OPERAI

L’operaio non va in paradiso

Ci sono termini e parole che vengono da lontano, tuttavia nessuno si sofferma più di tanto sull’usato sicuro, sul definito e consolidato, alcune forti ma vulnerabili, altre addirittura temute e dunque scomode sia per chi le pronuncia che per chi le ascolta, soprattutto se l’ambito della discussione è politica e si discute di sociale. Le parole sono sostanza si diceva, ma oggi questa definizione non sembra reggere la contemporaneità. Scrive Pierpaolo Pasolini: “Ciò che resta originario nell’operaio è ciò che non è verbale: per esempio la sua fisicità, la sua voce, il suo corpo. Il corpo: ecco una terra non ancora colonizzata dal potere.”

Talvolta mi capita di vedere fotografie degli anni 50 e 60, foto in bianco e nero di cittadini che aspettano il tram per andare a lavoro vestiti con dignità, gli uomini in giacca e le donne secondo stagione. Chi oggi racconta quel periodo, lo descrive come un periodo felice, di grande spinta vitale in cui ognuno poteva progettare un futuro per sé e la propria Famiglia.  Dalle foto si respira il senso della misura, quasi del rigore e dell’umiltà dignitosa. Talvolta si conoscono persone di modi umili, le classifichiamo in un certo modo, poi si conoscono meglio e magari si corregge l’approccio ma quella prima valutazione resta e ci condiziona.  A livello mentale, elaborare questa informazione richiede un piccolo sforzo di adattamento. È del tutto normale avere difficoltà a collegare una persona umile a un titolo altisonante e viceversa. Il cervello umano lavora molto per associazioni.

Si è parlato e letto molto delle classi sociali spesso con dinamiche classiste, altre con toni romanzeschi creando figure di riferimento popolare che; ad esempio, facevano dell’operaio un archetipo della lotta perenne contro il famigerato “Padrone “o dell’impiegato un martire fino allo stupefacente Fantozzi di Paolo Villaggio, definendo per sempre la figura del sottomesso ai superiori (il mitologico Direttore Generale) non necessariamente padrone.  

M‘incuriosisce cosa scrive l’AI dei termini operaio e impiegato:

  • Operaio: un lavoratore subordinato che svolge mansioni prevalentemente manuali ed esecutive all’interno di un’impresa. 
  • Impiegato: Il lavoro è prevalentemente intellettuale e contribuisce all’organizzazione dell’attività produttiva (l’AI scrive in grassetto il termine intellettuale). 

Certamente nella società delle periferie milanesi, i termini operaio e impiegato sono ancora presenti, con i loro aspetti del vivere neanche troppo lontani dallo stereotipo convenzionale di un tempo, spesso legato ad un concetto di resilienza associato a rassegnazione. 

Abito vicino ad una delle periferie più povere d’Italia secondo i dati Istat (reddito pro-capite di cica 15mila euro/anno), Quarto Oggiaro, dove si sviluppano delle vere e proprie tecniche di sopravvivenza e modelli di vita quasi mai comprensibili per chi non li vive. Molte persone umili ma dignitose, purtroppo vengono catturate dagli stereotipi di una società fluida, da quel mondo socialmente ed economicamente lontano, tuttavia apparentemente indossabile grazie ai social che compiono il miracolo di dare a tutti una mini telecamera voyeuristica con la quale entrare in certi salotti di  velluto di porpora che si riverbera anche nei luoghi dei tanti che spesso parlano della periferia senza viverci, arrogandosi un valore intellettuale tale da poter raccontare e spiegare qualcosa che non vivono anche a chi ci vive, un diritto di parola “ubi major” acquisita grazie a qualche saggio o romanzo scritto dove primeggiano vite estreme, controeroi descritti con toni di  grigio ma che poi conquistano i cuori perché riscattati da Bukowski: Solo i poveri conoscono il significato della vita; chi ha soldi e sicurezza può soltanto tirare a indovinare.” –  Storie di ordinaria follia.

Vale la pena sondare gli interstizi del pensiero moderno, là dove c’è da capire cosa resta del termine “operaio”, quando la politica riempiva i seggi urlandolo ed oggi evita persino di pronunciarlo. Le conseguenze sono chiare, il termine è forzatamente silenziato ed espropriato del ruolo di base su cui poggia la piramide economica, fino ad essere escluso anche dai romanzi, dai film d’essai. Così il problema non esiste perché non esistono più gli operai, se mai esistono i lavoratori.

Scrive Ignazio Silone:   L’operaio di una città moderna usufruisce oggi di un benessere materiale superiore a quello di un nobile dei secoli scorsi. La frase è tratta dal testo: “Uscita di sicurezza “dove   Silone si racconta e ci spiega anche i perché della sua uscita dal Partito Comunista. Era il 1930, quando in pochi di sinistra capirono che lo stalinismo non poteva essere accettato come paradigma dello sviluppo di una società democratica in cui il proletariato fosse protagonista riconosciuto, Silone fu espulso con la condanna di opportunismo. 

