IDENTIKIT DEL SINDACO CHE (NON) VERRÀ
O del quarto miracolo di S. Ambrogio*
“Milano a questo giro avrebbe bisogno di un imprenditore” mi dice off-the-air il Presidente di una municipalizzata del Comune: sintesi perfetta non solo per me che imprenditore lo sono, ma per la Città, dopo un periodo trentennale che ha visto susseguirsi nell’ordine un Sindaco Amministratore di Condominio privo per propria scelta di un sistema di potere, una Sindaca con grandi idee ma circondata da avvoltoi, un Sindaco che ha dato corso, dando loro parvenza civile, ai progetti di chi l’aveva preceduto e infine un Sindaco Manager che ha fatto crescere come mai la Città secondo un modello però che porta dritto all’ipotesi di un Sindaco Imprenditore.
Qualunque sia il giudizio politico su Beppe Sala è evidente che i suoi dieci anni possono venire assimilati all’opera di una Zdora romagnola (la nostra Regiura) chiamata a imbandire un pranzo indimenticabile con le quattro cose che aveva in frigorifero, essendo a tutti evidente che né le Giunta, né i Partiti, né la rinomata e un po’ bolsa società civile milanese che lo sostenevano hanno potuto (e tantomeno voluto) toccare palla, consentendo così al Sindaco di crearsi un suo particolare sistema su cui ha fondato la gloria attuale di Milano.
Ovviamente molti avranno da eccepire se tale fu vera gloria, però è evidente che forte dell’iniziale spinta propulsiva fornita dalla sua Expo, il momento chiave che ha aperto la strada al Milano città turistica, tutto il resto è stato cucinato su di un tema dominante della Milano place-to-be, in ciò aiutati dalla vocazione internazionale della città, dalla Brexit e dalle norme fiscali favorevoli che hanno attratto residenti e capitali, nonché dal meccanismo ‘virtuoso’ per cui l’incremento di valore del metro quadro porta nuove costruzioni che a loro volta portano nuova crescita di tali valori, rendendo profittevole l’investimento nel mattone milanese anche a prezzi stellari per il resto d’Italia.
Ciò ha determinato, epifenomeno inevitabile, la fuoriuscita di quella parte di classe media incapace di reggere il costo milanese e il contemporaneo arrivo dal Sud e dall’estero dei giovani in cerca di affermazione nello studio e nel lavoro, i quali evidentemente considerano le spese altissime della vita cittadina per quel che sono ovvero un investimento sulla loro vita futura, sia in termini di preparazione, che in termini di opportunità e soprattutto in termini di relazioni: a ciò si aggiunga la notevole capacità demografica di tutti coloro che svolgono lavori sostanzialmente servili che premono sui servizi essenziali milanesi saturandoli, case popolari in testa, rendendo improba la permanenza cittadina dei giovani e di coloro che svolgono lavori appena un po’ meglio retribuiti.
Questa è la Milano che ci lascia Beppe Sala con una serie di corollari non di poco conto per il futuro della città perché il Sindaco, sin qui lunare nei confronti dei Partiti fra i quali ha ondeggiato senza riuscire a trovare requie, sembra aver apparecchiato un lascito cui prestare attenzione, disegnando una Milano economica a sua immagine e somiglianza: la partita ATM dove il futuro della municipalizzata viene ingessato per i prossimi quindici anni in un’alleanza priva di gara con i colossi Hitachi e WeBuild, l’operazione S.Siro che definisce una Milano sportiva nel nome di un’americanizzazione calcistica peraltro discutibile, lasciando nel contempo insoddisfatta la domanda di strutture a tutti i livelli per gli altri sport, il tentativo di consegnare SEA alla (peraltro buona) gestione dello storico socio F2i SGR** esautorando il Comune dai suoi privilegi di socio di maggioranza in nome di un progetto industriale tanto sensato quanto parziale, essendo evidente che sia SACBO, ovvero Orio al Serio, più che SAGAT, ovvero Torino, il vero soggetto da aggregare, ma qui gli sarebbe toccato sobbarcarsi un ben diverso confronto politico coi territori di quello necessario con il piccolo Caselle governato proprio da F2i e dove il Comune di Torino non conta nulla; e infine ancora le ottime relazioni con A2a dove lo sbilanciamento operativo e reddituale verso il socio bresciano non è mai stato messo in discussione avendo in contropartita un valido Presidente di garanzia come il suo primo assessore al Bilancio Tasca.
