L’ULTIMO SINDACO DEL SOCIALISMO MUNICIPALE

Cinquant’anni fa Carlo Tognoli veniva eletto sindaco di Milano

Cinquant’anni fa Carlo Tognoli veniva eletto sindaco di Milano, il più giovane della storia, restandolo per 10 anni 7 mesi e nove giorni, secondo solo a Giulio Bellinzaghi che governò la città per 16 anni ma era un altro secolo. Tognoli è eletto, in quanto socialista per un accordo tra i partiti e in quanto autonomista (il nome dato alla corrente nenniana favorevole all’indipendenza dei socialisti dai comunisti), per un accordo tra le correnti del PSI. È quindi, come del resto per tutti i suoi predecessori fin dai tempi della giunta Mussi (18 dicembre 1899) una scelta politica e partitica. 

Tognoli difese spesso il primato della politica: “Il ruolo che i partiti svolgevano, non senza difetti, di formazione, di scuola, di esperienza, di selezione anche attraverso la cooptazione, permetteva a esponenti della società civile di trovarsi, se lo volevano, una corsia da percorrere nella pista della politica, venendo a conoscenza delle regole scritte e non scritte. Oggi sembra che non ci siano più regole in quanto infrante dalla classe politica. La verità è che da quando c’è stata una immissione di massa, senza filtri, di coloro che dalla società civile hanno voluto entrare in politica, si è registrata la massima sregolatezza. È come se molti dei nuovi attori pensassero che la politica fosse solo “il seggio”, dal quale agire, senza dover rispondere a nessuno. Il controllo che in passato gli elettori esercitavano sugli eletti era costante. Certo erano in posizione più favorita gli iscritti ai partiti, gli opinion maker, i leader di associazioni assistenziali e di organizzazioni del tempo libero, che influenzavano l’elettorato. Certo esisteva un margine per il clientelismo. Tuttavia, l’eletto si sentiva guardato e misurato, e questo aveva un effetto nei comportamenti e negli atteggiamenti politici. (articolo per Milania 2009)”.

Tognoli si era iscritto al PSI sull’onda dei fatti d’Ungheria, intitolò anni fa un suo articolo “il sangue ungherese che risvegliò i socialisti” dove ricorda peraltro come in un sondaggio tra gli iscritti PSI circa il 25% si fosse dichiarato favorevole all’intervento sovietico.

Si iscrive ad un partito in trasformazione.

Uno strano partito che non era più quello dell’apparato morandiano fusionista, un partito che vedeva l’afflusso di molti intellettuali provenienti dal PCI ma che metteva insieme un po’ di tutto.

Dal ‘56 al ‘66 transitano nelle sezioni socialiste ed hanno un ruolo: i vecchi turatiani a partire da Ezio Vigorelli  rientranti dallo PSDI, i radicali Eugenio Scalfari ed Elio Vittorini in lista per le comunali nel 1960 con un documento pubblicato dall’Espresso a firma di scrittori, registi, intellettuali tra cui Elsa Morante, Leonardo Sciascia, Alberto Moravia, Ennio Flaiano, Mario Pannunzio, Franco Fortini, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Mario Soldati, Camilla Cederna, Guido Calogero, Vittorio Caprioli, Piero Caleffi, Bruno Zevi.

Il partito del CERES che poi diverrà fondandosi con il Centro studi Turati nel 1961, Club Turati con Guiducci, Pizzorno, Bocca, Momigliano, Olcese, Caracciolo, Bassetti ma anche Feltrinelli; recita una relazione della questura del 13 settembre 1961 “le spese di gestione del circolo culturale Filippo Turati sono state assunte dal radicale Aldo Bassetti e dall’editore Giangiacomo Feltrinelli, quest’ultimo entrato, di recente, in stretti rapporti con il PSI”.

Ma anche i trotzkisti con Repossi, uno dei fondatori del PCI che in un articolo del 13 maggio 1922 aveva definito i suoi futuri compagni “lacchè, cagnolini, servitori, pappagalli, moretti, pastetta, giocolieri, orecchianti, adulatori dei principi, giullari, impostori, beccamorti, riscuotitori di mance” e con lui Massimo Gorla molto più giovane che sarà leader di Avanguardia Operaia.

È il partito anche di Corrado Simioni, nenniano, quello dell’Hyperion per anni ritenuto da alcuni come il giudice Calogero il grande vecchio del terrorismo, per altri come Lotta continua un infiltrato della Cia, per altri ancora come il BR Franceschini semplicemente un mistero.

