CONGRESSO PER LA CITTÀ.  HEY MILANO, DOVE ANDIAMO

Intervento conclusivo di Franco D’Alfonso

Oltre il congresso: una tappa intermedia per rimettere al centro la politica

Le considerazioni che mi trovo a fare a valle del lavoro svolto per il “Congresso per la città” partono da un presupposto fondamentale: questo percorso non rappresenta un punto di arrivo, ma una tappa intermedia. Avendo seguito direttamente tutti i tavoli di lavoro, posso affermare che non si è trattato di una sterile raccolta di lamentele o di uno sfogatoio. Al contrario, l’assenza di critiche radicali suggerisce che il percorso sia stato valutato in modo molto positivo, anche se questo ci impone una domanda: perché non vi sono state repliche o contromosse da parte di altri soggetti politici?

La risposta risiede nella necessità di rimettere al centro la politica vera, superando la pura e semplice applicazione dei regolamenti. Per citare Gianmaria Radice, oggi abbiamo il dovere di osare. Se accettiamo come normale la paralisi in cui versa il Consiglio Comunale, bloccato da anni da ottantamila emendamenti dell’opposizione, significa che non andremo da nessuna parte. In questo percorso abbiamo volutamente ignorato gli schemi istituzionali rigidi. Del resto, se i sindaci del passato — da Caldara e Greppi fino a Tognoli e Aniasi — si fossero limitati a leggere il mansionario burocratico trasmesso dagli uffici amministrativi, Milano avrebbe avuto una storia molto diversa.

La capacità di osare contro la paralisi burocratica

Ciò che oggi manca, e che abbiamo il compito di ripristinare, è proprio la capacità di osare. Senza scomodare nostalgie giovanili o citazioni di Mao Tse-tung sul valore dell’osare e del vincere, è evidente che occorra una forte determinazione ideale. Essere eletti in Consiglio Comunale o ricoprire una carica pubblica non equivale ad aver vinto un concorso pubblico: non si tratta di gestire l’ordinaria amministrazione, compito che spetta invece ai tecnici e ai dirigenti. Il ruolo del politico è semmai quello di indirizzare l’apparato amministrativo e spingerlo a svolgere il proprio dovere.

Quando i regolamenti non funzionano, la politica ha il dovere di cambiarli. Il Consiglio Comunale di Milano è bloccato da oltre dieci anni perché lo strumento del regolamento d’aula viene utilizzato dall’opposizione in modo strumentale, ostruzionistico, attraverso la presentazione di un milione di emendamenti ripetitivi a fronte di ogni decisione di rilievo. Questo cortocircuito non si risolve con tecnicismi, ma attraverso un forte intervento di natura squisitamente politica.

Scelte strutturali per Milano: il problema della casa e del welfare

Le proposte emerse dal nostro lavoro non sono il frutto casuale di un sondaggio d’opinione, ma l’esito di un preciso confronto politico. Quando proponiamo la nascita di una società immobiliare pubblica (o a partecipazione privata) capace di governare il mercato degli affitti, facciamo una scelta di campo precisa. Il mercato della locazione a Milano non può più reggersi sulla frammentazione dei singoli appartamenti privati o sulle proprietà ereditate. Serve un soggetto forte, in grado di regolare l’offerta. Muoversi in questa direzione significa rifiutare la logica assistenziale del bonus individuale per l’acquisto e puntare su riforme strutturali.

Il vero nodo della città è l’enorme quota di patrimonio immobiliare privato, spesso vecchio e bisognoso di interventi di efficientamento ecologico, concentrata nelle mani di residenti anziani che vi hanno investito l’intero risparmio di una vita. È lo scenario che ha già penalizzato Spagna e Grecia, a differenza di quanto avviene in Svizzera o in Francia. Per invertire la rotta dobbiamo recuperare la dimensione mutualistica: quella delle cooperative, del welfare aziendale e delle società di mutuo soccorso comunitarie.

