CIÒ CHE BASTA. OLTRE LA FALSA ABBONDANZA
E così anche contrastare la crisi climatica
Nel lessico architettonico contemporaneo un termine è quasi del tutto assente: sufficienza. Probabilmente condizionati da una continua promessa di abbondanza intesa in senso distorto – associata all’eccesso, al lusso esibito, all’opulenza riservata a pochi – viviamo uno slittamento semantico dove si è smarrito il significato più antico e radicale del termine: abbondanza come pienezza che si dona, che alimenta senza esaurire la fonte cui attinge, ma ne consente anzi il riutilizzo e la rigenerazione.
La ricchezza che nasce dalla misura giusta (la greca sophrosyne) piuttosto che dall’eccesso. [lat. abundantia, der. di abundare «abbondare»]. Grande quantità (e spesso anche disponibilità) di determinate cose (…) – Voc. Treccani, 2026. La disponibilità diventa quindi il nodo gordiano a cui è legato il carro: il pianeta misurabile mette a disposizione la propria abbondanza – dunque sufficienza – a condizione che venga misurata e condivisa.
L’architettura dominante del nostro tempo, seguendo finanza e PIL infiniti, è invece un’architettura della scarsità mascherata da prosperità, mossa il più delle volte dal solo profitto. Edifica con urgenza (toglie “lacci e lacciuoli”), e consuma senza misura. Si alimenta di suolo, di energia, di lavoro umano spesso invisibile e sottopagato, restituendo manufatti destinati a invecchiare male, estranei ai luoghi che li ospitano, capaci di lasciare chi li abita in una condizione di neutralità emotiva — né a casa, né altrove.
È un’architettura che accumula valore finanziario sottraendolo al territorio, alle comunità, alle materie prime. Un’architettura, in sostanza, estrattiva. Se quanto detto potesse apparire, anche solo per un istante, come un’iperbole pertinente a scenari esotici di turbo-capitalismo e petroldollari, bastano due esempi attuali, entrambi milanesi, datati 2026: il caso – recente – dei lavoratori indiani sfruttati e sottopagati nel cantiere del Consolato degli Stati Uniti in P.le Accursio e, in parallelo, la rimozione dei basoli in pietra di via Torino e via De Amicis, sostituiti dall’asfalto bituminoso in nome della velocità dei taxi delle “week”, senza alcun riguardo per un materiale che da solo assolveva un duplice compito – qualificare il “centro storico” e al tempo stesso rallentare i veicoli, in coerenza con la prospettiva “città 30” (NB: per le biciclette sarebbe stata sufficiente una fascia di pietra più liscia, come avviene nella “città dei ricchi” – con riferimento esplicito all’ultimo libro di Bernardo Secchi – di piazza Sant’Ambrogio).
Estrattiva fino in fondo, dunque. Ed è un’ideologia molto operativa, che somma scelte tecniche concrete: il capitolato che predilige il materiale più rapido da posare invece di quello più duraturo e manutenibile; il computo metrico che non contempla una voce per il riuso o per lo smontaggio futuro; il cronoprogramma che impone la consegna prima ancora che il cantiere abbia avuto il tempo di conoscere il proprio contesto. Sono le pratiche ordinarie del fare urbanistico e architettonico — capitolati, computi, cronoprogrammi, scelte di posa — a tradurre l’estrazione di valore in pavimentazioni, facciate, infissi: in tutto ciò che, alla fine, costituisce la città reale. Eppure un’alternativa esiste, ed è sempre esistita, e non è materia di principio ma di prassi.
Misurare non equivale a contare: significa rendere visibile ciò che l’architettura estrattiva ha tutto l’interesse a occultare – il suolo consumato, l’energia incorporata nei materiali, il lavoro umano dissolto nelle finiture, i cicli naturali interrotti da una impermeabilizzazione, da una strada, da una dismissione anticipata.
