IL SINDACO CHE NON AVETE MAI OSATO CHIEDERE, MA SI PUÒ DESIDERARE

La sindrome delle primarie, Calabresi, il non-sogno di Mamdani

Elly Schlein non s’è fatta vedere alla Festa dell’Unità. Lascio agli addetti ai lavori le motivazioni del Pd milanese e quelle della Segreteria Nazionale, sto al fatto: le sorti di Milano sembra non figurino tra le priorità dei vertici d’un partito che sa farsi male da solo.  Non riesce a esser chiaro a Roma e nel Paese su che cosa vorrebbe davvero a proposito di primarie. Tattica e paura son certe cattive consigliere quando hai a che fare con Conte, che t’ha battuto sul tempo: visto l’esito del referendum sulla Giustizia, ha condizionato da subito la sua partecipazione al Campo Largo, contando di logorare Schlein e il Nazareno e conquistarsi ai gazebi il voto popolare. «Ma i 5 Stelle qui hanno solo il 2 per cento», Sala ha dato voce a tutta l’irritazione che serpeggia nel Pd.

 A Milano in effetti il Pd sembrava poter/dover giocare in casa nei confronti degli alleati. Eppure, siamo a settembre, e non ha ancora espresso un candidato, né una modalità definitiva con cui sceglierlo, tanto meno i tempi. I mal di pancia tra i democratici, a livello nazionale e locale, assorbono più energie di quelle che i dirigenti riescono a dedicare a elaborazione di visioni generali (a livello di Paese e di collocamenti geopolitica), promozione e difesa delle autonomie locali, programmi specifici in fatto di sanità, welfare, cultura, scuola, difesa del territorio. Ça va sans dire con le necessarie le alleanze.

La sindrome da primarie appare sempre più come una maledizione per i Dem. Milano ne è un esempio. Lo si è visto quando Mario Calabresi ha deciso di dare la propria disponibilità a fare il Sindaco e, da persona per bene, ha presentato subito il suo biglietto da visita: dimissioni da cariche e occupazioni che avrebbero potuto offrire spunti critici a possibili conflitti d’interesse. Il Pd, che sino a quel momento era riuscito solo a traccheggiare intorno all’individuazione del successore di Sala, è andato in affanno.  

C’è chi azzarda, ad esempio, Schlein si sia tenuta alla larga dalla festa dell’Unità per togliersi dall’imbarazzo di scegliere tra Pierfrancesco Majorino, che si dice a lei vicino, Anna Scavuzzo, donna fortemente maturata sul campo, Emanuele Conte, assessore al Bilancio uscente, uomo di Sala). Il partito che aveva lasciato che tra endorsment, iniziative personali, logiche di gruppi, ambizioni soggettive e di cordate si arricchisse la rosa di possibili candidati, s’è ritrovato alla fine a dover fare i conti con la necessità di organizzare i gazebi. Il popolo sovrano dipanasse la matassa bollente che un gruppo dirigente impanicato si palleggiava di mano in mano. 

Che cosa credeva l’ex Direttore di Repubblica e de La Stampa? Di trovar subito porte aperte e passatoie rosse? Di assumere il ruolo di “Papa straniero” che molti a sinistra cullano come una benedizione perché compone dei conflitti interni?  

Se davvero Calabresi nutrisse retropensieri interessa poco e, diciamolo, gli farebbe ingiustamente torto il solo pensarlo. Fatto sta che nel centro-sinistra (perché il Pd ha responsabilità, ma altri gruppi politici, forze sociali, espressioni culturali non sono da meno nell’autoreferenzialità e nello smarrimento dell’interesse generale, cioè: una politica di giustizia sociale, che abbia al centro la persona, e che abbia come avversaria le destre, non i concorrenti interni) il solo affacciarsi di Calabresi sulla scena è stato vissuto come un problema, non come un’opportunità. È vero, l’hanno invitato e ascoltato alla Festa dell’Unità, ma la cortesia può esser segno di umana relazionalità, non obbligatoriamente di strategia politica.

E di visione politica Milano ha bisogno come il pane, pane fresco, non pan pòss. La città non è più di sé stessa e né di chi la abita. Appartiene ai fondi d’investimento, padroni ormai di gran parte del patrimonio edilizio del centro storico, con impoverimento di istituzioni pubbliche (il Golgi Redaelli  sta vendendo i palazzi fra via Torino e piazza Missori per sanare il bilancio, nel silenzio di Comune, Regione, Ministero); è di chi per convenienza vi stabilisce residenze e pied-à-terre; si ritrova nei piccoli diffusi capillari e tenaci interessi degli affitti brevi, che consentono a pensionati e a una parte di ceto medio dei reinventarsi affittacamere; è materia prima per gli organizzatori di eventi, in cui si sta trasformando la cultura; è luogo usa-e-getta di pendolari che vanno e vengono ancora nonostante lo smart working. In skyline che si rinnovano prescindendo da una strategia e da una pianificazione (i soviet si sono appropriati del termine, che vuol dire solo: avere una visione) 

Milano appartiene a un’edilizia che ondeggia tra sistemi da codice penale (vedi costruzione del Consolato statunitense) e volumetrie da investimenti di capitali prima che case da pensare urbanisticamente e socialmente, perché possano essere degnamente abitata da persone: uomini, donne, bambini, anziani riuscendo nel contempo a conciliare il pranzo con la cena; Milano è zona di pascolo redditizio per multinazionali delle consegne a domicilio contrastate da una Procura erede di antichi saperi giuridici e di socialità.

