SCOOP DI ARCIPELAGO: IL NUOVO CANDIDATO DEL CENTRODESTRA
Voci e sussurri
Per qualche giorno, complice la calura estiva, nei corridoi della politica milanese è circolata un’indiscrezione talmente assurda da sembrare vera: Giuseppe Sala, smesso il maglioncino verde e le calze a righe, pronto a risorgere come candidato sindaco… del centrodestra.
E non per fare un dispetto a nessuno, eh: semplicemente perché ormai a Milano ogni cosa è possibile, tranne trovare qualcuno che voglia davvero prendersi la responsabilità di governarla.
Secondo la voce – nata probabilmente da un aggregato di aperitivi e frasi ascoltate male – Sala starebbe flirtando con l’idea di “riportare il pragmatismo al centro”, il che avrebbe convinto alcuni strateghi di centrodestra che, con un colpo di genio degno della Milano da bere, si sarebbero detti: “Ma se Sala già vince, perché non ricandidiamo proprio lui?”.
Del resto, sarebbe il primo caso nella storia italiana in cui un sindaco passa dalla sinistra alla destra non per convinzione ma per ottimizzare il tempo: cambiare coalizione è senz’altro più rapido che convincere i cittadini a votare qualcun altro.
E così, ecco prendere forma il racconto: Sala che presenta un nuovo programma chiamato “Io Cambio, Voi No”, che inaugura cantieri già inaugurati ma con una pettinatura leggermente diversa, che apre una conferenza stampa dicendo: “Sono qui per difendere un valore fondamentale della destra milanese: l’efficienza… almeno quella percepita”.
Peccato che, proprio mentre fantasticavo di questa metamorfosi degna di un Urban Center dadaista, è arrivata la doccia fredda: Sala non può fare un terzo mandato consecutivo. Fine della storia, applausi, sipario. I giuristi ringraziano, la satira piange. E forse i milanesi tirano un sospiro di sollievo.
Del resto, la questione della successione a Palazzo Marino è diventata ormai una specie di concorso pubblico senza bando. A pochi mesi dalle elezioni del 2027, i nomi in circolazione sono talmente tanti che il problema non sembra più essere trovare un candidato, ma trovare un modo per farli stare tutti sulla scheda elettorale. L’ANSA ha parlato di una ventina di aspiranti sindaci: più che una competizione elettorale, un casting per un nuovo format televisivo.
A questo punto, però, una domanda rimane sospesa: se il centrodestra volesse davvero un “nuovo Sala”, ma di destra, come dovrebbe essere?
Immaginiamolo.
Un manager, ovviamente. Curriculum internazionale, meglio se ha passato almeno tre anni in un aeroporto intercontinentale – ma non come il personaggio di The Terminal – e quattro dentro un consiglio d’amministrazione – ma non come la Ferragni – dove nessuno capiva esattamente cosa facesse (o forse proprio come la Ferragni), ma tutti erano d’accordo che lo facesse bene.
Capace di parlare inglese con quell’accento milanese un po’ metallico che comunica affidabilità agli investitori stranieri e rassegnazione ai residenti.
Dovrebbe presentarsi come persona “non ideologica”, che in Italia significa: “mi occupo di cose serie, non di quelle che dividono, come la politica”.
Vestirebbe in modo sobrio, ma abbastanza costoso da comunicare: “sono imprenditoriale”. Non avrebbe mai twittato nulla di compromettente, tranne forse una volta: una foto delle vacanze a Cortina con didascalia “Finalmente un po’ di meritocrazia”.
O paparazzato nelle Baleari con costume adamitico, col titolo: “Milano ha bisogno di concretezza”.
In città sarebbe noto per aver diretto con successo qualcosa di molto grande: un’azienda di servizi, una fiera, un’infrastruttura strategica, o – nel caso migliore – un progetto della cui utilità gli esperti discutono ancora animatamente.
Avrebbe amici influenti, ma nemici pochissimi: soprattutto perché non ha mai fatto in tempo a restare in un posto abbastanza a lungo da generarne.
Il suo slogan? “Milano, ma più veloce”. Quindi: Milàn.
Il suo programma? Portare a termine tutto ciò che è già iniziato, evitando accuratamente di iniziare cose nuove. Una scelta saggia, considerato che a Milano ci sono ancora così tante cose iniziate che, per finirle tutte, probabilmente serviranno due amministrazioni, tre commissari e almeno un miracolo urbanistico.
Il candidato ideale, infatti, dovrebbe promettere solennemente di non fare altri progetti. Al massimo completarli.
Niente nuove piazze. Niente nuovi grandi masterplan. Niente nuove torri. Niente nuove piste ciclabili. Niente nuove discussioni sulle piste ciclabili. E soprattutto niente nuove varianti urbanistiche.
Perché il candidato di centrodestra del futuro avrebbe capito una cosa fondamentale: a Milano non serve necessariamente costruire qualcosa. A volte basta riuscire a spiegare perché non si può costruire.
E qui entrerebbe in gioco anche il nuovo PGT.
L’amministrazione Sala sta cercando di portarne avanti l’adozione entro l’autunno, con particolare attenzione, tra le altre cose, al tema degli studentati e dell’edilizia a costi più accessibili.
Il problema è che il PGT è una di quelle creature amministrative che hanno un rapporto molto particolare con il calendario: nascono in una legislatura, crescono nella successiva, vengono osservate, controdedotte, modificate, interpretate e, quando finalmente sembrano pronte, spesso arriva una nuova amministrazione che spiega perché erano sbagliate.