Allo stesso modo, l’introduzione di progetti come il “cibo di municipio” — che la CGIL di Milano ha giustamente inserito tra le proprie priorità programmatiche — rappresenta una svolta alternativa rispetto alla linea che trovammo nel 2011, quando la tendenza era quella di dismettere e chiudere i mercati comunali. Cambiare rotta rispetto al passato richiede trasparenza e un consenso esplicito e condiviso.

Verso un movimento di cittadini: il rifiuto del vecchio modello

Quando rivendichiamo l’autonomia fiscale e la specificità milanese, compiamo un atto politico. Milano è, per usare le parole di altri, un vero e proprio soggetto politico collettivo. Il nostro documento non è uno studio accademico da consegnare a terzi, ma una piattaforma di dibattito che intendiamo abitare e sviluppare nel confronto con chiunque voglia avanzare una nuova proposta per la città.

Il passo successivo non sarà quello di affidare queste idee ai partiti tradizionali affinché ne recepiscano passivamente qualche frammento per i propri programmi elettorali, cooptando magari due o tre estensori del testo. Questo è un modo vecchio e sterile di fare politica.

La politica richiede impegno concreto e partecipazione attiva. Chi ha preso parte a questo processo manifesta la volontà di continuare a impegnarsi in prima persona. Auspico in particolare che i molti giovani che hanno animato i nostri incontri scelgano di metterci la faccia, candidandosi e sostenendo in prima persona questa battaglia.

La mia proposta è che questo percorso si strutturi in un movimento di cittadini impegnati: non una semplice lista elettorale, ma un movimento di opinione e di pressione capace di verificare l’operato della politica, offrendo o negando il proprio sostegno in base alla condivisione di una visione della città che nel documento è già chiaramente delineata. Non siamo un tavolo di compensazione, ma un soggetto collettivo che raccoglie le domande della cittadinanza per costringere la politica a contrattare e ad assumersi le proprie responsabilità.

Il modello organizzativo che ho in mente richiama, con i dovuti distinguo storici, l’esperienza trasversale che tra gli anni ’70 e ’80 prese il nome di “Mille”. In quel caso si trattava di un gruppo di pressione di area cattolica e conservatrice; a noi non interessano i contenuti di quell’esperienza, ma il metodo: la capacità di fare massa critica e sostenere in modo trasversale, all’interno delle istituzioni, i candidati e i progetti funzionali a una determinata visione della società.

Oggi il nostro compito è aprire una stagione nuova per Milano. Nelle prossime settimane perfezioneremo il documento, rendendolo editorialmente più asciutto e leggibile, accogliendo alcune giuste critiche formali ricevute. Ma la sostanza non cambia: il lavoro svolto finora è il carburante per i passi futuri. Andiamo avanti.

Franco D’Alfonso

Presidente del Circolo Centro Studi Emilio Caldara

 QUI Intervento hei Milano dove andiamo alla sala Ambrosianeum , 23 maggio 2

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2 Commenti
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Flora
Flora
1 mese fa

Trovo che questo passaggio rappresenti e sintetizzi tutto il lavoro fin qui svolto dal laboratorio-Milamo:

[…]La mia proposta è che questo percorso si strutturi in un movimento di cittadini impegnati: non una semplice lista elettorale, ma un movimento di opinione e di pressione capace di verificare l’operato della politica, offrendo o negando il proprio sostegno in base alla condivisione di una visione della città che nel documento è già chiaramente delineata. Non siamo un tavolo di compensazione, ma un soggetto collettivo che raccoglie le domande della cittadinanza per costringere la politica a contrattare e ad assumersi le proprie responsabilità[…]