Il partito di Giulio Seniga, con Pier Carlo Masini e Giorgio Galli in Azione Comune (e prima con Fortichiari in Azione Comunista) ma anche di Luigi Cavallo quello di Pace e Libertà accusato da Violante di essere uno dei protagonisti del golpe Sogno.

È il partito che ha Toni Negri come segretario di sezione e consigliere comunale a Padova e Turi Toscano poi leader del MS Statale nel comitato centrale della giovanile socialista. 

È un partito in cui il termine riformismo (ricorda Pillitteri in un libro che Nenni lo definiva un “assurdo politico e psicologico”) ha ancora una valenza negativa, un partito in cui molti fanno propria la definizione che di Caldara fu data nel 1936: “il carrierista del socialismo. La nullità promossa alle cariche supreme, il prototipo del riformismo imbecille e codardo”.

Anche nei nenniani le idee sono diverse: scrive il loro leader milanese Mazzali, uno degli artefici del primo centrosinistra “un socialista non può essere anticomunista”.

Solo al Congresso di Palermo nel1981, la corrente autonomista prenderà il nome di riformista, ci erano voluti decenni per sdoganare il termine.

Quella di Tognoli con Craxi è quindi una lunga marcia per riaffermare il riformismo e per ricollocare la tradizione turatiana milanese al posto che le spetta; questa lunga esperienza di minoranza è una delle chiavi per capire il socialismo degli anni ’80.

Nel 1962 quando Tognoli partecipa da delegato al congresso nazionale della FGS, Azione Socialista il periodico della federazione riporta il dibattito nel comitato federale e nelle sezioni dedicato al XXII° congresso del PCUS mentre il congresso dell’Internazionale Socialista viene definito un organismo non socialista, sottolineatura utile a confermare che il PSI non ci vuole avere a che fare.

Tuttavia, è lo stesso partito che aspira alla riunificazione con i socialdemocratici e che nel gennaio 1961 dà vita al primo centrosinistra italiano con sindaco Cassinis.

Un po’ di chiarezza si farà con la scissione dello Psiup ma non completa visto che ancora nel 1968 su azione socialista Gangi, Tognoli, Natali, Seniga, Martelli, Collio Abbondanza, Da Rold e Finetti firmano una lettera di protesta contro l’Avanti che commenta i fatti cecoslovacchi nel luglio con “espressioni introvabili nella stampa del PCI e dello Psiup”.

La riscoperta del riformismo turatiano va di pari passo con la riscoperta del riformismo amministrativo: Craxi aveva una idea ben precisa di quella che doveva essere la politica di Palazzo Marino e la esplicitò in un intervento programmatico il 29 novembre 1967 quando licenziò il sindaco Bucalossi, il compagno di partito che metteva come primo obbiettivo il pareggio di bilancio cancellando un secolo di interventismo sociale del comune.

I riferimenti di Tognoli sono i riformisti storici in particolare Faravelli, e il gruppo di Critica Sociale, rivista della quale sarà direttore.

Il cursus di Tognoli è quello classico del dirigente di partito: federazione giovanile, esperienza amministrativa (nel 1960 è in lista per il comune di Cormano dove rimase 10 anni), poi ufficio stampa della federazione (uno degli slogan che inventò credo insieme al corresponsabile Pillitteri per la campagna elettorale del 1963 fu: “si è fatto più in un anno con i socialisti che in 10 anni senza”). Responsabile economia, responsabile organizzazione, segretario cittadino, vicesegretario provinciale. In consiglio comunale entrò nel 1970, diventa assessore all’assistenza poi al demanio e ai lavori pubblici passando anche per le società comunali, fu infatti vicepresidente SEA. Quasi sempre in ruoli di minoranza. La “battaglia” interna di partito, del resto, è una costante del PSI milanese almeno dalla fine dell’800, più volte, ad esempio, la sezione milanese discusse l’espulsione di Turati.

Nel settembre del 1970 28 membri del direttivo che facevano riferimento come recita il documento a De Martino, Mancini, Giolitti, Viglianesi, Mosca dimettono gli autonomisti dalla maggioranza dove rientreranno solo nel dicembre del 1972 ma solo nell’ottobre 1976 otterranno il controllo della federazione eleggendo Nuccio Abbondanza segretario.

