MILANO NON HA UN PROBLEMA DI CASE. HA UN PROBLEMA DI CITTÀ

I temi del giorno 

Leggendo il recente articolo di Alessandro Aleotti sul Corriere della Sera dedicato alla questione abitativa milanese, una frase mi ha particolarmente colpito: la questione della casa sarà centrale nella prossima campagna elettorale. Probabilmente è vero. Anzi, è quasi inevitabile. 

I prezzi di acquisto e locazione hanno raggiunto livelli incompatibili con la capacità reddituale di una parte crescente della popolazione. Giovani, lavoratori, famiglie e persino quote significative del ceto medio faticano ormai a trovare una collocazione stabile all’interno della città. Eppure, leggendo il dibattito che da mesi accompagna il tema dell’abitare, continuo ad avere la sensazione che si stia affrontando la questione dalla prospettiva sbagliata. 

Perché Milano non ha semplicemente un problema di case. Milano ha un problema di città. La differenza non è secondaria. Nel dibattito pubblico si continua infatti a discutere di alloggi, volumetrie, densificazione, rigenerazione urbana, attrattività, nuove costruzioni e trasformazioni territoriali. Si parla di case a basso costo per attrarre talenti, di aumento dell’offerta abitativa, di nuove formule edilizie e di maggiore libertà nelle trasformazioni urbanistiche. 

Ma raramente ci si interroga sul modello di sviluppo che ha prodotto le condizioni che oggi vengono denunciate come emergenziali. In altre parole: siamo sicuri che il problema sia la scarsità delle case? Oppure il problema riguarda la funzione che la città ha progressivamente attribuito alla casa stessa? 

Negli ultimi anni Milano è stata raccontata come una città vincente. Una città capace di attrarre investimenti, capitali, grandi eventi, imprese e, per usare una delle espressioni più ricorrenti nel dibattito contemporaneo, “talenti”. Proprio quest’ultima definizione merita però una riflessione. 

Quando si afferma che Milano necessita di abitazioni accessibili per continuare ad attrarre talenti, si compie inconsapevolmente un passaggio culturale molto significativo. La casa non viene più considerata innanzitutto un diritto. Diventa uno strumento funzionale alla competitività economica della città. È una differenza enorme. 

Perché una città dovrebbe prima di tutto garantire condizioni dignitose a chi la vive, la lavora, la attraversa e la sostiene quotidianamente non soltanto a chi è funzionale alla propria crescita economica. Ed è qui che il tema dell’abitare si intreccia inevitabilmente con quello delle periferie, della sicurezza urbana e della coesione sociale. 

Quando una famiglia è costretta ad allontanarsi progressivamente dal luogo di lavoro per ragioni economiche, quando interi quartieri perdono mix sociale, quando i servizi arretrano rispetto ai bisogni e quando il disagio abitativo si concentra territorialmente, non siamo più di fronte a una semplice questione immobiliare. 

Siamo di fronte a un problema urbano e sociale.  La sicurezza urbana stessa, troppo spesso affrontata in modo ideologico e superficiale, non può essere separata da questi processi. 

Non esiste qualità della vita senza stabilità abitativa, non esiste coesione sociale senza possibilità di permanenza, non esiste sicurezza senza appartenenza. 

Ecco perché il dibattito sulla casa rischia spesso di essere fuorviante. 

Milano non soffre soltanto per la mancanza di alloggi accessibili. Soffre perché da troppo tempo considera l’abitare una conseguenza delle dinamiche economiche anziché un elemento fondativo della propria idea di città. Nel frattempo rimangono irrisolte questioni enormi: Un patrimonio immobiliare inutilizzato o sottoutilizzato: immobili lasciati vuoti per anni, patrimoni detenuti da fondi e soggetti finanziari che non rispondono a logiche sociali ma esclusivamente patrimoniali. 

Una rendita urbana che continua a rappresentare il vero convitato di pietra del dibattito milanese. Ma esiste anche un altro aspetto che meriterebbe una riflessione meno ideologica e più autocritica. 

Per anni Milano ha vissuto una stagione di crescita economica, attrattività internazionale e profonde trasformazioni urbane. Una stagione che avrebbe potuto rappresentare un’occasione irripetibile per affrontare strutturalmente il tema dell’abitare. 

Erano gli anni nei quali il valore immobiliare cresceva, gli investimenti affluivano, le grandi operazioni di trasformazione ridisegnavano interi quadranti della città e il cosiddetto “modello Milano” veniva celebrato come esempio da seguire. 

Eppure proprio in quella fase non si è avuto il coraggio di affrontare alcune questioni decisive. 

Non si è intervenuti con sufficiente determinazione sulla rendita urbana. 

Non si è costruita una vera strategia metropolitana dell’abitare. 

Non si è investito con continuità sul patrimonio ERP e sulla sua manutenzione. 

Non si è impedito che il progressivo aumento dei valori immobiliari producesse effetti espulsivi nei confronti di fasce sempre più ampie della popolazione. 

In altre parole, si è governata la crescita senza governarne fino in fondo le conseguenze sociali. 

Oggi quelle conseguenze si manifestano sotto forma di emergenza abitativa, ma le loro radici affondano in scelte, omissioni e priorità che vengono da lontano. Tra le occasioni perdute merita una riflessione particolare anche la stagione del Superbonus 110%. 

Al di là delle valutazioni sui costi e sugli effetti complessivi della misura, resta una domanda alla quale nessuno sembra voler rispondere. Perché non destinare prioritariamente quelle enormi risorse pubbliche al recupero, alla riqualificazione energetica e alla manutenzione straordinaria del patrimonio di edilizia residenziale pubblica? Se esiste infatti un patrimonio che avrebbe beneficiato strutturalmente di un intervento straordinario di efficientamento energetico, messa in sicurezza e riqualificazione, è proprio quello ERP. 

Interi quartieri popolari, migliaia di alloggi pubblici e centinaia di edifici caratterizzati da criticità manutentive croniche avrebbero potuto essere oggetto di un grande piano nazionale di recupero del patrimonio esistente. Una scelta che avrebbe prodotto contemporaneamente benefici ambientali, sociali ed economici. 

Avrebbe migliorato la qualità dell’abitare. 

Avrebbe ridotto i costi energetici per le famiglie più fragili. 

Avrebbe consentito di recuperare più rapidamente molti alloggi oggi inutilizzabili. 

Avrebbe restituito dignità a quartieri troppo spesso dimenticati dalle politiche pubbliche. 

Invece si è preferito concentrare gran parte delle risorse su un modello che ha inevitabilmente favorito soprattutto chi già disponeva di patrimoni immobiliari privati. 

Anche questa rappresenta una delle grandi occasioni perdute degli ultimi anni. Perché mentre si parlava di transizione ecologica, si è rinunciato a utilizzare una leva straordinaria per affrontare contemporaneamente due emergenze nazionali: quella energetica e quella dell’abitare. 

Forse dovremmo allora smettere di discutere soltanto di quanto costruire, dove costruire e come costruire. Forse dovremmo iniziare a discutere di più per chi costruire perché il problema dell’abitare non inizia dalle case. Inizia dall’idea di città che decidiamo di perseguire. E Milano, oggi, sembra averne un urgente bisogno. Perché una città non si misura dal valore dei suoi immobili si misura dalla capacità di garantire ai propri cittadini il diritto di continuare ad abitarla.

Gabriele Ghezzi

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