LA CITTÀ È PERDUTA, CHE DIO CI AIUTI!

L’anticomunismo della curia milanese guidata da Montini

“la città è perduta e i socialcomunisti, forti anche del continuo afflusso di immigrati a Milano (forse 40.000 ogni anno) saranno domani padroni del comune. Dio ci aiuti.”

Questo grido d’allarme abbastanza disperato è contenuto in una lettera che l’arcivescovo di Milano Montini indirizza al segretario di stato vaticano Andrea dell’Acqua e riassume la profonda ostilità della curia milanese all’ingresso dei socialisti in maggioranza e in giunta per quello che poi sarà il primo centrosinistra in un grande comune italiano.

Infatti, nel novembre 1960 si vota per Palazzo Marino, un voto per la prima volta autunnale perché la modifica della legge elettorale provinciale comportò lunghi dibattiti e ritardi.

Montini è feroce contro la DC milanese: “A Milano la Democrazia cristiana è in mano alla corrente di Base, che ha trovato in passato fondi e protezione dal compianto on. Vanoni e dall’ing. Mattei, dal quale gli esponenti della corrente stessa hanno ottenuto grandi favori economici e professionali, e forse ottengono ancora; i legami fra l’Eni e il giornale il Giorno proiettano sospetti punto incoraggianti su questa frazione del partito, che domina la provincia di Milano e buona parte della Lombardia. Voci poi, che non so quanto fondate, fanno risalire fino al presidente della Repubblica la corresponsabilità di questa confusa situazione. 

Nessuno dei nostri parlamentari, ch’io sappia, ha preso posizione efficace per rimontare il credito della Democrazia cristiana presso l’elettorato cattolico…. La Base, nell’ultimo suo Congresso provinciale, dello scorso luglio, ha fatto una dichiarazione tranquillante circa la competenza, contestata dal Granelli e seguaci, della chiesa in campo politico; e ora è più misurata negli scritti e nei discorsi a questo riguardo. Ma si ha ragione di credere che, come non ha cambiato uomini e sistemi (si impadronisce dell’apparato organizzativo del partito e protegge un tesseramento a suo favore), così non ha cambiato idee, le quali sono per un’intesa col socialismo, e per un conseguente statalismo nell’economia nazionale, e forse per un cambiamento della politica estera verso oriente.” 

Tra i principali “nemici” dell’arcivescovo i leaders della corrente di Base della DC ed in particolare Granelli cui fu “sconsigliata” la candidatura al parlamento, non era semplice per un politico democristiano opporsi al proprio vescovo, ci voleva del coraggio!

L’ opposizione di Montini al centro sinistra è sistematica.

Nel giugno del 1960 in una lettera al clero lombardo riaffermò la necessità di opporsi “alla cosiddetta apertura a sinistra che coinvolgerebbe conseguenze molto gravi nelle anime in ordine alla fede e alla vita cristiana” e invitò a diffidare “di qualsiasi tendenza che induca direttamente o indirettamente a piegare verso il comunismo”. 

E ancora il giorno della nuova consacrazione della nuova chiesa di S. Eugenio: “Ai fratelli che si illudono che dottrine marxiste e coloro che le professano possano infondere vitalità buona e nuova alla società, dite che hanno grave responsabilità di fronte alla Chiesa e alla vita civile, perché pregiudicano una genuina esperienza di rigenerazione sociale”. 

Montini criticò anche il favore con cui le ACLI guardavano l’apertura a sinistra, in una lettera a loro inviata il 15 maggio 1960, afferma che gli aclisti non aderiscono alle linee guida della Chiesa “circa la famosa apertura verso il socialismo”, che stimolano “simpatie e speranza per un socialismo che tuttora si mostra così avverso alla religione”, il quale risulta anche essere “ostile e pericoloso per la nostra causa, sia religiosa che sociale”.