Nel 1976, già sindaco, dopo le elezioni ricorda in una intervista al Corriere che “La sinistra turatiana si va lentamente spegnendo in città” e attacca frontalmente la nomenclatura del partito che “ha tenuto fuori gli uomini di cultura e gli intellettuali perché teme la discussione, il dibattito, l’anticonformismo”. Di lì a poche settimane Craxi sarà eletto segretario nazionale.

Per dare una idea del clima post-elettorale vale la pena citare due commenti: “se in viale Lunigiana (sede allora della federazione milanese ndr) avessero avuto un voto per ogni punto interrogativo che ora grava sulla federazione di Milano le elezioni le avrebbe vinte il PSI” e ancora: “il partito si è dissolto nelle beghe”.

Tognoli era stato eletto sindaco il 12 maggio 1976, con il voto dei consiglieri socialisti (escluso il suo personale voto, che fu di astensione), dei comunisti, dei demoproletari, degli indipendenti protagonisti del ribaltone dell’anno precedente e dal consigliere democristiano Crespi, che motivò la propria fiducia come un attestato di stima. Succedeva ad Aniasi che si candidava al parlamento alle elezioni del 20 giugno. Aniasi sarà eletto con 64000 preferenze doppiando Craxi che si ferma a 36000 e Mosca vicesegretario nazionale de martiniano capo indiscusso dell’apparato (che nel 1972 aveva a sua volta doppiato Craxi) e Lombardi a 31000 voti.

La giunta e la maggioranza restano quelle di Aniasi, di sinistra eletta con l’opposizione dei vertici nazionali ed in particolare dei responsabili enti locali di PCI e PSI (Cossutta e Labriola) perché è una giunta anti compromesso storico, che allarga il fossato tra DC e PCI che Berlinguer voleva ridurre.

L’indicazione di Tognoli avviene all’unanimità nel direttivo socialista che si conclude nella notte del 7 maggio ma è un fatto formale, in realtà si era parlato di altri candidati Polotti, Peduzzi ma soprattutto il favorito era stato Umberto Dragone, leader della sinistra ritenuto però forse troppo protagonista per la nomenclatura de martiniana. 

In una intervista del 2020 ricorda: “non era un momento felicissimo per la città: la violenza degli scontri politici, il terrorismo, la crisi economica… Sentii l’esigenza di salvaguardare la capitale economica e ridare fiducia ai cittadini… Avevamo due strumenti: l’urbanistica e la cultura… La città si stava trasformando da industriale a post-industriale, con accelerazioni nel terziario avanzato. Ci sembrò opportuno concentrarci sui trasporti dei singoli: mettemmo in cantiere la linea 3 della metropolitana, la gialla, prolungammo la 1 e la 2, cioè la verde e la rossa. Facemmo partire i lavori del passante ferroviario. Vennero recuperate e trasformate molte aree industriali dismesse… Cominciammo a promuovere manifestazioni culturali proprio per ridare fiducia ai milanesi e permettere loro di riappropriarsi della città: mostre, nuovi spazi teatrali, concerti… A Milano negli anni Settanta si usciva con la camicia bianca e si rientrava a casa con la camicia grigia. Facemmo un referendum e quelli per la chiusura di tutta l’area dentro i Navigli vinsero con il 70%. Non fu l’unico provvedimento di natura ambientalista. Dopo la municipalizzazione del gas, portai avanti anche la metanizzazione: gas metano invece del cosiddetto “gas di città”, ricavato dal carbone”.

Tornerà spesso sul tema delle municipalizzazioni. “Noi non pensavamo che la strada delle municipalizzazioni ci avrebbe portato al socialismo, ma che una corretta gestione dei servizi (trasporti, gas e energia elettrica, mercati generali, vendite controllate degli alimentari, farmacie comunali, raccolta rifiuti, acqua potabile, aeroporti) non “dominata” dall’obbiettivo esclusivo dei profitti da distribuire agli azionisti avrebbe potuto garantire ai cittadini tariffe convenienti. Il che non significava trascurare il pareggio di bilancio, ma ottenere vantaggi dalla rinuncia ad una parte dei profitti.”

In una lunga testimonianza nel libro di Landoni il comune riformista riassume così il suo lavoro a palazzo Marino: “dalla Milano da morire alla Milano da vivere” e sottolinea che lo strumento principale di questa transizione fu la cultura con due percorsi 1) quello della riaffermazione dei valori riformisti e quello della godibilità della città che andavano di pari passo.

La riaffermazione del riformismo è il recupero di Turati che municipalmente corrisponde con il recupero di Caldara di cui in anni più recenti ha curato mostre e pubblicazioni.

