A CHE PUNTO È LA NOTTE MILANESE

La ricerca del prossimo Sindaco come specchio della città

Correva allora il 2015, Franco Bolelli e Stefano Boeri lanciano l’idea di MI030* e chiamano a raccolta un gruppo di amici che portano in dote le loro competenze specifiche con il progetto di fare emergere da un gruppo di ragazzi in gran parte liceali, le idee per la Milano del 2030, una sorta di appendice al Mondo salvato dai ragazzini della Morante, come veicolo per la nascita di una coscienza civica in generazioni ormai spoliticizzate a causa della perdita di appeal delle vecchie ideologie.

C’era dell’Illuminismo dietro quell’idea, ovvero che le necessità individuali e quelle collettive di una città fossero scritte nel DNA dei suoi cittadini, notoriamente propensi al Fare, e che un processo di autocoscienza collettivo avrebbe fatto maturare nei più giovani, destinati poi a governare la Città di lì ai prossimi quindici anni, una capacità di progetto su obiettivi circostanziati, necessariamente de-ideologizzata, una cesura con la politica post ’68 e post ’77 fatta di grandi contrapposizioni ma aliena dalla ricerca di soluzioni ai problemi immediati.

Siccome a quella data ci siamo quasi e qualcuno dei figli di quel momento per me unico sta effettivamente muovendo i primi passi nella vita cittadina, se posso indicare quanta coscienza del reale è poi effettivamente emersa, mi trovo a constatare che al posto degli ingegneri, architetti o economisti forniti di passione civile che ci eravamo immaginati, alla fine invece abbia prevalso l’artigianato fondato su di un comodissimo vecchio armamentario ideologico, fatto di verità non spiegate e di nemici tanto vaghi quanto invincibili come i mulini di Don Chisciotte: quei ragazzi di allora che oggi fanno politica, al posto di un parallelo percorso di crescita personale che permettesse loro una via d’uscita una volta conclusa l’esperienza pubblica, hanno puntato tutte le loro carte sulla Politica, acquisendo la malizia comunicativa ed il controllo territoriale che fu dei politici di lungo corso assieme a un curioso e funzionale anti-leninismo pratico, dove l’avanguardia per conquistare posizioni funzionali a sé non va da nessuna parte,  ma si assicura una base cui è sufficiente dire quel che vuole sentirsi dire.

Sono partito da quel ricordo per spiegare le ragioni per cui anche la parte più di Sinistra del centro sinistra non è stata ancora in grado di partorire un Mamdani in grado di lasciare un segno perché, come insegnava Einaudi, per poter deliberare occorre conoscere e quindi portare in dote programmi praticabili e saldamente radicati nei bilanci cittadini in modo da puntare ad una maggior coesione e integrazione in una società nel mentre stratificatasi in modo netto, specie in città.

 Per contro balza agli occhi la stanchezza del Modello Sala e non certo per i risultati che non sono mancati vedendo Milano inserita nelle dinamiche internazionali, ma proprio a causa dell’incapacità nel porre mano alle domande più elementari che riducano le differenze sociali proprio a partire dalla casa, problema oggi particolarmente acuito di cui è segno evidente l’emigrazione progressiva della classe media,

I due dati interessanti sono la quantità crescente di candidati per il Centro-Sinistra e l’assenza di candidati di spessore nel Centro-Destra: entrambe le cose si spiegano con la probabile non contendibilità di Milano, almeno a livello dei votanti effettivi, che oggi dà in apparente vantaggio l’amministrazione uscente, il che spinge da una parte molti nel Centro-Sinistra a tentar la sorte delle primarie per garantirsi una rendita di posizione futura e dall’altra nel Centro Destra a risparmiarsi l’effetto Bernardo.

L’aspetto più significativo è quello del Centro-Destra come se la Milano che fu dei Formentini, degli Albertini e delle Moratti fosse cosa diversa da quella di oggi, un oggetto non più maneggiabile da Meloni, Salvini e Tajani anche se l’estraneità tangibile nelle vicende cittadine origina probabilmente da un’indolenza politica figlia del benessere garantito dai bilanci di Regione Lombardia e dall’infinita quantità di posizioni remunerate offerte da quello sportello lavorativo a partire dalla Sanità, che esauriscono senza troppo sforzo le ambizioni di quel mondo: il magro stipendio offerto dallo scranno di Palazzo Marino non risulta evidentemente funzionale nemmeno ad una futura carriera politica di ben altro spessore.

Peraltro la stessa non rilevanza nazionale emerge anche nel Centro-Sinistra con l’aggravante che, sostanzialmente bloccata la prospettiva regionale e ridotti i posti disponibili anche a Roma entrambi oltretutto privi di possibilità governative, nemmeno i ruoli operativi degli Assessorati garantiscono un futuro politico, tanto che gli ultimi due milanesi di spessore (Majorino e Maran) son dovuti passare dal dorato Purgatorio europeo e solo il ruolo di capofila nell’annunciata sconfitta regionale ha consentito al primo di reinventarsi milanese, come dimostra l’aspirazione ad una candidatura non esattamente benedetta dal Pd milanese, nonostante l’evidente, anche se implicito, supporto della Schlein.