Il nostro candidato potrebbe allora presentarsi con una soluzione rivoluzionaria:
“Il PGT lo facciamo dopo.”
Dopo le elezioni. Dopo l’estate. Dopo la fine delle inchieste. Dopo la prossima sentenza. Dopo che avremo capito cosa ne pensa il TAR. Dopo che avremo capito cosa ne pensa la Procura.
E, soprattutto, dopo che avremo capito cosa ne pensa il prossimo sindaco.
Una tecnica amministrativa innovativa, chiamata “urbanistica differita”. Non è detto che risolva i problemi della città, ma almeno evita di crearne di nuovi. Anche perché nel frattempo l’urbanistica milanese continua a vivere in una dimensione parallela. Da una parte i cantieri, dall’altra i tribunali; in mezzo il Comune, che cerca di capire se deve accelerare, rallentare o semplicemente aspettare che qualcuno gli dica cosa fare.
Proprio nei giorni scorsi, per esempio, il TAR ha dato ragione a un’impresa in una vicenda legata a una pratica edilizia rimasta bloccata, facendo riemergere persino lo spettro del commissario ad acta. E ci sono decine, se non centinaia, di operazioni che attendono risposte dagli uffici.
Una situazione perfetta per il nostro candidato. Che potrebbe promettere: “Un Comune che risponde.”
A tutti. Sì o no. Ma soprattutto in tempi ragionevoli. Una promessa quasi rivoluzionaria.
Quali i punti id forza di un siffatto candidato? Nessuno ricorda mai esattamente chi sia, e quindi nessuno ha motivi concreti per non votarlo.
Anzi, più passa il tempo, più il candidato ideale diventa indistinguibile dalla categoria professionale del “civico autorevole”: quella figura mitologica che compare ogni volta che i partiti non sanno chi candidare e che, secondo la leggenda, possiede competenze manageriali, conoscenze internazionali e soprattutto non ha mai partecipato a una riunione di partito.
In fondo è esattamente quello che sta cercando il centrodestra milanese: un nome capace di parlare alla città senza spaventare nessuno.
Un’impresa non semplice, visto che nel frattempo la concorrenza si è moltiplicata.
C’è chi guarda al mondo dell’impresa, chi a quello delle professioni, chi alle forze dell’ordine, chi alla politica pura. E persino Roberto Vannacci ha già messo sul tavolo il proprio candidato: il generale dei carabinieri Carmelo Burgio, annunciato come candidato di Futuro Nazionale.
Del resto, se il problema è trovare un uomo forte per Milano, perché limitarsi a un manager? Potremmo avere direttamente un generale. E se anche quello non funzionasse, ci sarebbe sempre la possibilità di nominare un amministratore delegato.
Oppure un generale-amministratore delegato. Un CEO con mostrine.
A quel punto Milano sarebbe davvero pronta per la nuova stagione: più sicurezza, più efficienza, più KPI e, soprattutto, una bella dashboard in tempo reale per sapere quanti cantieri sono aperti, quanti chiusi e quanti sequestrati.
Il candidato ideale arriverebbe così alla conferenza stampa di presentazione con un PowerPoint di 42 slide.
La prima: MILANO 2030.
La seconda: VISION.
La terza: VISION 2.0.
La quarta: VISION 2.0 – UPDATE.
Dalla quinta alla quarantaduesima, fotografie di skyline. Nessuno capirebbe esattamente cosa voglia fare, ma alla fine della conferenza tutti avrebbero la sensazione che sia una persona seria.
E questo, nella politica italiana, è già metà della vittoria.
Insomma, un Sala 2.0, con la differenza che non si candida per proseguire il proprio lavoro, ma per iniziare il lavoro che altri forse un giorno termineranno. Un uomo – o una donna, perché naturalmente il genere sarà rigorosamente irrilevante purché il curriculum sia abbastanza lungo – che sappia amministrare Milano senza innamorarsene troppo.
Che sappia parlare agli investitori ma anche ai residenti. Che conosca la città ma non troppo. Che abbia idee ma non troppe. Che sia civico ma non troppo civico. Politico ma non politico. Di destra ma rassicurante. Rassicurante ma competitivo. Competitivo ma moderato. Moderato ma con carattere. E soprattutto che sappia pronunciare la frase magica: “Su questo faremo una verifica tecnica.”
A Milano è una frase potentissima. Può significare tutto. Può significare sì. Può significare no. Può significare forse. Può significare che qualcuno ha telefonato a qualcun altro. Può significare che il progetto è fermo. Oppure che è già partito.
In ogni caso, significa che l’amministrazione è al lavoro.
Ed è questo, probabilmente, il vero segreto del Sala 2.0. Non cambiare Milano. Convincere Milano che sta cambiando. Perché in una città in cui i confini tra progresso, marketing e urbanistica sono diventati più fluidi di una torre in Porta Nuova, potrebbe perfino funzionare. E se poi, alla fine, il centrodestra non trovasse il suo candidato?
Nessun problema. Potrebbe sempre candidare Sala.
Naturalmente non Giuseppe. Ma il suo gemello. Peppino. Quello di destra. Quello che, per dieci anni, è rimasto nascosto dentro Palazzo Marino ad aspettare il momento giusto.
Ecco il varo scoop di Arcipelago: finalmente trovato il candidato.
Peccato che sia già sindaco.
E soprattutto che non possa più farlo.
Pietro Cafiero