Questa è la Milano che lascia con la fine del suo mandato: una serie di ottime e proficue relazioni industriali delle quali non ha mai discusso con chicchessia in nessuno dei luoghi deputati perché il suo mandato, per l’appunto, era quello di aprire il frigo e dar da mangiare alla Città.
Questo modo di gestire la cosa pubblica si è rivelato assolutamente funzionale grazie ad una catena di comando snella (Sindaco, Direttore Generale e stop), fato che se da una parte ha garantito la fattiva identità milanese, dall’altra ne ha acuito anche i limiti già evidenti alla fine degli anni ’80 quando il processo di deindustrializzazione e di espulsione dalla città aveva cominciato a popolare i Comuni della cintura senza però che il principe di tutti i problemi, costruire un’identità milanese all’intera città metropolitana, venisse sfiorato: anzi il maggior difetto imputabile al Sindaco è sicuramente quello di non aver mai pensato nemmeno lontanamente di agire per un allargamento della città, fatto a mio avviso inevitabile a più di un secolo dall’ultima reinvenzione con allargamento di Milano grazie al Piano Beruto e successive incorporazioni sino al 1923.
Non solo, rivelando il limite di una visione strettamente manageriale, ha sottovalutato un fatto ben noto nei comuni studi economici (siamo entrambi del 1958 e abbiamo fatto la stessa università nei medesimi anni) ovvero che nell’economia pubblica le economie di scala contano sia a livello industriale che finanziario, come proprio l’affermazione di CAP*** sta lì a dimostrare contro la vecchia e fallimentare gestione dei Comuni, spesso mal consorziati.
Era ed è evidente che l’organizzazione di ATO (Ambito Territoriale Ottimale) sui principali servizi metropolitani, quindi non solo Acqua ma anche Rifiuti, Verde, Energia, preferibilmente con una sola azienda multiservizi dalle dimensioni nazionali può far crescere in modo esponenziale utili e valore patrimoniale di tutti i comuni metropolitani interessati, Milano in testa: questo progetto non è stato nemmeno immaginato benché appaia oggi la soluzione più razionale per garantire nel contempo una dimensione d’impresa solida e altrettanto solide ricadute patrimoniali e reddituali sui Comuni soci.
Analogamente l’impasse irrisolta nei dieci anni di sindacatura Sala su ruolo e capacità di crescita dell’edilizia popolare sconta la presenza di due strutture in fragile equilibrio economico sia sul lato ALER, appesantito da un migliaio di dipendenti che sarebbero zavorra una volta immaginata una stagione di PPP destinati ad azzerare le scarse manutenzioni attuali, che su quello MM dove la Case Popolari sono il buco nero milanese oggi sorretto dalla bolletta dell’acqua, il tutto in presenza dell’incredibile contrasto fra i valori carico e quelli potenziali delle abitazioni pubbliche che farebbero immaginare piani ragionevoli di rinnovamento nell’offerta pubblica: ma anche qui siamo all’anno zero in assenza di piani complessivi che non scontino la facile vendita di aree centrali contro improbabili ristrutturazioni, come nel Piano studiato con INVIMIT, una risposta parziale dagli esiti niente affatto rassicuranti su di un incremento dell’offerta.