Guido Angelini
Guido Angelini
14 giorni fa

Sono d’accordo sulla necessità di un movimento dei cittadini (dipende dal “come” viene organizzato) per lo spazio “libero” lasciato dalle numerose candidature avanzate a destra e a manca, che evidenziano una totale mancanza di credibilità provenendo dalle stesse forze politiche che hanno amministrato Milano da trent’anni senza che nessuna di loro abbia saputo affrontare la “questione della città contemporanea” (mobilità, ambiente, diseguaglianze sociali): che è per sua natura instabile. Apprezzo di Giorgio Gori – v. URBANISTICA: IL CASO BERGAMO su ArcipelagoMilano – l’ampiezza di visione per una Milano di diversa dimensione territoriale, adottando come un raggio il tempo di percorrenza di un’ora, dal centro del capoluogo lombardo con mezzi di trasporto pubblici o privati (e pure con il car pooling che a Stoccolma è in uso da tempo).                               È noto che le amministrazioni comunali deboli nel sud Europa, possono essere in ostaggio del core investing immobiliare che è a basso rischio, ma a Milano gli investitori sembrerebbero essere andati oltre. Interpretando l’opportunity investing (che spera sul guadagno utilizzando sistemi aperti dove un evento apparentemente insignificante può provocare un cambiamento specifico che può generarne altri), senza però voler correre le eventuali incognite. Per esempio, con la “prassi” di realizzare nuove rilevanti costruzioni in sostituzione di piccoli fabbricati esistenti con una semplice SCIA o con le opinabili iniziative pubblico-privato di studentati.                                                                    Il confronto con Barcellona mi pare impietoso a partire dal Forum della Rigenerazione Urbana del Comune di Milano dove l’ex nostro assessore della Rigenerazione Urbana diceva: “Noi faremo”, mentre la vice sindaca e assessora all’urbanistica Laia Bonet Rull: “Noi abbiamo fatto”. Oppure in un seminario della Fondazione OAMI un funzionario del Comune di Milano illustrava esempi di La progettazione dei piani di recupero urbanistico in Barcellona da parte dell’amministrazione catalana. O la differenza tra le Superillas, intervento in corso di riqualificazione a più livelli di scala, degli isolati del Piano Cerdà, e l’Urbanistica Tattica a Milano, che mi sembra una “scorciatoia di progetto”. A Milano le case di proprietà sono sul totale del 20% a quelle di Barcellona e la nostra città figura al quarto posto in Europa per il peggior rapporto tra prezzo delle case e reddito familiare (oltre 18 anni di stipendio necessari per un immobile), rendendo l’accesso all’abitazione molto più gravoso rispetto al contesto catalano. A Barcellona le cooperative edilizie si basano principalmente sul modello della cessione d’uso no-profit e su terreni pubblici (non è prevista la vendita delle unità immobiliari), con forte attenzione alla co-progettazione partecipata, nell’innovazione tipologica, agli spazi comuni estesi e all’uso di materiali a basso impatto ambientale come il pluripremiato edificio La Borda. Mentre a Milano, molte cooperative operano in modo simile a società di promozione immobiliare per calmierare i prezzi d’acquisto o gestire piani di social housing in collaborazione con fondi e istituzioni locali, prevalgono la proprietà divisa e sono complessi perlomeno “tristi”, da far rimpiangere le realizzazioni dell’Umanitaria e delle casette dei fer rovieri.                         Ci vorrebbe qualcosa di più di “osare”, magari fare una rivoluzione copernicana, ma per esempio esiste come riferimento il prezioso “patrimonio” urbanistico di Secchi- Viganò, sviluppato negli scritti e nei piani oltre a quello di Richard Sennett. Sarebbe inoltre fondamentale coinvolgere, non sta a me dire in quale ruolo figure che sanno ragionare per immagini: come la stessa Viganò (“non servono grandi opere o simboli di potere, ma un’architettura delle relazioni, della cura dell’esistente e della transizione ecologica”), Lucia Tozzi nelle sue radicali analisi e persino Massimo Cacciari che sa usare gli spazi e mezzi pubblici di Milano come un normale cittadino.

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