L’ARIA DI CITTÀ RENDE LIBERI

Ma è ancora vero?

Nel medioevo c’era un detto: “l’aria di città rende liberi”. Questo perché i contadini erano pressoché degli schiavi, servi della gleba vincolati alla terra, e se uno diventava cittadino, in un certo senso, acquisiva lo status di persona libera di spostarsi a piacimento e godeva dei privilegi che le città offrivano: più cultura, più diritti, più partecipazione, più scambi, più protezione, meno fatica, meno isolamento. Le città storiche avevano questa attrattiva che le rendeva un sogno per ogni campagnolo. Questa era la dicotomia fra città e campagna. 

Ancora all’inizio del 900 i miei nonni brianzoli sentivano questo fascino per la città di Milano dove abitavano i signori e i benestanti. Anche già negli anni sessanta quando si andava in vacanza al mare o in montagna si attirava ammirazione dicendo di essere milanesi di Milano, nonostante il malessere che già serpeggiava nelle città globali e faceva dire a un autore come Louis Munford, negli Stati Uniti: polis, metropoli, megalopoli, necropoli. Possiamo oggi dire che l’aria di Milano rende liberi? Direi proprio di no. Si è ribaltato il rapporto città campagna, quest’ultima è diventata il rifugio dal malessere della città. Ciò naturalmente non vale solo per Milano, tutte le città globali sono diventate alienanti e tanto più lo sono tanto più mostrano una facciata accattivante. La città contemporanea produce stimoli che poi non soddisfa, è schizogena cioè punisce chi si lascia sedurre. 

Già nel 1969 Antonio Cederna scriveva che le città erano omicide nei confronti soprattutto dei bambini e dei più deboli. Da allora la situazione è peggiorata a Milano. Nel 2022 è uscito un mio libro intitolato La cultura della bellezza, Albeggi edizioni, che analizza questo processo degenerativo della città contemporanea determinato da un pensiero antibiologico e riduttivo. Gli aggregati urbani sono ostili per diversi motivi ma tutti si riassumono in una mancanza di qualità come accoglienza per una carente topofilia derivante da una progettazione con scarsa attenzione alla vita nella sua complessità. Le ragioni specifiche dell’abbassamento del livello di topofilia sono diverse: il traffico, la separazione delle funzioni e delle classi sociali, la massificazione delle soluzioni abitative, carenza di servizi essenziali e così via. Tutto ciò connesso a una contrazione di valori antichi senza sostituirne di nuovi, un’insufficienza di significato che poi è una caduta simbolica. 

È interessante notare come l’abbassamento della qualità coincida con la spaccatura di parti della città con il resto del tessuto. L’effetto urbano positivo, inteso in senso sistemico e quindi ecologico, si raggiunge quando la città funziona come una rete di relazioni tra gli abitanti e fra questi e i luoghi. In effetti la funzione primaria del vivere insieme è proprio la interdipendenza fra le parti e delle parti con il tutto: se il vivere insieme è funzionale alla vita conviene che tutto, nella sua complessità, funzioni come un organismo vivente. La Milano negli ultimi trent’anni, a partire dalla giunta Albertini, ha sommato tutti gli aspetti negativi citati sopra per rincorrere il mito della città attrattiva verso i capitali stranieri. Il libero mercato, dove il potere del denaro in sé finisce per prevalere sui valori umanistici, ha provocato veri disastri in assenza di regole. 

Questa “deregulation” ha prodotto l’arbitrio di poteri, visibili e invisibili, senza etica e senza estetica, dominati dalla brama di apparire ed asserviti ad una tecnologia che è diventata essa stessa un potere autocratico. Così il concetto di bellezza si è confuso con quello di spettacolarizzazione della stessa che nel frattempo ha ingigantito le sue possibilità. La globalizzazione e lo sviluppo dei media hanno determinato la omologazione estetica verso il basso di tutte le aree urbane di recente formazione. Questo si nota in particolare a Milano, città degli affari e dell’economia rampante. 