Sostegno talmente implicito che pure l’altra candidatura forte, ovvero quella di Calabresi sponsorizzato dal Segretario cittadino Capelli e che sarebbe capace di coagulare un mondo sicuramente più variegato di quello molto ortodosso majoriniano, pur essendo invisa alla Segretaria a tutt’oggi priva nelle grandi metropoli di un Sindaco a lei riconducibile,  non può venire direttamente avversata, tanto che la Segretaria ha evitato di venire a Milano proprio per allontanare le due contrapposte conseguenze dannose in quanto divisive e destinate così a riverberarsi nella sua principale competizione come leader del Campo Largo.

È chiaro che dare l’imprimatur alle primarie milanesi con il risultato quasi certo a favore di Majorino e candidati desistenti annessi, avrebbe generato un notevole imbarazzo sia all’interno dei riformisti milanesi che fra gli alleati sul fronte centrista, molto forte a Milano, e per converso, una volta stabilita la pericolosità divisiva di una scelta troppo monocolore,  favorire così gli accordi attorno al nome di Calabresi scontentando però la Sinistra milanese e quella parte di alleati che in quell’impostazione radicale si trovano più a loro agio, valutandola più in discontinuità rispetto a Sala.

Ciò si deve infatti leggere anche alla luce delle altre Primarie-Non-Primarie nazionali che sono ancora di là da venire e nelle quali proprio la Segretaria si gioca il suo futuro politico, Primarie legate alla legge elettorale che verrà (o che non verrà) e che in ogni caso prima di un paio di mesi lasceranno il panorama politico milanese immobile in un surplace che rimanda a quelli mitici di Maspes al Vigorelli.

Ma se l’indecisione romana condiziona sicuramente Milano, un ulteriore elemento significativo rimanda alla tribolata successione di Pisapia conclusasi con le  Primarie del 2016 che videro una partecipazione molto allargata a quel tipo di Partito dei non iscritti allora immaginato nell’era renziana, dove la  pur forte candidata in pectore dell’ex Sindaco non ebbe l’appoggio dello stesso sino all’ultimo, quando oggi i due figli più in vista di questi dieci anni di Sala, Scavuzzo e Conte, paiono nelle posizioni di rincalzo nonostante il buon servizio offerto da entrambi alla città  riandando così proprio alla analoga candidatura Balzani, poi scomparsa dall’orizzonte cittadino nonostante il suo buon governo al Bilancio.

E qui si delinea un ulteriore elemento che appartiene in forma esclusiva a Milano: il Governo cittadino è ininfluente sui destini della città al di fuori delle disposizioni urbanistiche, non a caso croce e delizia di questi anni, ed è il motivo per cui Sindaco a parte, tutto passa e niente resta.

Milano è noto essere città che marcia da sola e nelle sue componenti principali non dipende in nessun modo da quanto il Comune disponga, con la dovuta eccezione delle politiche energetiche dettate in modo asburgico dalla sua principale Partecipata, peraltro in scomodo condominio con il Mercato e con Brescia, fatto questo che mette spesso le necessità milanesi, in particolare quelle legate all’indipendenza energetica e alla riduzione a zero delle emissioni, un di cui ininfluente.

Proprio l’economia pubblica milanese nella sua dimensione asfittica, come asfittica a questo punto risulta pure la sua dimensione d’azienda limitata per chiara scelta del Sindaco uscente alla nuova cinta daziaria offerta dalle Tangenziali, rende la conquista del Comune un evento tutto sommato trascurabile, fatto ovviamente salvo il prestigio conferito dalla carica.

Se si guardano i fatturati delle sue Partecipate e ancor più agli utili generati alla Città o le rivalutazioni patrimoniali che ne derivano, troviamo un panorama di rara piattezza dove giustamente emergono gli utili di SEA e quelli A2a che tengono in piedi la baracca a nafta del Comune, macchina sin qui irriformata per carenza di obiettivi e lasciata colpevolmente ad un regime di autodichia in mano ai suoi dirigenti.

Nessuno dei contendenti del Centro-Sinistra ha giustamente posto le ragioni economiche e territoriali al centro del suo programma, perché un conto essere nominato da un consesso coordinato di volontà politiche convergenti che quegli obiettivi pongono come prioritari, un conto andarsela a cercare battendo strade e mercati dove le grandi questioni contano meno del prezzo della fu-michetta.

Ecco perché vista da qua la situazione attuale non si sbloccherà entro e breve e perché probabilmente nessuno di coloro che nei prossimi mesi andrà a intensificare la sua azione per diventare il successore di Sala, arriverà facilmente primo al traguardo.

Giuseppe Santagostino

*https://arcipelagomilano.org/wp-content/uploads/2015/07/MI030_manifesto.pdf 

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