Rivendica Tognoli in un articolo Il socialismo municipale e l’autonomia dei comuni: “Filippo Turati, fondatore del Partito Socialista, ispiratore e ‘leader’ del riformismo e gli esponenti del PSI che più si dedicarono alla politica comunale (tra gli altri Montemartini, Bonomi, Caldara, Matteotti) elaborarono per gli amministratori socialisti linee di azione basate su una conoscenza profonda dei problemi e sulla convinzione di poter far avanzare il riformismo socialista dal governo locale. Questi autorevoli ‘esperti’ erano dei capi politici che sapevano leggere e padroneggiare i bilanci dello Stato e dei Comuni, che insegnavano ad amministrare con assoluta oculatezza, senza sprechi, ma con l’obbiettivo di introdurre nuovi servizi sociali e di tutela del lavoro e di migliorare quelli esistenti, per aiutare i lavoratori e i ceti meno abbienti. Erano dei modernizzatori, in nome dell’emancipazione delle classi più deboli: lo erano nel campo igienico e sanitario, nel favorire la costruzione di case popolari, nello sviluppare il trasporto pubblico urbano, nel contrastare la speculazione edilizia, nel proporre un sistema tributario locale nettamente distinto da quello statale, nel promuovere cultura e istruzione. Nei grandi comuni dove i socialisti furono maggioranza (per esempio e Milano e a Bologna) quelle misure funzionarono, di fronte ai conflitti sociali tra classe operaia e industriali, diremmo oggi, da ammortizzatori sociali…I lungimiranti amministratori socialisti identificavano nei comuni delle grandi città (come accadeva in altri paesi europei) dei veri e propri “governi” capaci di essere di esempio per il progresso armonico della società… La grandezza di Caldara fu di essere “il sindaco di tutti i milanesi”, e di mostrare profonda conoscenza delle leggi e della macchina comunale. Fu un ottimo amministratore, ma non fece l’amministratore delegato dell’azienda Comune di Milano anche se non fece errori nei bilanci…”. 

Vi è nella difesa del socialismo municipale di Caldara un esplicito attacco alle posizione dei massimalisti e dei comunisti che furono avversari duri del municipalismo riformista (lo stesso Caldara non sarà riproposto come sindaco), considerandolo un tentativo di rallentare la carica rivoluzionaria delle masse operaie con la fornitura di servizi che alleviavano il disagio del popolo; del resto nel 1917 i massimalisti con Lazzari (figura dimenticata ma centrale nella storia del massimalismo milanese) invitarono tutti i sindaci socialisti a rassegnare le dimissioni dall’incarico con fini esclusivamente propagandistici, sarà proprio Caldara per primo a disobbedire a questa follia.

Ricorda Ugo Finetti nel volume “Senza promettere la luna”: “Il socialismo riformista di Tognoli, infatti, non fu un monologo autoreferenziale, ma si sviluppava in un confronto continuo e nella dialettica con una cultura liberale milanese non reazionaria ma della competitività e dei diritti, una tradizione cattolica popolare e generosa, un comunismo cosiddetto pragmatico, non dogmatico e operaista. Antifascista e antiestremista non si trincerava in pregiudiziali sordità, ma nell’aula consiliare di Palazzo Marino era pronto ad accogliere ciò che nelle opposizioni di destra e di sinistra poteva essere espressione di disagio sociale o segnalava difetti reali. Nell’azione amministrativa era molto attento alla vita quotidiana dei cittadini e, soprattutto, degli anziani sin da quando come assessore promosse l’assistenza domiciliare”.

Tognoli indica come anno della svolta il 1980 che era cominciato con una strage: “Durante un servizio di perlustrazione a Milano, i componenti dell’equipaggio di un volante furono vittime di un agguato. Mentre transitavano sotto un ponte, la loro vettura venne bloccata da un automezzo; dagli occupanti di questo e da altri terroristi, nascosti nei pressi, partirono numerosissimi colpi di arma da fuoco. I tre componenti l’equipaggio della Polizia Antonio Cestari, Rocco Santoro e Michele Tatulli furono colpiti a morte. L’agguato fu rivendicato dalle Brigate rosse, con centinaia di volantini, firmati colonna “Walter Alasia” e riportanti, quale prima frase: «Benvenuto al Generale Dalla Chiesa!». Il 14 dicembre 1979 il generale era stato nominato capo della divisione Pastrengo, con competenza su Milano e su tutta l’Alta Italia.”