Milano è il pozzo nero del sommerso che produce per i marchi del lusso tra sfruttamento, caporalato, violazione d’ogni principio umanitario del lavoro senza però che tale industria si accorga mai dei processi produttivi e delle condizioni ambientali in cui i capi le arrivano ben confezionati; la città è luogo d’un turismo che mordi e fuggi e presidio della grande distribuzione e di quella più piccola ma sempre irregimentata in catene che fa chiudere le botteghe di quartiere e la socialità indotta. 

È una Milano scolorita rispetto a problemi che è vero, per molta parte sono antichi, ma un tempo eran vissuti come di tutti, con sindacati e cultura del lavoro presenti, capaci di vedere, di intervenire, di contrastare, di trasformare; è una Milano che non s’accorge del Beccaria e nemmeno di un San Vittore affollato per il doppio della sua capienza; è una città che si gira dall’altra parte rispetto alle periferie, che non prova sussulti di dignità a proposito di anziani, malattie mentali, che si sta caivanizzando nella considerazione del disagio giovanile, che scarica sulle parrocchie i pagamenti delle bollette di luce e gas che un Governo che non approvando né condannando le guerre di Trump, contribuisce a far salire alle stelle i carichi delle famiglie, essendo anche incapace (o non concordando tra le forze di maggioranza) d’una strategia sulle rinnovabili. 

Anche la Chiesa di Leone XIV sembra molto preoccupata di questa Milano che si sa cos’è stata e che cosa potrà essere, ma ignora verso dove in realtà sta andando. Il Papa ha infatti pregato l’Arcivescovo di rimanere per un anno al suo posto, perché sembra molto complicato anche per lui trovare un Presule per la città che fu di Ambrogio. 

A Roma dev’essere arrivata la preoccupazione civica e spirituale per lo svuotamento ideale, etico, politico (precisiamo, perché i malpensanti aspettano solo le citazioni estrapolate) che affligge Milano e al quale Mons Delpini ha dato ancora una volta parole l’8 settembre in Duomo: «L’inizio – dice il profeta – è la critica della stanca ripetizione, del conformismo comodo e vile. L’inizio è il coraggio, l’audacia di contestare l’individualismo per convocare alla fraternità, di contestare l’autoreferenzialità che difende l’arbitrio come libertà, che resiste allo stile sinodale come a un pericolo e a una complicazione inutile. 

È l’audacia di annunciare il Vangelo fuori dal tempio, nell’occasione quotidiana, perché il mondo non muoia di tristezza e di noia. È l’audacia di farsi avanti per dichiarare pubblicamente la propria intenzione di servire la missione nel ministero ordinato, come dichiarano questi nostri fratelli che vengono ammessi agli Ordini sacri»

Avendo per guida il motto meloniano e Maga “Dio, patria, famiglia” ci si sarebbe aspettati che almeno una spinta sul fronte dei “valori” (un tempo “non negoziabili”) e quindi uno spiraglio di apertura d’un dibattito culturale avesse potuto venire dalla maggioranza di Governo. Invece sin sono susseguite ridde di voci su nomi improbabili. Si poteva (e spesso s’è dovuto) non essere d’accordo con Albertini e con la Moratti; ma i sindaci dell’era Berlusconi son stati degli interlocutori rappresentativi e autorevoli per certi mondi. 

Il centro-destra invece non trova candidati credibili – almeno sino ad oggi – forse perché in fondo da post-repubblichini, Lega, Forza Italia non vien vissuta una gran differenza tra Palazzo Chigi e piazza della Scala. Le destre, quelle estreme in particolare, non hanno mai amato le autonomie. E queste han sempre ricambiato autoritarismi, omologazioni, conformismi, burocrazie, colonialismi con fierezza, iniziative, ironia anche, vie peculiari e originali (persino la Chiesa da secoli ha il “rito ambrosiano”) e in casi in cui libertà e diritti erano a rischio “resistere”.

Gli Amministratori han fatto bene a risentirsi quando Giuseppe Conte ha invocato “discontinuità” tra l’attuale gestione e chi dovrà succedere. Han visto la superficie, la querelle partitica, la strumentalizzazione di logiche nazionali, gli interessi di bottega. Ma che Milano non possa continuare sulla via battuta negli ultimi anni è una necessità e le forze e la cultura progressista (l’attributo è fin riduttivo, ma l’importante è intendersi) se lo devono prendere come impegno. Perché è chiaro a tutti ciò cui, ancora una volta, mons. Delpini ha dato parole: «Tanta gente aspetta un aiuto, un’organizzazione più equa della società. Credo che la Chiesa debba esprimere un invito a sognare, ad avere orizzonti, a immaginare come sarà la città negli anni a venire, quindi affrontando temi gravi come l’invecchiamento e la solitudine». Tanto che vien da chiedersi, preoccupati per loro e, ancor di più per noi: ma i politici sognano ancora?

Milano non sogna un Zohran Mamdani: credo non ne abbia bisogno, al momento, almeno. Ma di un/una esponente del riformismo ambrosiano e lombardo ha assoluta necessità. In questo senso, Mario Calabresi ha sparigliato i giochi, ha messo a nudo i ritardi, i non detti, le riserve mentali, riti e liturgie che suppliscono alle visioni di sostanza e i contenuti covati con pazienza con il proposito di prendere gli altri per sfinimento, dargli forma e gambe per camminare. 

Una classe politica degna di tale nome può decidere di chiamare il popolo a consulto, ma le primarie diventano una sindrome se non lo fa per comprovare le scelte già elaborate e rese esplicite in termini di programmi e di uomini e di donne che dovrebbero realizzarli, scelte chiare in termini di obiettivi, responsabilità, risorse. Non si allestisce un Barnum, costoso soprattutto in termini di energie psichiche individuali e collettive, a rischio poi di confusioni e fraintendimenti, per scaricare sul popolo i compiti d’un mestiere che sembra si abbia disimparato a fare. 

Marco Garzonio

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