Nonostante il rispetto non ebbe però grande ascolto nella DC, che già il 30aprile 1960, nel Comitato provinciale approvava, un documento che definiva la collaborazione coi socialisti come non più procrastinabile poiché “sul piano della prospettiva politica appare chiaro che soltanto attraverso un’organica linea di centro sinistra è oggi possibile garantire la libertà e le istituzioni”.

Non era però tutto così semplice, scrive Giovagnoli: “Per l’arcivescovo di Milano, infatti, il problema era più complesso: si trattava di uno smarrimento del “senso religioso” che portava alla crescita dei “lontani” e che richiedeva un più vigoroso impegno missionario dei credenti e una maggiore autenticità della loro testimonianza cristiana, secondo una prospettiva che richiama per certi versi l’insegnamento di Papa Francesco. Per Montini, il centro-sinistra non era un problema solo politico. I cattolici che lo proponevano erano consapevoli della sfida religiosa e culturale posta dall’alleanza con un Partito socialista laico e vicino ai comunisti? Almeno per molti di loro la risposta appariva decisamente negativa, come nel caso dei giovani della corrente di Base, che a Milano avevano conquistato la leadership della Democrazia cristiana. Per Montini, insomma, il problema non era tanto se la Dc doveva allearsi con i socialisti quanto come dovesse farlo: poteva infatti essere un’occasione di riavvicinamento dei “lontani”, come sosteneva Lazzati, o rappresentare invece un grave cedimento a valori incompatibili con la tradizione cattolica”. (31 gennaio 2015 avvenire)

Tutti i partiti arrivano divisi alle elezioni

I socialisti si presentano in una alleanza con i radicali; indicativo l’appello a sostegno delle liste amministrative: “In questa situazione gli uomini di cultura sono persuasi della necessità di un profondo rinnovamento della politica italiana, che può avvenire solo mediante l’avanzata delle forze socialiste, democratiche e laiche. Essi quindi salutano con soddisfazione la decisione del Partito Radicale di combattere insieme con il Partito Socialista nella campagna elettorale” tra i firmatari: Leo Valiani, Elsa Morante, Ernesto Rossi, Leonardo Sciascia, Giorgio Spini, Lionello e Franco Venturi, Alessandro e Carlo Galante Garrone, Mario Monicelli, Alberto Moravia, Ennio Flaiano, Mario Pannunzio, Elio Vittorini, Franco Fortini, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassmann, Carlo Cassola, Eugenio Scalfari, Camilla Cederna, Mario Soldati e Arrigo Benedetti.

Il Psi milanese, il cui leader Guido Mazzali era un fedelissimo nenniano, fece una campagna incentrata sulla municipalizzazione del servizio di produzione e di erogazione del gas e sulla prospettiva di superamento del centrismo, indicando esplicitamente anche il cambio del sindaco, con ciò entrando in collisione con chi voleva la riconferma di Ferrari e l’appoggio esterno del PSI, cioè una via intermedia e meno drastica del centro sinistra organico.

Ma risultati elettorali fecero chiarezza: la maggioranza centrista che governava la città ottenne solo 39 seggi su 80, rendendo quasi obbligata l’ingresso dei socialisti nenniani in maggioranza.

 A Palazzo Marino furono eletti 25 democristiani, 17 comunisti, 17 socialisti e radicali (tra cui Eugenio Scalfari ed Elio Vittorini) che si erano presentati assieme, 8 socialdemocratici, 6 liberali, 5 missini, 2 monarchici, non ebbero seggi i repubblicani e il movimento combattenti

Significativo anche il gioco delle candidature e delle preferenze; nel PCI vinse Cossutta e fu esclusa in parte la vecchia guardia stalinista di Alberganti; nel PSI trionfarono le candidature ex socialdemocratiche (Aniasi, Vigorelli) e autonomiste; nella DC tutti i candidati della sinistra sindacale e aclista furono eletti e uno dei principali sostenitori dell’apertura a sinistra Bassetti risultò sesto alle spalle di un potente come Luigi Meda; nello PSDI si affermavano Pietro Bucalossi e Renato Massari decisamente più a “sinistra” del sindaco uscente Ferrari.