Scrive Tognoli: “La Milano degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta era una città in crisi, dopo l’attentato di Piazza Fontana e il crescere del terrorismo … l’assassinio di Walter Tobagi è del maggio 1980… Il nostro lavoro di amministratori comunali negli anni Ottanta era quindi orientato a ridare fiducia ai cittadini sia attraverso la normale attività, sia con una serie di iniziative culturali e ambientali. Sino ai primi anni Ottanta la gente aveva paura di uscire alla sera. Persino al sabato pomeriggio i cittadini non frequentavano il centro (Galleria, Piazza Duomo, Corso Vittorio Emanuele) … Ritornata la normalità la gente ricominciò a circolare e anche a divertirsi.”

Alle elezioni comunali il Psi passò dal 14,8 al 19,6%, Tognoli passa dalle 5325 preferenze con cui è stato eletto nel 1975 alle 57145 del 1980 che diverranno 73765 del 1985, meglio di lui nella storia della prima repubblica solo Malagodi che ne ebbe 58000 ma era il leader nazionale del liberalismo centrista.

Alle una e venticinque del 30 luglio 1980, il consiglio comunale aveva votato la fiducia alla giunta Psi-Pci, con Tognoli sindaco ed Elio Quercioli vice. 

Della collaborazione con il PCI Tognoli ricorderà: “Nel complesso, l’alleanza fu positiva per la stabilità del governo locale e perché nel PCI milanese prevalsero i revisionisti (o “miglioristi”) che respingevano la definizione di “riformisti” (preferivano chiamarsi “riformatori”) ma avevano accettato in pieno metodo e finalità riformiste” e ai funerali di Quercioli  ricorderà: “l’incontro tra comunisti e socialisti e socialdemocratici, sostenuto con convinzione da Quercioli e Craxi era un riformismo moderno e moderato gradito al mondo del lavoro e al ceto medio…non fu solo un incontro tra partiti , fu anche un incontro tra uomini e gruppi dirigenti attenti al nuovo e al sociale, un patrimonio che disperso, non può essere facilmente ricomposto…”. Ancora il 17 febbraio 2001 un articolo sul Corriere spiegava che D’Alema e Veltroni avevano chiesto a Tognoli di candidarsi contro Albertini.

Mezz’ora dopo la conferma della maggioranza, una Fiat 132 parcheggiata in piazza San Fedele esplodeva devastando il municipio e una decina di vetrine. Nessuna vittima. La rivendicazione è quella dei Gruppi Armati per il Contropotere Territoriale, che indicava in Palazzo Marino il “rappresentante territoriale del potere democristiano” curiosamente il giorno della conferma della giunta rossa.

 Il Corriere titola: Tognoli salvo per miracolo

Tognoli dichiara “nel terrorismo c’è una matrice ideologica una matrice storica che vede la violenza come unico strumento per cambiare le cose. Non vi è disagio sociale, questa ideologia non la cambiano le riforme sociali occorre un progetto culturale”, due giorni dopo esplode la bomba alla stazione di Bologna con 85 morti.

Bomba dimostrativa? Forse, certo è che i responsabili non saranno mai scoperti ma il giudice Guido Salvini, nella sua sentenza-ordinanza del 1995 sul terrorismo neofascista, a proposito scrive: “Anche in questo caso ci si trova dinanzi ad una azione della destra eversiva, mimetizzata in modo tale da far ricadere la responsabilità su gruppi di estrazione opposta”.

