LA CITTÀ CHE SALE

Un esempio di architettura

Mille anni fa, quando ero studente, all’università i litigi feroci su cosa fosse l’architettura non investivano solo l’estetica del costruito ma affrontavano i vari aspetti della progettazione dell’ambiente umano: da come si fa una città, a come si fa un quartiere, a come si fa un’abitazione.

Era un periodo in cui noi studenti, ma non solo noi, ci consideravamo davvero il Grande Architetto Dell’Universo, ogni costruzione, per essere considerata degna dell’architettura, doveva anzi aveva l’obbligo di adeguarsi a norme precise stabilite da maestri Francesi, Americani e Tedeschi che spesso – scoprii dopo – si sottraevano o contraddicevano allegramente le loro affermazioni.

Finalmente, ma mi ci è voluto molto tempo, ho capito che l’essere architetto o meglio l’essere riconosciuto come architetto fa parte di una costruzione culturale fragile ma nello stesso tempo ferrea che non tiene conto o forse tace delle esigenze invalicabili del committente e della sua estetica, della riottosità delle imprese di costruzione che si manifesta con l’aumento dei prezzi per le lavorazioni a cui non sono abituate e agli altri mille impicci che nella fase di elaborazione del famoso progetto si presentano.

È però vero che non si progetta né si costruisce nel deserto e quand’anche capitasse le città che abbiamo visitato, quelle in cui abbiamo vissuto, quella dove viviamo, gli spazi pubblici a volte monumentali ma anche senza pretese particolari, il paesaggio che ci è capitato all’origine ha strutturato e formato silenziosamente il nostro gusto, la nostra vita e il nostro cervello a cui poi abbiamo mescolato il sale e gli aromi della cultura.

Sono i profumi che sprigiona questo minestrone sobbollente che mi spingono a immaginare un edificio e a guidare la mia mano mentre disegno e progetto.

Un’illuminazione in questo senso è stata la lettura dei cataloghi di due mostre: una del 1936 alla Triennale di Milano (G. Pagano G. Daniel “Architettura rurale”) e una al MOMA di New York del 1960 (B. Rudesi “Architettura senza architetti”) ma ancora di più la riproposizione in forme moderne di una fattoria tradizionale fatta da G. Michelucci trovata per caso su una vecchissima rivista (Domus n. 4/1932).  

Vedendo questa illustrazione mi sono chiesto che motivo c’era, se non quello di una costruzione intellettuale, per sostituire un tetto a falde con uno piatto rinunciando così a un possibile spazio usufruibile e a alla coibentazione fornita dall’aria imprigionata nel sottotetto.

Da tutti questi ingredienti nascono gli edifici che sono stati costruiti in un comune della Città Metropolitana di Milano.

Sono stati costruiti ai margini di una vasta superficie verde e nella vicinanza di un piccolo monumento ai Caduti.

La forma del lotto ha determinato la posizione dei fabbricati che tra loro formano un angolo, il progetto si è preoccupato di mantenere la continuità del costruito attraverso l’uso del porticato, su cui si affacciano alcuni negozi, che si interseca nel punto centrale dove trova posto una fontana.

Affaccio dei negozi, porticato e fontana sono gli elementi che apparentano gli edifici di questo piccolo comune alla grande città.

Nulla di straordinario, alcuni semplici accorgimenti per rendere la vita migliore agli abitanti e ai vicini che ne possono usufruire perché hanno generato un piccolo spazio pubblico: riparato quando piove e all’ombra quando il sole è alto che non è non solo di passaggio ma permette di sostare; la fontana ha bordi larghi su cui ci si può sedere e anche dal portico ci si può affacciare sulla vasca in cui si rispecchiano nubi e cielo e da cui si può spingere lo sguardo verso il prato e gli alberi antistanti alle case.

Gli edifici di tre piani ciascuno hanno un aspetto ricercatamente ordinario anche se dei piccoli accorgimenti, nella facciata vero il parco, come i pilastri centrali rivestiti di quarzite al centro della facciata e una serie di colonne che si rastremano verso l’alto a sostenere i balconi e lo sporto del tetto li fanno apparire più imponenti di quanto non siano.

La profondità dei balconi mette in ombra la facciata e fa risaltare pilastri e colonne e permette di avere e usare uno spazio all’aperto non soffocante.

Da lì, seduti su una sdraio, tendendo l’orecchio si sente il dolce rumore della vita, forse si riesce anche a rubare qualche pizzico di felicità e riafferrare qualche parte di sé.

Il coronamento della fontana, verso il parco, è un piccolo omaggio a F. Borromini perché l’anno in cui è stata progettata coincideva con il quarto centenario della sua nascita; nella parte posteriore invece un muro che disegna un arco rende possibile l’accesso al portico.

La vasca è di forma triangolare con le sponde rivestite col marmo rosso di Verona e i suoi fossili mentre il fondo è in pietra nera in modo tale, come ho già detto, che il cielo e le nubi vi si rispecchino.

Il retro degli edifici dà su un parcheggio ed è anch’esso scandito da balconi – meno profondi – lungo tutta la facciata e che girano attorno agli angoli, col tempo e come al solito sono diventati sede di armadietti porta tutto.

Qui, le colonne che reggono i balconi si appoggiano su pilastri rivestiti in mattoni a vista così come gli ingressi alla scala e all’ascensore, i mattoni a vista sono usati per afferrarsi e ricordare i muri dei fabbricati tipici della pianura.

Fu divertente constatare che gli abitanti del paese, quando videro gli edifici e i loro colori, diedero al posto il nome Giamaica.

Il committente lo prese quasi come insulto, ma naturalmente la colpa cadde sull’architetto per una volta davvero costruttore di qualcosa che aveva trovato una sede nella fantasia collettiva.

Io ne fui contento perché mi parve bello che avesse il nome evocativo di un posto che ha un piede nei sogni.

Paolo Aina

Vista dall’alto
L’edificio minore
L’edificio maggiore
La fontana
Retro 1
Retro 2
Retro 3
Vista dal parco

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