Allo stesso modo invece di consegnare a fine mandato ai privati le politiche di ATM, conoscendo perfettamente la centralità del problema mobilità di cose e merci per l’area milanese, il Sindaco e le sue Giunte avrebbero potuto immaginare una soluzione di sistema al problema dei trasporti provando a mettere nel calderone ATM, TRENORD, SACBO E SEA, dunque inevitabilmente sotterrando l’ascia di guerra con Regione Lombardia anche a costo di pagare un prezzo elevato, ma qui risulta evidente che nessun Manager, salvo non sia Marchionne, riesce a immaginare obiettivi così ambiziosi e che prevedono un azzeramento di tutta la struttura di comando; al contrario Sala quella struttura ha cercato in tutti i modi di tenersela amica, lasciandole gli antichi diritti di dogana, da noi evidentissimi nell’urbanistica ma anche nei lavori pubblici (e qui la mia testimonianza è diretta) ma soprattutto nelle Partecipate: ciò è ancor più evidente nello scollamento operativo fra Assessori e Direzioni, con queste ultime che fanno, forcano e disfano lasciando agli Assessori il metterci la faccia, dovendo spesso inventare storie analoghe a quelle delle braghe nuove dell’Imperatore, pur di giustificare atti che sono passati sulla testa di Giunta e Consiglio.
Da tutto questo emerge netta la necessità sia di una profonda riforma in senso industriale delle politiche pubbliche, sia un radicale intervento in direzione di una maggiore efficienza dell’analogica macchina comunale.
A ciò infine si aggiunga che in questi due mandati non è stato affrontato il problema della devoluzione ai Municipi di competenza alcuna, perché se è ben vero che le più importanti partite dell’economia pubblica chiedono centralizzazione, è altrettanto vero che il governo giornaliero del territorio chiede devoluzione ad esempio sulla vigilanza nonché sulla gestione delle strade, del decoro urbano e del verde, in modo da massimizzare anche la partecipazione dei cittadini che a questi aspetti sono più sensibili: a oggi i Municipi privi di bilancio proprio e cronicamente in affanno nel rapporto con il Comune e i suoi dirigenti, non sono certo un valido biglietto da visita anche nell’approccio con i Comuni di prima fascia in vista di una possibile integrazione a tappe forzate, perché seppur i Presidenti di Municipio attuali son costretti digrignando i denti a sottostare a questo regime di impotenza e di dipendenza dai desiderata dei dirigenti comunali e dei loro sottoposti di ogni ordine e grado, è invece pressoché certo che nessun Sindaco dei Comuni annettendi accetterà mai di diventare il servo sciocco del funzionario di turno.
Ecco che le quattro partite (forte accorpamento ed espansione delle Aziende Pubbliche con ampio uso dell’In House, estensione metropolitana e integrazione dei Comuni di prima fascia, riforma della macchina comunale e devoluzione ai Municipi di maggiori competenze e risorse) non chiedono più un Sindaco in grado di preparare il pranzo con quel che c’è, ma qualcuno in grado di trovare la complessa quadra degli equilibri metropolitani per passare il Rubicone, dunque l’imprenditore da cui eravamo partiti.
Non solo, questa reinvenzione di Milano il futuro Sindaco, deve poi saperla condividere con tutte le forze politiche, deve avere la forza di imporla alle strutture pubbliche da riformare in direzione di una maggiore efficienza che incrementi i servizi a favore della cittadinanza, deve trovare, con forme meno post-prandiali delle attuali, un rapporto fattivo con il mondo Privato sdoganando i PPP (Partenariati Pubblico Privato) con gare ad evidenza pubblica in luogo dei farraginosi e pluribocciati appalti attuali (si pensi alle contorsioni per far arrivare il servizio di raccolta rifiuti ad azienda privata, AMSA, scavalcando con infiniti bizantinismi le leggi sugli appalti) e soprattutto comprendendo in primis proprio la ratio dell’In House, ovvero l’azione economica delle Società Partecipate per la trasformazione urbana ma, ovviamente, in ottica metropolitana e con una forte connotazione industriale, ovvero spazzando via con un solo e graduale colpo di ramazza, le gestioni attuali dove imperano ragnatele e privilegi polverosi.