Nell’azione amministrativa ricorda Tognoli: “Alcune iniziative erano a cavallo tra il tempo libero e la cultura. Uno dei progetti avviati fu il ristorante estivo al Parco Sempione. Nell’agosto 1976, il servizio refezione del Comune di Milano allestì un grande ristorante con menù a prezzi popolari, sia per offrire un’alternativa a chi rimaneva in città (in particolare gli anziani) sia per creare un’occasione di socializzazione. Alla sera, infatti, si tenevano spettacoli musicali (Svampa e attori dialettali) sul palcoscenico disegnato da Alberto Burri, grande artista astrattista, per la Triennale e collocato nel Parco Sempione. Migliaia di persone frequentarono il ristorante del Comune (che utilizzava il personale della refezione scolastica, (inattivo per i tre mesi di chiusura della scuola). Negli anni successivi furono aperti analoghi punti di ristoro nei parchi Forlanini e Trenno. Quanto a Vacanze a Milano (dal 1976. L’iniziativa assumeva il carattere di ‘festa popolare’, ma in realtà era un servizio molto gradito dai cittadini in un periodo dell’anno nel corso del quale la gran parte degli esercizi pubblici chiudeva…‘”Milano Aperta”, era invece un programma di ospitalità per il teatro internazionale, ebbe un crescendo qualitativo straordinario Tra i complessi ospitati e i registi e i protagonisti di quegli anni ricordo, per il teatro d’avanguardia e la danza contemporanea Lindsay Kemp, Peter Brook, Arianne Mnouschkine, Tadeusz Kantor, Andrej Wajda, Jerzy Grotowsky, Kristoff Zanussi, Pina Bausch, Carmelo Bene, Merce Cunningham, Bob Wilson. Una concentrazione forse irripetibile di personalità del teatro, alcune delle quali rimasero per mesi e anni nel capoluogo lombardo a produrre spettacoli. Tra questi Kantor e Carmelo Bene… E i concerti, Milano era esclusa dal circuito mondiale dei concerti dopo che quello di Carlos Santana nel 1977 era finito tra lacrimogeni e scontri con la polizia, la giunta si impegna quini in una serie di concerti tra i quali mi piace ricordare quelli di Bob Marley che segnano l’inizio della fine della stagione cupa della città.”

Il titolo del libro di cui andava più fiero era “la cultura come terapia”, ricordando le mostre: Melotti, Henry Moore, le origini dell’astrattismo, l’altra metà dell’avanguardia. Due sono quelle che in qualche modo riteneva avessero segnato una svolta entrambe del 1982: le grandi celebrazioni leonardesche e la mostra sugli anni 30. In particolare, questa che recuperava aspetti creativi e culturali della città di un periodo fino a quel momento rifiutato in blocco. Fu una iniziativa coraggiosa che ebbe l’appoggio di una parte della intellighenzia progressista e del PCI milanese ma che ebbe anche non poche critiche che temevano un clima nostalgico che non ci fu.

Un capitolo a parte merita il referendum per la chiusura del traffico, ricordava sempre l’ex sindaco: “a seguito di queste sperimentazioni e della creazione di isole pedonali si fece strada la questione della chiusura del centro storico. Un comitato composto da ambientalisti e da esponenti dei partiti guidato da Giacomo Properzy del PRI propose la chiusura a partire dalla ‘cerchia dei navigli’. Su questa ipotesi la mia posizione fu netta: proposi subito un ‘referendum’, che avrebbe consentito alla giunta di assumere una decisione col sostegno dei cittadini, superando anche i dissensi interni alla maggioranza. Fu un successo perché i cittadini che si recarono alle urne per il rinnovo del Consiglio comunale nel 1985 approvarono con il 70% dei voti la chiusura”, come andò a finire successivamente è tutta un’altra storia che riguarda il contrastato rapporto tra palazzo Marino e i referendum svolti e mancati.

 Vi furono anche insuccessi: le Olimpiadi, cui rinunciò Milano per Barcellona a causa soprattutto del mancato appoggio di Roma o la città bloccata per la nevicata dell’85

Il suo slogan preferito fu “Amare Milano” il titolo di un suo libro del 1984 che è diventata poi un’associazione che lodevolmente continua la tradizione dei grandi pensatoi illuminati della città.

Lungo sarebbe ricordare più di un decennio di amministrazione cittadina; le giunte rosse a guida Tognoli dureranno fino al 1985 quando dopo le elezioni politiche lo stesso, in base agli impegni nazionali assunti da Craxi guiderà una giunta con la DC: “Fu un errore. Mi ritrovai sostenuto da chi mi aveva osteggiato e osteggiato da chi mi aveva sostenuto”. 

Con l’avvicinarsi delle prossime elezioni comunali non sarebbe male guardare al passato utile a trarre qualche idea per il futuro.

Tognoli morirà nel marzo del 2021, ai funerali il sindaco Sala lo ricordò con parole che gli sarebbero piaciute: “ancora oggi la nostra città fa fatica ad affrontare con obiettività l’eredità socialista nella sua storia… Bisogna invece avere il coraggio di ripensare al socialismo, forse di ripensare il socialismo. Non per dividersi negli steccati del noto, ma per capire quanto questa esperienza possa costruire nuove alternative democratiche, nuove visioni, nuove opportunità di un futuro che sappia unire in sé equità, sviluppo e rispetto dell’ambiente”.

Walter Marossi

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