Esistono già, del resto, strumenti tecnici capaci di restituire questa visibilità — i Criteri Ambientali Minimi, che da semplice riferimento normativo per gli appalti pubblici potrebbero diventare cultura di progetto condivisa anche nel privato; l’LCA (Life Cycle Assessment), ovvero l’analisi del ciclo di vita dei materiali; i protocolli di certificazione energetico-ambientale; i computi che integrano il valore di smontabilità e riuso di un componente accanto al suo costo di posa.
Misurare, in questo senso operativo, è anzitutto un atto epistemico, e dunque politico: chi decide quali voci entrano nel computo (le Unità di Misura, ovvero la tassonomia) e quali restano fuori, governa la narrazione del valore. Va detto con chiarezza, tuttavia, che invocare la sufficienza non significa proporre né luddismo né decrescita: gli ottimi argomenti a favore non sono quasi mai adeguati nel giustificare una “ritirata consapevole”, vissuta dai più come una sconfitta. Non si tratta quindi di rinunciare alla tecnica, né di arrestare la produzione dello spazio costruito. Si tratta, più precisamente, di una diversa interpretazione delle forme del mondo: riconoscere che la forma architettonica non è mai neutrale, che ogni scelta di materiale, di proporzione, di durata, implica una visione del rapporto tra l’uomo e il territorio che lo ospita. Ed è qui che una tradizione filosofica offre strumenti ancora utili.
Per Kant la forma non è ornamento né stile, ma la condizione che rende un’esperienza comunicabile e condivisibile già, in questo senso, intersoggettiva prima ancora di essere distribuita. Una forma ben fatta non è quella che stupisce o accumula, ma quella che misura: che calibra lo spazio sul corpo, la luce sulla vita, la durata sul tempo delle comunità che la abitano. Non una forma per chi la commissiona o per chi la firma, ma una forma che chiunque la abiti possa riconoscere come propria.
Questa aspirazione ha trovato, nel Novecento, una risposta paradossale. Walter Benjamin descriveva l’architettura del vetro e dell’acciaio come deliberatamente spurlos(1): senza tracce, senza appartenenza, una superficie su cui, scriveva, nulla si deposita. Indifferente, potremmo dire ora.
Mies van der Rohe, con il suo less is more, ne era l’emblema più consapevole. Ma ciò che è accaduto dopo è che quella condizione, da scelta estetica di pochi, è diventata necessità strutturale di mercato: la clonazione seriale, l’intercambiabilità dei componenti, l’anonimità della facciata-tipo replicabile ovunque. L’architettura estrattiva contemporanea non è spurlos per programma filosofico, ma per indifferenza – al luogo, al materiale, al tempo, al corpo – di chi abita.
Il compimento non voluto di ciò che il modernismo aveva iniziato come liberazione. Ma anche qui c’è chi esplora altre possibilità, e lo fa per via costruttiva prima ancora che teorica. Il lavoro di Anupama Kundoo, ad esempio, si colloca esattamente in questo campo di tensione. La forma torna a essere misura incarnata, condivisibile perché generata da un processo condiviso: dal materiale reperibile sul luogo, dal sapere costruttivo tramandato, dalla luce calibrata sul corpo e non sullo schermo.
Un edificio costruito in questo modo non è un edificio povero: è un edificio abbondante nella misura esatta in cui serve, ed è per questo capace di essere riconosciuto come “bello” da chiunque lo abiti, per quanto esso riesca a dimostrarsi sufficiente alle necessità delle nostre vite. E lascia tracce, nel senso più pieno, ovvero segni che qualcosa è stato misurato, radicato, condiviso, nelle diverse forme che il progettista ha saputo riconoscere e che ha saputo comunicare. In contesti a noi più vicini, ritroviamo lo stesso atteggiamento nelle ricerche – assieme urbane e rurali – dello studio Albori, nella captazione dell’energia necessaria di Georg Reinberg, nella varietà della condivisione del compianto Lucien Kroll.
