, una comunità si deve costruire, ed è forse questa la misura vera dei 180 milioni. Non soltanto quanti muri riusciranno a rimettere in ordine, ma quanta città riusciranno a restituire a chi oggi rischia di non sentirsi più parte di essa. La manutenzione degli edifici è necessaria. La manutenzione delle comunità è indispensabile e se davvero vogliamo tornare a parlare di diritto all’abitare, dobbiamo smettere una volta per tutte di confondere la casa con il luogo nel quale semplicemente si dorme. Perché una casa può essere una tana oppure può essere il primo pezzo di una città. 

Gabriele Ghezzi 

Esperto di Sicurezza Urbana 

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