MILANO 1946. DONNE, REFERENDUM, COSTITUZIONE
Dopo tanti anni le donne sono ancora cittadine di serie B
Dal 25 aprile 1945 al 2 giugno 1946 Milano, per quanto ferita dai bombardamenti (terribili quelli del 12 e 13 agosto 1943 e la tragica strage di Gorla del 1944) e attraversata da un’indigenza diffusa, si rialza: democratica, antifascista e repubblicana. Si assiste a uno dei passaggi chiave della storia contemporanea, esito di un percorso lungo e complesso, la cui genesi va ricercata nella Resistenza, vissuta dalle donne con un nuovo ruolo da protagoniste e una rinnovata abilità dialettica.
Milano diventa il simbolo della Liberazione, quando in altre zone dell’Italia continuano a sopravvivere ancora per alcuni giorni aree sotto il controllo fascista e tedesco. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia presidia la sede in largo Monforte, lasciata da poche ore da Mussolini. C’è nell’aria una gran voglia di lasciarsi alle spalle la drammaticità della guerra: la comunità è animata da un fermento culturale e politico e fiorisce la ripresa della vita democratica e delle attività politiche e civili.
Nell’aprile 1946 in occasione delle elezioni amministrative, a cui partecipa per la prima volta l’elettorato femminile, Milano conferma l’orientamento della lunga tradizione socialista e nomina una giunta tripartita Psiup, DC e PCI; Antonio Greppi viene designato sindaco e rimarrà in carica sino al 1951. Risultano elette nelle elezioni amministrative quattro donne su 48 consiglieri, di cui due nelle liste del PCI, una di soli 26 anni (oggi le donne elette sono 18 su 48).
Con il referendum istituzionale del 2 giugno trionfa a Milano, come in gran parte del Centro-Nord, la Repubblica: in città la percentuale dei voti a favore della Repubblica tocca il 67,77 % e è ancora più alta nella cintura operaia. La percentuale di votanti donne è più alta rispetto agli uomini.
Netta è invece la prevalenza del voto monarchico a sud dell’immaginaria linea Roma-Pescara. Ne emerge il ritratto di un’Italia divisa, conservatrice al Sud e investita al Nord dal vento del cambiamento.
L’Università degli Studi di Milano ha condiviso con il Comune la responsabilità di custodire e trasmettere, difendere e valorizzare come patrimonio comune la memoria della città in questa storica ricorrenza e di renderla fruibile anche al pubblico più giovane attraverso il libro fotografico “Milano 1946. Donne, referendum, Costituzione”, nato nell’ambito del progetto promosso dal Comune di Milano “I giorni della Democrazia. Ottant’anni di Repubblica italiana”. Un lavoro collettivo, arricchito da brevi saggi di ricerca storica e da interventi di carattere narrativo, che ha visto coinvolti studiosi e studiose dell’Ateneo, esperti e divulgatori. Prezioso il lavoro di selezione delle fotografie, in gran parte inedite, raccolte presso 28 fondi e archivi storici civici e nazionali, curato da Maria Canella.
L’apparato fotografico testimonia tra l’altro il momento della consegna a cura di un messo nella sala da pranzo di una famiglia delle schede elettorali per le elezioni amministrative a Milano, le prime con suffragio universale in Italia; l’accompagnamento a votare di anziani e malati con un camion che reca a bordo le sedie e sulla fiancata la scritta “Partito Comunista Italiano”; la lettura dei manifesti di propaganda e le lunghe file per l’attesa del certificato elettorale, prima, e per il voto, poi, come quelle per l’acqua e per i beni di prima necessità.
E ancora i bambini che giocano in cortile alle elezioni; la folla plaudente e le celebrazioni con il gonfalone della Città di Milano in piazza Duomo e un sostenitore della Repubblica, che rinomina il cartello di piazza Gabriele D’Annunzio in piazza della Repubblica. E le prime pagine dei giornali che titolano a caratteri cubitali “La Repubblica ha vinto! Viva la Repubblica (l’Unità); “Il popolo ha scelto. La storia ha scritto. È già Repubblica” (Milano sera); “È nata la Repubblica italiana” (Corriere della Sera).
Una testimonianza iconografica che consente di cogliere il clima di laboratorio vivo di partecipazione e rinnovata fiducia di quei giorni. Milano è città protagonista che trova nel suo tessuto culturale e civile l’energia per rinascere, anche ricostruendo e riaprendo a tempi record luoghi della cultura feriti dalla guerra.
Milano, città illuminata e illuminista, nella ricostruzione decide di investire sulla cultura grazie alla lungimiranza del sindaco Greppi A Brera – secondo la testimonianza di Rossana Rossanda – si lavorava in un’aria indaffarata di confusione, di trasloco e di giubilo, che si prova dopo una tragedia.
Toscanini, che se ne era andato dall’Italia, a guerra finita riceve l’appello radio dei milanesi a tornare come direttore del tempio ambrosiano della musica: commosso comunica la vicinanza negli anni di lotta per il riscatto dai crimini dalla tirannide antifascista e torna fiero di esprimere il proprio voto per una libera Italia, come cittadino e non come suddito dei Savoia.
L’11 maggio 1946 tutta la città accorre al rito di consacrazione del Teatro, dove per la sua direzione il Maestro pretende la rimozione dal palco dei simboli dei Savoia e il reintegro delle maestranze che erano state allontanate perché antifasciste o ebree.
Chi non può entrare forma una grande platea all’esterno; anche i tram vengono fermati per non disturbare Sociale aveva avuto sede una formazione di polizia fascista, che li utilizzava per interrogatori e detenzione.
Strehler per anni chiede che vengano conservate le tracce di sangue nei camerini del Piccolo Teatro, che prima erano celle.
Antonio Banfi, docente di filosofia dell’Università degli Studi, collabora con Elio Vittorini alla fondazione della Casa della Cultura: in calce all’atto si legge anche la firma di Giulio Einaudi.
In piazza Cavour apre la sede del palazzo dei giornali.
Soprattutto inizia una nuova lotta di costruzione degli spazi personali e di rivendicazione dei diritti per le giovani donne, che per la prima volta con emozione e eccitazione avevano fatto il segno in croce sulla scheda come un fregio che disegna la parola fine[1] e apre le porte al riscatto.
Come ha scritto Ignazio Silone, la vittoria della Repubblica è un atto di vita improcrastinabile, di buona salute, di creazione; è un atto di modernità dovuto soprattutto alle classi lavoratrici e noi tutti dobbiamo impegnarci in prima persona in modo da esserne degni.
Rita Bramante
[1] Alba Carla Lauritai de Céspedes
