VALORE ETICO DELLA COMUNICAZIONE
Per la tutela della democrazia
Uno dei temi più delicati e importanti, di rilevanza inedita nell’agire sociale contemporaneo, è la responsabilità del linguaggio, l’uso delle parole consapevole e attento al loro valore e all’impatto che producono.
In collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e con il patrocinio di FERPI, UNA Aziende della Comunicazione Unite ha promosso la mattinata di studio “Le parole al limite. La necessità di un linguaggio responsabile“, rivolta a professionisti della comunicazione, ma anche agli studenti del Corso di laurea in Scienze umanistiche per la comunicazione, i comunicatori di domani.
Quindici relatori – docenti universitari, giornalisti, esperti di comunicazione e rappresentanti delle istituzioni – hanno affrontato il tema in prospettiva umanistica e multidisciplinare, affiancando la riflessione storica all’attenzione filologica, l’approccio linguistico al contributo della sociologia, della scienza e del diritto.
Obiettivo e ambizione dell’evento non solo promuovere una maggiore consapevolezza circa impatto e efficacia delle parole nei contesti sociali, mediatici e professionali, ma anche disseminare contenuti culturali, che contribuiscano a sollecitare un impegno pubblico orientato a evitare di accendere la polarizzazione torto-ragione, tipica dei social media e dei talk show, e a scegliere la regola aurea di non dire agli altri quello che non vorremmo fosse detto a noi – come ha sottolineato Edoardo Buroni, docente di Linguistica Italiana in UniMI.
Parlare e scrivere è agire: le parole non sono mai neutre, la comunicazione è sempre politica e la qualità del linguaggio pubblico è pertanto un tema di rilevanza civile. Le parole formano la nostra relazione sociale, stabiliscono dialogo e legami che possono costruire società o conflitto, che generano la possibilità di includere o escludere, di essere accoglienti o violenti. Le parole che usiamo possono evitare o meno il rischio di possibilità manipolatorie, ha precisato il sociologo Flavio Ceravolo.
Agnese Pini, direttrice del Quotidiano Nazionale[1], ha dato voce a chi le parole le deve scegliere per mestiere e sente sulla pelle la responsabilità di una gestione eticamente sostenibile, perché un giornalismo libero e indipendente serve a informare cittadini consapevoli ed è architrave della democrazia.
Più si abbassa la qualità dell’informazione veicolata dal canale tradizionale dei giornali di carta e on line, più si indeboliscono i cittadini e si abbassa la qualità della democrazia.
C’è sempre più confusione tra comunicare direttamente con il popolo e informare, cioè collocarsi nel mezzo tra il potere e la piazza. Spesso la piazza virtuale aggira, purtroppo, l’informazione e asseconda il potere che ha bisogno di comunicazione capace di generare consenso. La democrazia non si fonda sul consenso, bensì sul conflitto organizzato e in questo sta la sua complessità.
Un giornalismo in crisi finisce per confondersi sempre di più con il consenso; il vero giornalismo ha a che fare con l’onestà, il vero giornalista ci mette la faccia, il proprio nome e cognome e racconta ciò che vede, non spaccia verità prendendo in giro il lettore, ma racconta solo ciò che può testimoniare direttamente. Potrà sembrare poco – come si scusò Montanelli, reporter di guerra in Ungheria nel 1956, chiuso in uno scantinato perché non era possibile recarsi in prima linea sul campo – ma non è affatto poco.
È toccato a Anna Scavuzzo, da quindici anni ormai in prima linea nell’amministrazione di Milano e oggi con l’incarico apicale di vicesindaca, portare l’attenzione sul compito di rappresentare e comunicare un’Istituzione che sia per tutti, e non solo per una parte, e sulla responsabilità del messaggio pubblico, che può creare o erodere fiducia, avvicinare o allontanare le persone. Anche sesi misura con problematiche complesse, il messaggio pubblico deve saper intercettare le preoccupazioni delle persone e far sentire la vicinanza delle istituzioni attraverso un linguaggio sobrio, inclusivo e autentico, coerente con le azioni, rifuggendo ogni vuota ipersemplificazione e riuscendo a essere trasparente e comprensibile al destinatario.
Il bisogno di abitare gli spazi con onestà comunicativa deve essere riconosciuto come prioritario e soltanto se l’Istituzione sa creare un contesto di fiducia potrà rendersi credibile nella richiesta di corresponsabilità e partecipazione attiva alla comunità. Milano ha scelto di essere un laboratorio civico con la comunità e gli attori istituzionali sono impegnati a farsi interpreti di parole che arrivino direttamente alla collettività e che sappiano ingaggiarla in una progettualità condivisa.
Un’attenzione particolare è stata riservata all’hate speech, al lessico dell’odio alimentato dall’algoritmo, alle parole che in rete – e non solo – superano il limite – alla discriminazione etnico-razziale attraverso il linguaggio. Può forse sorprendere, ma – secondo la ricerca Kapusons presentata in apertura della seconda sessione – per la prima volta nel 2025 la politica ha superato il calcio nell’uso di parole ostili: la fogna dell’ingaggio di haters non sono le curve dello stadio, ma politica e attualità. E Rosy Russo, paladina della comunicazione non ostile, ha ribadito la necessità di un impegno collettivo a abitare i social, che non sono più uno strumento, ma appunto una cultura da abitare. Provare a essere “netily”, parola inventata composta da “net” (rete) e “–ily” (family), una comunità inclusiva che sa esprimere il dissenso al posto dell’insulto, cerca di comprendere le emozioni e di mettersi nei panni dell’altro, di usare parole ponte, parole disarmate che accorciano le distanze e privilegiano la cura.
E Daniela Collu, autrice di podcast (@stazzitta) ha proposto la recente lettera aperta di Renato Brunetta al Corriere per raccontare le ferite del body shaming e la difficile convivenza quotidiana con la denigrazione del proprio aspetto fisico[2].
Per “Le parole al limite” l’evento milanese rappresenta solo il debutto di un format replicabile, che dopo la prima tappa sarà riproposto nelle sedi universitarie di altre città italiane. Per saperne di più, programma, biografie dei relatori e registrazioni integrali degli interventi sono disponibili su unacom.it/parole
[1] QN-Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno. Presidente Casa Editrice Longanesi
[2] R. BRUNETTA, Io e la violenza del body shaming, in “Corriere della Sera”, 14 maggio 2026

Condivido in linea di massima il contenuto ideale dell’articolo, ma ho dei seri dubbi sull’onestà della frase: “Milano ha scelto di essere un laboratorio civico con la comunità e gli attori istituzionali sono impegnati a farsi interpreti di parole che arrivino direttamente alla collettività e che sappiano ingaggiarla in una progettualità condivisa”. Gli attori istituzionali di questa città si sono sempre distinti per mentire su tutto in ogni campagna elettorale. Si accreditano voti con l’inganno. Riescono a mentire persino quando la campagna elettorale è abbondantemente conclusa. Mentono anche senza motivo, così, tanto per il gusto di farlo. Serve a poco, perciò, che s’impegnino a farsi interpreti di parole che arrivino direttamente alla collettività; se le parole rivolte alla collettività, per quanto belle e politicamente corrette, sono mendaci il danno alla democrazia è di proporzioni incommensurabili. Tutto il resto, per quanto sia molto importante, passa in secondo piano.