Dopo aver subito lo sviluppo caotico degli anni 60 e 70, che ha generato il problema delle periferie degradate e da riqualificare, negli ultimi anni invece di rispondere alle esigenze di qualità e di identità, concetti che si sposano anche con la tradizione, il contesto territoriale e la valorizzazione del luogo, ha voluto seguire, con i progetti delle grandi opere, la internazionalizzazione di questa bellezza dell’apparire. Ciò contrasta con una estetica dei veri bisogni dell’abitare e crea, come si è visto, nuovi problemi anziché risolvere i vecchi, produce nuovi stimoli ma senza creare le occasioni per soddisfarli. Si genera così, come si diceva sopra, una città schizogena dove si perde la capacità di identificarsi con un luogo e di sentirlo amico, così, tesi alla ricerca di nuovi spettacoli, si finisce per perdere il senso del proprio vivere quotidiano. È anche per questo motivo che Milano continua a perdere abitanti e guadagna turisti o “city users”. 

La scelta di spingere in senso verticistico la costruzione dei nuovi edifici è generata, oltre che da ragioni speculative, da questo spirito che è dominatorio e colonialistico, reclutando fra l’altro famosi studi di architetti stranieri, come se l’Italia fosse una terra di sottosviluppo culturale, per garantirsi l’approvazione mediatica ed un consenso acritico. A chi si esalta per le torri come un trofeo ineluttabile della modernità e quindi dello spirito imprenditoriale milanese si può rispondere con quello che concluse un convegno organizzato dal Collegio degli ingegneri di Milano quando si stava costruendo il grattacielo Pirelli e si ultimava la Torre Velasca. I grandi costruttori e progettisti dell’epoca, i Clerici, i Cecchi, i Gadola ecc., volevano scambiarsi opinioni su quella “moda” di costruzioni in altezza. 

Nessuno dei relatori risultò acriticamente favorevole anche se ne ammetteva la possibilità. In particolare il prof. Chiodi affermava: “In un primo tempo la fungaia di grattacieli di New York è sorta per difetto di regolamentazione, per un eccesso di libertà costruttiva e per condizioni particolarissime: la punta di Manhattan è il centro degli affari costretto e circondato da due bracci di mare. Oggi però anche a New York si lamentano delle conseguenze di questi eccessi edilizi. Milano non ha quelle dimensioni ed è una città di pianura le necessità tipiche di New York non sussistono”.

Come si può constatare anche 70 anni fa le considerazioni che le persone di buon senso facevano circa la smania di costruire grattacieli a Milano erano improntate alla critica di voler stravolgere la identità milanese per voler copiare una realtà newyorkese che aveva senso solo là. Questo è l’effetto formale e simbolico di una città che ha svenduto la sua anima ai capitali stranieri. Lo spirito milanese è sempre stato la solidarietà, l’accoglienza e il culto del lavoro. Le grandi famiglie borghesi, i Crespi, i Borletti, gli Hoepli, i Necchi, i Falk, i Pirelli, i Rizzoli ecc., guadagnavano da una parte ma investivano sulla città e riversavano le loro risorse a favore del benessere dei cittadini. 

Milano è piena di donazioni di privati a favore della collettività, basti pensare al Planetario regalato da Ulrico Hoepli, perché questi benestanti avevano a cuore il benessere pubblico, la stessa Società Umanitaria è sorta sul fondo lasciato da Prospero Mosè Loria, ricco mercante di legname, ed ha costruito le prime case per i lavoratori. Insomma l’anima di Milano era quella ed ora è stravolta dai capitali stranieri con l’unico fine di lucrarci sopra e da una politica urbanistica che ha privilegiato l’interesse privato rispetto all’interesse pubblico, creando spaccature insanabili fra chi ha troppo e chi troppo poco ed è costretto ad andarsene.

Maurizio Spada

Architetto

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