A questo punto se incrociamo i dati sopra elencati vediamo che nessuno dei Candidati del Centro-Sinistra oggi sul mercato possiede tali caratteristiche, per cui l’auspicato rinnovamento milanese sembra inevitabilmente rimandato al prossimo giro e forse con altra maggioranza: l’agitarsi delle questioni nazionali al solito funge da alibi per i Partiti ma anche per i loro Candidati Sindaco per non farsi carico di questa necessaria svolta richiesta a gran voce dalla città.
Potrebbe peraltro darsi un Piano B, ma qui vorrebbe dire che il PD, principale Partito della maggioranza rimasto silente in questi anni lasciando governare il macchinista, una volta compresa la necessità di allargare Città e maggioranza su temi tipicamente milanesi senza rimanere abbarbicato alle di cui sopra contrapposizioni politiche oggi in uso, chiamasse ad una fase costituente metropolitana ponendo le questioni sopra indicate all’interno di un dibattito aperto a tutte le forze politiche, dove l’obiettivo è quello di fornire una gabbia relativamente rigida di cose da fare nei prossimi cinque-dieci anni, ivi comprese tutte le compensazioni necessarie a far sì che il processo risulti irreversibile ed efficace, scrivendo così sin da ora non tanto il classico wishful thinking dei programmi elettorali usi a solleticare i sogni romantici degli elettori, ma una ben più prosaica lista della spesa definita nelle sue componenti principali e necessarie.
In questo caso sia i candidati politici che quelli con connotazioni civiche non si troverebbero più gli uni in balia dell’Amministrazione come spesso è occorso, mentre gli altri non sarebbero costretti a ricorrere alle buone compagnie della società, come sulle principali partite abbiamo visto in questi anni: in entrambi i casi con lo spiacevole risultato di uno scollamento evidente dalla Città che ha spesso costretto i Partiti, PD in testa, a fare solo da corifei di politiche non loro.
I problemi generati dall’eccessiva concentrazione di potere nelle mani del Sindaco andrebbero risolti così con un sano contratto prematrimoniale a favore della sposa-Milano per fare in modo che alla fine di tale sposalizio inevitabilmente a termine non ci si accorga che tirate le somme invece del benessere garantito dall’intraprendenza e capacità dello sposo ci siamo fatti fuori la dote portata dalla Città.
Giuseppe Santagostino
*) Il miracolo delle api: Quando Ambrogio era un neonato in fasce nella sua culla a Treviri, uno sciame di api si posò sul suo viso entrando e uscendo dalla sua bocca aperta senza fargli alcun male. Il padre lo lesse come un segno di futura e straordinaria eloquenza (le “parole dolci come il miele”). [1]
La colonna del diavolo: Secondo la leggenda, Sant’Ambrogio affrontò il demonio fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio a Milano. Durante la lotta, il diavolo infuriato colpì con le corna una colonna di marmo romana, conficcandovisi dentro; liberatosi, vi lasciò due fori che ancora oggi odorano di zolfo. [1]
La fuga impedita: Quando il popolo di Milano volle acclamarlo vescovo nel 374, Ambrogio (allora governatore) cercò di fuggire dalla città per evitare l’incarico. A cavallo, per uno strano prodigio geometrico o divino, vagò tutta la notte ma all’alba si ritirò al punto di partenza, intrappolato vicino a Porta Romana. [1]
** F2i SGR è la società di investimento e sviluppo che fa capo a CDP Cassa Depositi e Prestiti partecipata dal MEF Ministero delle Finanze, divenuta socia in epoca Pisapia grazie alla mediazione dell’allora Assessore al Bilancio Tabacchi per riequilibrare lo sbilancio patrimoniale del Comune di Milano
*** CAP Consorzio Acqua Potabile è la struttura consortile creata per riunire le aziende comunali che operavano nel Servizio Idrico Integrato in area metropolitana, oggi divenuta una profittevole multiservizi attiva anche nel ciclo dei rifiuti e nella produzione di energia.