Silone e Pasolini, seppur di diverse origini, aderirono al Partito Comunista in modo convinto, per poi compiere uno stesso percorso critico fino a capire che quel partito andava verso una perdita di aderenza con i principi stessi per cui era nato nel 1921.

Sono nato a Piombino ai piedi degli altoforni dell’Italsider, da piccolo guardavo le “tute blu” che uscivano al fischio delle 5, era come vivere il “Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo. A Piombino eravamo tutti operai, era un termine che neanche si usava in quanto scontato poiché chi abitava in Città, era per forza un operaio, tutti avevamo “lo spolverino “sui davanzali di casa, anche i borghesi, i negozianti, i politici, tutti si respirava quel carbone che dava e toglieva la vita. Dunque, il termine operaio, non era solo una connotazione lavorativa, era un riconoscersi in una società civile che aveva come base il proletariato, non potevi essere qualcosa di diverso se abitavi a Piombino così come a Sesto San Giovanni. 

Ma da quegli altoforni uscivano anche pensieri, arte, progettualità, prospettive di vita, qualche volta capacità di espressione come capitò a Sirio Bandini, operaio/pittore cresciuto guardando il grande maestro Renato Guttuso del quale si riconosce la pennellata maestra.  Bandini restò operaio durante tutta la sua vita costellata da soddisfazioni e riconoscimenti fino ad incontrare e ritrarre il grande Giorgio Strehler in una Milano operaia, ma concreta e geniale. I termini operaio, periferia, proletariato, Società e Partito Comunista, erano in sincrono, una potenza incredibile, una miscela ad alto potenziale che lasciava senza parole qualsiasi interlocutore. 

Termini potenti, austeri e oggi imbarazzanti per una un’intera generazione politica che ha colto con favore il periodo grigio opaco della transizione generazionale, del revisionismo storico/politico, reinventando una sinistra rosa/fuxia, tanto da non riuscire più a distinguere il passo, il timbro, la religiosità. Milano è classista e snob tanto da usare il termine Working class: Molto diffuso per edulcorare il termine “proletariato” che oggi è chiunque si trovi in una periferia, magari in un contesto di un ceto medio impegnato a non estinguersi in quel magma del sottoproletariato ancora esistente ma evitato da una sx di plastica, a Milano in particolar modo. Se si odora di proletario si è out tanto da sentirsi quasi sempre inadeguati fuori dal proprio condominio, dal proprio quadrante di quartiere dove ci si specchia in un vetro opaco di uno smartphone e ci si vede più belli, più magri, più adatti.

Oggi parlare di classismo dà fastidio, è inopportuno immergere un grave in un contesto fluido, poiché crea caos, onde che riverberano su certe corde sensibili, certi ambienti in cui tutto è ovattato, asettico, ossessivamente trendy, dove si evita di dire che invece il classismo esiste ed è peggiore di quello di un tempo perché rafforzato dal paradigma del successo plastico che plasma; purtroppo, le menti del futuro, i giovani i quali fanno fatica a riconoscersi come generazione del cambiamento in una realtà impegnativa in cui servirebbe invece una presa di coscienza, un salto fuori dallo status di minor

Mi è capitato recentemente di vedere l’esponente più autorevole della sx milanese, il sindaco Sala in via Aldini, per l’inaugurazione del centro di via Aldini 72 a Musocco/Certosa (un centro di accoglienza voluto dall’assessore al welfare Lamberto Bertolé che certamente non poteva proporre in via della Spiga). La delegazione è arrivata venerdì 26 giugno in tarda mattinata in tutta fretta per una foto di rito, nessuna parola con i cittadini, nessun contatto con chi poteva essere ostile, scomposto per la cerimonia.                                                                                                                                                                                                                   

Guardarlo era come vedere la televisione, così lontano, così irreale rispetto al luogo, un centro che accoglie vite emergenziali, tutti meno che i residenti e soprattutto non intercetta i bisogni del quartiere, dei giovani che non hanno dove andare per crescere, se non gli oratori.

La periferia deve fare la periferia, Il problema non è il sociale o il pensiero del welfare o l’inclusione, oramai termini urticanti per chiunque abbia almeno un neurone critico che circola, è la strategia di una società vincente che taglia qualsiasi germoglio di presa di coscienza, soprattutto in periferia dove decidono altri cosa va fatto, dove i giovani faticano a sentirsi integrati come ragazzi milanesi nel contesto di una Milano che ancora classifica le persone dal codice di avviamento postale. 

Nella città che funziona, tutto deve avere un ordine e la periferia non può essere un’altra cosa, deve essere operaia, proletaria, continuare a sviluppare resilienza, non può abituarsi al meglio, altrimenti diventa un’altra cosa. No, l’operaio non va in paradiso, anche lì le cose sono cambiate.   

Gianluca Gennai  

                                                                                                                                                                                                                        

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