LA SICUREZZA È UN PRODOTTO SOCIALE

Appunti per una nuova cultura del governo della città

Esistono parole che la politica abbandona per anni e che, all’improvviso, riscopre come se fossero nuove. La sicurezza è una di queste. Leggendo il recente intervento di Pierfrancesco Majorino, ai margini di una festa del suo partito con-ospite l’ex Capo della Polizia, Prefetto Gabrielli, mi è tornata alla mente una sensazione che-conosco bene. Non quella di trovarmi davanti a un’idea nuova, ma quella, assai più rara, di assistere al ritorno di un’idea che per troppo tempo era rimasta confinata ai margini del dibattito politico. 

Che la sicurezza appartenga al cuore della nostra Costituzione, come ricorda spesso Franco Gabrielli, è difficilmente contestabile. Sorprende, semmai, che una parte importante del centrosinistra abbia impiegato così tanti anni per liberarsi dall’equivoco culturale secondo cui parlare di sicurezza significasse inevitabilmente inseguire la destra sul suo terreno. Ben arrivati, meglio tardi che mai, ma il ritardo accumulato impone oggi uno sforzo ulteriore, poiché la sicurezza, quella urbana, non è semplicemente una funzione dello Stato, è qualcosa di più profondo. 

È un prodotto sociale. Non nasce nelle Questure, né nei Ministeri. Nasce molto prima e nasce nella qualità delle relazioni, nella fiducia tra cittadini e istituzioni, nella cura dello spazio pubblico, nella scuola, nel diritto all’abitare, nella cultura, nel commercio di-prossimità, nella possibilità di vivere una città senza esserne espulsi. In una parola, nasce dal governo del territorio. Se oggi guardo la sicurezza in questo modo, il merito non è soltanto della mia esperienza professionale e pubblica.

Devo molto anche agli studi di Jane Jacobs, che imparai a conoscere grazie all’architetto Luigi Capparella. Fu lui, molti anni fa, a suggerirmi uno sguardo diverso sulla città e da allora ho compreso che urbanistica, sicurezza, diritto all’abitare, beni comuni e qualità della vita non sono materie separate, ma parti di un’unica idea di democrazia urbana. È inequivocabilmente qui che il dibattito continua a mostrare il suo principale limite. Lo sguardo resta prevalentemente verticale, poiché si osserva la sicurezza partendo dagli apparati. Io continuo a pensare che bisognerebbe fare il percorso inverso. 

Partire dalla città, alle sue strade e marciapiedi, dai suoi quartieri, dalle sue fragilità, dalle sue relazioni. Ho avuto il privilegio di conoscere Franco Gabrielli quando era Capo della Polizia. Conservo di lui la stima per un servitore dello Stato di grande equilibrio e competenza, ma proprio per questo credo che il punto di osservazione di chi ha guidato il sistema nazionale della sicurezza non possa esaurire il tema della sicurezza urbana. 

Le città non si comprendono dal vertice, ma si comprendono dal basso, dove emerge prepotentemente una distinzione decisiva: l’ordine e la sicurezza pubblica appartiene allo Stato, la sicurezza urbana appartiene, prima di tutto, alla comunità. Da molti anni sostengo che ogni sistema della sicurezza si fondi sull’equilibrio tra due assi. Il primo è quello della prevenzione. Il secondo quello della repressione. Il primo appartiene agli enti locali e si esercita attraverso il governo del territorio: urbanistica, casa, -servizi sociali, scuola, cultura, commercio, illuminazione, spazio pubblico, beni comuni. 

Il secondo appartiene allo Stato, attraverso il Ministero dell’Interno, le Prefetture, le Questure, le-Forze di Polizia e la Magistratura. Non sono mondi alternativi, ma devono risultare nei fatti mondi complementari. Quando dialogano nasce la sicurezza. Quando uno pretende di sostituire l’altro, il sistema si indebolisce. Ed è esattamente ciò che abbiamo osservato negli ultimi decenni. Per questo non ho mai considerato il diritto all’abitare una battaglia separata dal tema della-sicurezza. Era, ed è, una battaglia per la sicurezza. Jane Jacobs lo aveva intuito molto prima di tutti noi: una città sicura è innanzitutto una città vissuta, -attraversata e abitata. Una città nella quale lo spazio pubblico appartiene realmente ai cittadini. 

Anche sull’immigrazione continuo a nutrire una convinzione che so essere controcorrente. Non considero l’immigrazione un problema di ordine pubblico. Lo diventa quando falliscono le politiche dell’abitare, dell’inclusione, della scuola, del lavoro e del-governo del territorio. Quando il sistema della sicurezza smette di funzionare come sistema, ogni problema sociale finisce-inevitabilmente per trasformarsi in un problema di ordine pubblico. Ma quella è la conseguenza. Non la causa. 

Per questo accolgo con favore il cambio di linguaggio che sembra attraversare oggi una parte, a mio avviso ancora residuale, del centrosinistra. Lo considero un punto di partenza, non ancora un punto di arrivo, anzi a dirla tutta siamo ancora un-poco lontani da quel punto finale. Le parole acquistano significato soltanto quando sono accompagnate da un cambiamento di-paradigma e il paradigma che, a mio avviso, Milano dovrebbe finalmente assumere è semplice. La sicurezza non si amministra. Si costruisce. 

Come si costruisce una comunità. Come si costruisce la fiducia. Come si costruisce una città. Per la Milano che verrà vorrei che questa riflessione non restasse confinata alla diagnosi. Ogni critica è sterile se non prova a indicare una direzione ed è per questo credo che Milano-dovrebbe avere il coraggio di assumere alcuni principi come fondamento di una nuova stagione.

– Riconoscere la sicurezza urbana come un prodotto sociale, non esclusivamente come una funzione di ordine pubblico.
– Restituire centralità al Governo del Territorio, facendo dell’urbanistica, del diritto all’abitare e-della qualità dello spazio pubblico i primi strumenti di prevenzione (governo del Territorio).
– Ricostruire un’alleanza permanente tra istituzioni, forze dell’ordine, associazioni, sindacati, comitati, scuole e cittadini, superando ogni approccio esclusivamente verticistico. 
– Misurare la sicurezza anche attraverso la fruibilità democratica della città, perché una città realmente vissuta è una città più libera e più sicura. 
– Rimettere al centro la cultura della prevenzione, ricordando che reprimere un problema è spesso necessario, ma prevenirlo è quasi sempre più giusto. Non è un programma elettorale. È un invito a cambiare sguardo. Perché le città non cambiano soltanto quando eleggono amministratori diversi. Cambiano quando imparano a pensare diversamente sé stesse. 

Gabriele Ghezzi

Esperto in Sicurezza Urbana

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