Il loro esempio induce a considerare che queste tracce possano ancora assumere una forma concreta. Se ne possono individuare, in prima istanza, cinque, corrispondenti ad altrettante intenzioni:
- I materiali e le tecniche dei territori, innanzitutto — dove l’antica scarsità non è un limite da superare, ma un potenziale tecnologico da riattivare. Il sapere costruttivo sedimentato in un luogo è già una forma di abbondanza: sa come stare nel clima, come rispondere al suolo, come durare nel tempo;
- Il riuso come misura della sufficienza — non come ripiego, ma come atto consapevole che riconosce nell’esistente un valore già incorporato (è ed esattamente ciò che intende il LCA – Life Cycle Assessment, per chi voglia approfondirlo), un’energia già spesa che merita di continuare a vivere. Riusare significa riconoscere che l’abbondanza è già qui, se si sa coglierla;
- Il tempo come risorsa variabile — contro la velocità estrattiva che costruisce in fretta e dismette prima che l’edificio abbia imparato a stare nel proprio luogo. Il tempo lungo della costruzione condivisa, del cantiere inteso come processo sociale, è esso stesso una forma di traccia: sedimenta relazioni, trasmette saperi, radica comunità;
- L’energia come potenziale da preservare — ogni edificio è un accumulo di energia: nel materiale, nella struttura, nel calore trattenuto o ceduto. Preservarla non è un risparmio contabile, ma rispetto per il lavoro già compiuto dal sole, dalla terra, dalle mani umane: è riconoscere che la forma costruita è sempre, anche, energia cristallizzata;
- L’acqua come alleata nella relazione tra locale e globale — non risorsa da gestire o smaltire, ma ciclo da accompagnare. L’acqua che un edificio raccoglie, filtra, restituisce al suolo è traccia del suo rapporto con il territorio: prova che l’architettura ha scelto di stare nel ciclo, anziché interromperlo.
Queste cinque tracce non sono (solo) categorie tecniche, ma sono la forma concreta che l’abbondanza assume quando viene misurata e condivisa — quando, cioè, diventa sufficienza consapevole. Sono la risposta all’architettura “indifferente”, non per opposizione romantica ma per precisione ecologica e responsabilità civile. Sono, infine, il modo in cui la città può apprendere a essere una forma di metabolismo: un sistema di flussi che non procedono in un’unica direzione — dall’estrazione al consumo, allo scarto — ma che ritornano, si trasformano, si rigenerano. Queste tracce potranno diventare altrettanti spunti di riflessione per approfondimenti tematici che vorremmo proporre come indagini approfondite sul progetto ai nostri giorni: come vengono considerati, questi temi trasversali, se vengono considerati?
Come potrebbero trovare maggiore spazio? E soprattutto, quali inclinazioni compositive possono sottendere alle intenzioni espresse da ogni traccia? Ne potrà forse nascere un progetto “intenzionale”, che tiene e mantiene l’intenzione di rispondere con adeguatezza allo sfruttamento di risorse, senza esaurire la fonte da cui attinge, ma anzi ne consente la rigenerazione. L’intenzione del progetto non sarebbe quella di redistribuire ciò che avanza ma, sin dall’inizio del processo, di mettere in comune la disponibilità per ogni traccia seguita, ovvero la capacità (ri)generativa stessa: del sapere costruttivo; del suolo, che non appartiene a chi lo possiede ma a chi lo abita e a chi verrà dopo; del piano urbano e della casa come abitare sociale del proprio tempo; dell’acqua come ciclo multiscalare; dell’energia come accesso alla luce naturale, al verde ed allo spazio pubblico, non inteso come residuo tra gli edifici e gli spazi commerciali, ma anzitutto come infrastruttura primaria della vita collettiva (senza inventare nuovi “rifugi climatici”, ma calibrando il progetto tramite la componente ambientale della forma e del suo rapporto con gli elementi).
Una città che misura e condivide i propri flussi non è una città che si restringe su temi ingegneristici, ma una città che impara a essere “abbondante” senza essere predatoria — che garantisce sufficienza ai più non come concessione, ma come principio ordinatore della forma urbana stessa.
Giorgio Ciarallo
Arch. Ph.D
1) La parola tedesca spurlos si traduce in italiano con senza lasciare traccia o senza tracce. [1]