Immediatamente, nella democrazia cristiana, il fronte moderato guidato dal vicesindaco uscente Agostino Giambelli si mobilitò: 29 dirigenti scrissero al segretario nazionale chiedendo di interrompere qualsiasi trattativa per un centro sinistra milanese.

Aldo Moro, al quale la lettera dei dissidenti milanesi è comunicata durante una cena natalizia, commenta con gli amici: “Da Milano non poteva venirmi che una ripetizione del cenacolo; con la differenza che sono tutti e 13 i commensali ad abbandonarmi”. 

Scalfari (candidato eletto nella lista socialradicale) sull’Espresso così descrisse la situazione dopo l’elezione del nuovo vertice di Confindustria con Cicogna: “Tutto fa ritenere che nei prossimi mesi il nuovo presidente, valendosi anche dei profondi legami che l’uniscono alla curia arcivescovile di Milano, spiegherà il massimo sforzo per impedire alla Democrazia cristiana d’andare al di là d’un piccolo riformismo politico privo di conseguenze sostanziali sulla struttura sociale ed economica del paese. … I suoi alleati preferiti, anziché Malagodi, saranno Scelba, Pella, Andreotti e la destra Dorotea; il suo compito sarà quello di arrestare la pericolosa scivolata a sinistra che ha già terrorizzato le grandi famiglie di Milano, di Genova e di Firenze.”

È un’offensiva a tutto campo quella di Montini contro l’apertura ai socialisti, un’offensiva culturale ma soprattutto politica ed elettorale che mira a condizionare la Democrazia Cristiana dall’interno e dall’esterno, un’offensiva milanese ma coordinata con quella che a livello nazionale il presidente della Conferenza episcopale italiana cardinale Siri conduceva contro Aldo Moro e l’apertura a sinistra nazionale.

Offensiva che coinvolgeva il Presidente della Repubblica Gronchi accusato dal cardinale Ottaviani di essere “un cattolico di quelli che con il pretesto della ragione di stato, stringono la mano ai persecutori della chiesa del silenzio e agli schiaffeggiatori di Cristo”; questo perché Gronchi si era recato a Mosca in visita ufficiale, (visita peraltro approvata dai gesuiti di “Aggiornamenti sociali”).

Nel gennaio 1960 del resto l’Osservatore Romano aveva scritto: “il socialismo, anche nelle forme più temperate, anche se ripudiasse Marx, la socializzazione, la lotta di classe, non può conciliarsi con la professione di cattolico”.

All’epifania del 1961 cioè quindici giorni prima che il consiglio comunale elegga il nuovo sindaco, Montini solennemente afferma dal Duomo: “assistiamo talora al doloroso fenomeno di persone che si professano cattoliche, ma che non sempre dimostrano di esserlo con quella coerenza che tale professione comporta; credono taluni che basti non sollevare obiezioni alla dottrina cattolica, all’ideologia la chiamano, per presentarsi pubblicamente come cattolici; non calcolando, come si dovrebbe , l’impegno che avevano assunto di difendere i principi e gli interessi cattolici…”, stigmatizzando coloro che “preferiscono l’arte del compromesso e finiscono in conformismi  che spesso non sono più pratici ma diventano anche teorici e programmatici”.

 il 7 gennaio i socialisti accusano Montini di ingerenza,  secondo Il PSI si tratta di “una pressione non lecita esercitata su un avvenimento che investe la responsabilità di partiti e di uomini politici e non già di organizzazioni o di personaggi del mondo religioso”; per l’Avanti nel carrozzone antiaperturista (il centro sinistra veniva anche definito apertura a sinistra) si “trovavano in buona compagnia L’Unità, L’osservatore romano, il neofascista il secolo, il tambroniano telesera, il confindustriale Globo.”

