NABUCODONOSOR IN SCALA

Il grande saluto di Riccardo Chailly

Quando il 9 marzo 1842 il sipario della Scala si alzò su Nabucco, nessuno poteva prevedere che quella serata avrebbe segnato una svolta nella storia del melodramma italiano. Giuseppe Verdi aveva appena ventotto anni e alle spalle un periodo molto difficile. Con Nabucco cambiò tutto. Il successo fu travolgente e il giovane compositore entrò definitivamente nel panorama musicale europeo. 

L’opera prende le mosse dalla vicenda biblica della cattività babilonese. Attorno a questo nucleo narrativo si intrecciano le passioni dei protagonisti: l’ambizione feroce di Abigaille, la fede di Fenena, il conflitto interiore dello stesso Nabucco, destinato a precipitare nella follia dopo essersi proclamato dio per poi ritrovare, attraverso il dolore e il pentimento, la propria umanità. Ma ciò che rende l’opera diversa da molte altre del suo tempo è la presenza costante di un protagonista collettivo: un popolo che soffre, ricorda e spera.

È in questa dimensione che nasce la forza straordinaria del Va’, pensiero, magistralmente eseguito dal coro della scala. Esso diventa la voce di una nostalgia universale, il canto di chi è stato separato dalla propria terra e dalla propria identità. Negli anni che precedettero l’Unità d’Italia, quelle parole e quella musica il riflesso delle aspirazioni politiche e civili del popolo italiano.

L’opera intera infatti contribuì in maniera decisiva alla costruzione del mito di Verdi, trasformando il compositore in una figura capace di incarnare, nell’immaginario collettivo, le speranze di una nazione ancora in cerca della propria unità.

La Scala è stata il teatro privilegiato di questo percorso. Non soltanto perché qui Nabucco vide la luce, ma perché nel teatro milanese l’opera ha continuato e continua tuttora a vivere, trasformarsi e rinnovarsi. Un esempio significativo è rappresentato dal recupero del divertissement composto da Verdi per la ripresa del 1848: una pagina coreografica pensata per ampliare la dimensione spettacolare del lavoro e rimasta a lungo esclusa dalla tradizione esecutiva. Questa ricostruzione filologica così accurata, almeno inizialmente, non può che suscitare straniamento, specialmente con l’inserimento quasi pirandelliano del teatro nel teatro. Si è scelto infatti di mettere in scena una rappresentazione del mito di Semiaride, al quale assistono gli stessi attori.

Nonostante le innovazioni, il Nabucco conserva la sua sorprendente attualità, ed è proprio quest’ultima ad aver guidato la lettura di Riccardo Chailly, che ha scelto l’opera per concludere il proprio mandato come Direttore Musicale della Scala. Una scelta che possiede un evidente valore simbolico. L’opera che nel 1842 contribuì a definire l’identità artistica del teatro accompagna oggi il congedo di uno dei suoi protagonisti più autorevoli.

Durante gli anni alla guida musicale della Scala, Chailly non fa apparire Verdi come una figura monumentale da celebrare, ma come un autore vivo, inquieto, sorprendentemente moderno. Alla conferenza di presentazione il Maestro ha infatti affermato: “Guardo al primo Verdi come alla musica del novecento”

Anche in questo caso, il compositore emerge con una forza teatrale che guarda ben oltre il proprio tempo, come ricorda il regista Alessandro Talevi: “Nabucco mi ha fatto spesso pensare a Donald Trump”.
Per il Maestro Chailly il Nabucco è una vera e propria “lezione morale”, ed è forse questa la ragione per cui, dopo quasi duecento anni, il coro degli esuli continua a commuovere tutti. Non perché appartenga alla memoria di un’epoca lontana, ma perché continua a raccontare qualcosa di essenziale sulla condizione umana. E in questo risiede la vera grandezza del Nabucodonosor: essere insieme opera, storia e coscienza collettiva.

Jacopo Enrico Scipioni

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