FOCUS SULLE DONNE MIGRANTI

Per celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato

Gli studi sulle migrazioni hanno sottolineato che le donne migranti hanno meno opportunità di lasciare il paese di origine e si trovano ad affrontare situazioni più complesse e delicate rispetto a quelle degli uomini.

L’Università Cattolica ha presentato un’attività di ricerca qualitativa condotta dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo nel biennio 2022-2024 e documentata nel volume Libere da, libere di? Storie di giovani donne in Italia con i corridoi umanitari“.

Il volume ci mette a contatto con la testimonianza di venti giovani donne under 35, provenienti da diversi Paesi, che attraverso la scelta di migrare in Italia grazie ai corridoi umanitari hanno intrapreso la ricerca ostinata di una vita degna, oltre la violenza, oltre la paura e l’umiliazione.

Si è trattato di incontri umani autentici, non burocratici, animati dalla tensione verso la comprensione delle traiettorie di vita di donne, che hanno avuto finalmente la possibilità di uscire dall’ombra e di diventare visibili. Veri incontri biografici, che documentano storie di vite offese e che interrogano e investono di responsabilità chi ascolta.

Non sono state ascoltate soltanto le venti donne, che liberamente hanno deciso di partecipare alla ricerca, ma anche una pluralità di persone informate, che si sono occupate di accoglierle e di accompagnarne il percorso.

A dieci anni dall’attivazione dei corridoi umanitari, nati nel 2015 dalla collaborazione tra istituzioni e società civile[1], questi corridoi costituiscono un’opportunità di migrazione in sicurezza per persone con particolare vulnerabilità: donne sole con bambini, vittime del traffico di essere umani, anziani, persone con disabilità o con patologie, minori non accompagnati.

“Non ci si salva da soli e, anche, non c’è futuro senza accoglienza” – afferma senza mezzi termini il cardinale Zuppi nella Prefazione al volume. E aggiunge che “quando annega un migrante, annega l’intera umanità”: per questo il nostro umanesimo deve impegnarsi nelle operazioni di salvezza di chi rischia di morire di speranza e si mette comunque in viaggio.

È sicuramente per gran parte merito di queste donne se si sono salvate e non ce l’avrebbero fatta senza un atteggiamento proattivo e una grande resistenza fisica e spirituale. Il resto, però, l’ha fatto chi nel percorso migratorio ha teso loro la mano: si salvano insieme, chi migra e chi accoglie con l’intento di fare rete e costruire comunità intorno al bisogno di qualcuno.

Per tutte ci sono stati momenti di spaesamento e mesi vissuti quasi in silenzio, come in un film muto, perché mancavano le parole e l’interazione linguistica era complicata, tuttavia è scattata subito la solidarietà tra le rifugiate, le giovani volontarie e le famiglie tutor.

Le loro difficoltà, le memorie traumatiche della situazione dei loro paesi di provenienza, i loro viaggi  e gli abusi subiti[2], sono ombre che si proiettano ben oltre il viaggio e incarnano vissuti difficili, forme di vulnerabilità plurime con cui fare i conti da vere e proprie sopravvissute. Sono però state in grado di mettere in atto forme di resistenza per entrare in un’esperienza trasformativa che le possa traghettare verso una vita degna. Anche se spesso non lo sono ancora, si coglie già un’autopercezione di autonomia. Si sentono sicure, efficaci e rispettate. Anche per quelle donne che stavano sufficientemente bene nel paese d’origine e che incontrano difficoltà nel vedere riconosciuto il loro titolo di studio, una cosa è certa: indietro non si torna!

Molto significativa su questo tema nell’ambito della Civil week l’iniziativa del progetto Fr-Agile!, intitolata “Le minori straniere non accompagnate. Multidimensionalità dei bisogni e delle vulnerabilità”, coordinata da Giovanni Romano e Nicoletta Stefanelli presso Cineteca Milano. In questa occasione per la prima volta si è data voce pubblicamente a un fenomeno – quello della migrazione al femminile – che rischia di non essere raccontato, perché rappresenta una piccola percentuale sul totale (34 donne su 1432 MSNA). Le ragazze testimoni hanno condiviso con il pubblico il proprio disorientamento iniziale, dovuto al trauma della rottura di legami familiari, della fuga da violenza e matrimoni forzati, al nuovo contesto di regole e abitudini, alla barriera linguistica, alla fatica del processo di adattamento, alla difficoltà dell’accoglienza scolastica, alla preoccupazione di non possedere un documento di identità che tuteli la sicurezza giuridica: “Non è per niente facile essere migrante, ma grazie alla cura della rete delle educatrici e delle tutrici, al fondamentale ricorso alla mediazione linguistica e culturale, all’accoglienza della scuola, oggi mi sento una ragazza in gamba”. “Bisogna provare a diventare forte dentro, perché se sei forte dentro riesci a fare molte cose”.

Uno dei tanti esempi di autodeterminazione, capacità di resilienza, tenacia nel perseguire i propri sogni di bambina.

Una lunga strada è stata percorsa dalla fine degli anni Novanta, quando una ginecologa, una suora e un’avvocata diedero vita al sistema milanese di contrasto alla violenza sulle donne[3], sono stati allargati gli spazi di solidarietà, arginate forme di diffidenza e cercate risposte sempre più efficaci in termini di protezione internazionale.

In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato – che si celebra ogni anno il 20 giugno – queste storie devono essere fatte conoscere anche a audience più ampie di quella dei ricercatori e diffuse presso un pubblico più vasto. Soltanto così si può cercare di allargare gli spazi di solidarietà e arginare forme di diffidenza connesse all’esposizione a forme di comunicazione spesso non informate e manipolate.

Accogliere rende le nostre comunità più aperte e curiose anche nei confronti di lingue, culture, giochi, cucina e tradizioni diverse.

Rita Bramante


[1] Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e Ministero dell’Interno; Caritas Italiana, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche e Tavola Valdese

[2] Il 90% delle donne sbarcate in questi anni secondo UNHCR e Medici senza frontiere hanno subito abusi.

[3] Alessandra Kustermann, suor Claudia Biondi e Manuela Ulivi.

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