Diversa l’opinione anzi opposta dell’Unità che accusa il nascente centro sinistra milanese di essere fatto con il placet cardinalizio ma anche e contraddittoriamente:” è noto che Montini ha diviso la città in settori e ha prescritto ai Parroci di chiedere le preferenze per uomini assolutamente impegnati a non colludere in alcun modo con il PSI”, e parla di umilianti condizioni poste dalla dc ai socialisti opinione condivisa anche da parte della sinistra socialista.

Subito dopo l’elezione della giunta (Il 21 gennaio) il quotidiano cattolico milanese l’Italia scrive: “i termini dei rapporti con la nuova amministrazione comunale sono stati indicati nella lettera di dimissioni dell’avv. Melzi d’Eril: è mancata da parte dei consiglieri democristiani nella seduta inaugurale anche la minima discriminazione anticomunista, alla quale richiamare i due socialismi alleati. Se non sarà nell’aula consiliare pronunciata dai tre partiti aperturisti, compresi quindi i social nenniani, una inequivocabile professione di fede anticomunista, i cattolici trarranno le conseguenze”, proclama dagli scarsi effetti, nei fatti il centro sinistra milanese resse la città fino al 1976 per passare la mano alla giunta di sinistra.

Va ricordato che per far digerire l’ingresso dei socialisti in giunta la DC sostenne che non si trattava di un fatto politico ma di una convergenza strumentale cioè una “giunta tecnica”, non ci credettero nemmeno quelli che sostenevano questa tesi.

Melzi d’Eril che era stato eletto assessore della nuova giunta si dimette 5 giorni dopo perché non vi era stata una “recisa dichiarazione programmatica anticomunista da parte di tutti i partiti convergenti…Questo contrasta con gli impegni che io avevo assunto con il mio elettorato”.

Gli altri assessori democristiani (alcuni dei quali cofirmatari del preambolo antinenniano) scrive il corsera: “si sono ben guardati dall’imitarlo in quanto assessori fedeli alla carica…”; un comunicato ufficiale della DC “ritiene che le dimissioni da assessore di Melzi d’Eril non costituiscano un fatto politico nuovo che possa creare particolari difficoltà”.

Gli sconfitti di quelle elezioni e della nascita della giunta di centrosinistra sono 2: il sindaco uscente Ferrari che sarà sostituito da un altro socialdemocratico ma non di primo piano come potevano essere Tremelloni o Vigorelli bensì dal professorale Cassinis settantaseienne, politicamente abbastanza scialbo e l’arcivescovo.

Curiosamente per le destre Montini è sì contro il centrosinistra ma è comunque un vescovo rosso, ci vorrà un libro di Eliana Versace “Montini e l’apertura a sinistra. Il falso mito del «vescovo progressista»” per smontare questa fake news; anche se quando il 26 marzo 1967 Paolo VI annunciò al mondo l’enciclica Popolorum progressio, l’enciclica montiniana fu liquidata dal Wall Street Journal come “marxismo riscaldato”, poco meglio della definizione del Time “marxismo d’inizio secolo”.

 Per non parlare dei conservatori nostrani che sul Tempo scrissero: “pastorale della predicazione sostituita dalla spada o scimitarra dell’azione insurrezionale o guerrigliera”, sostenendo che “la tesi della divisione del mondo in Paesi settentrionali industrializzati, imperialisti, egoisti, sfruttatori e in Paesi meridionali arretrati, sfruttati e contadini, è propria di Mao e della Cina Popolare”.

 Insomma, il vescovo rosso contrario al centro sinistra diventa il papa maoista.

Walter Marossi

per saperne di più:

Giovanni Battista Montini. Paolo VI. Biografia storica e spirituale di Giselda Adornato

Montini a Milano. 1954-1963 di Giorgio Del Zanna

Montini e l’apertura a sinistra. Il falso mito del «vescovo progressista» di Eliana Versace

Luigi Granelli l’impegno di un cristiano per lo stato democratico. a cura di. E. Versace, M. C. Mattesini

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