REGIONI E COMUNI: MEGLIO MENO MA MEGLIO

Per un piano di riordino strutturale e funzionale

Nella partita a scopa della politica italiana i programmi figurano come carte di apertura del mazzo elettorale in attesa di calare i carichi pesanti: coalizioni, liste e candidati. E inesorabilmente scartati a fine mano. Il rituale della discussione preliminare sui programmi pertanto serve per tenere banco in un gioco ove vincere la posta ĆØ il fine, non il mezzo per un piano di buon governo.

Tuttavia con il voto al recente referendum costituzionale si è intravvista una possibile ripresa della coscienza democratica e della responsabilità collettiva. Nel caso restituire centralità ai programmi potrebbe ridare un senso alla partecipazione al voto ed al controllo successivo sul più o meno coerente impegno degli eletti.

Ma sempre nel caso occorrerebbe che il messaggio dei programmi fosse chiaro e comprensibile, evitando formulazioni ambigue e general-generiche buone per le mediazioni politiche ma destinate al disinteresse e all’irrilevanza.  In altre parole ĆØ necessario che i programmi indichino scelte nette e decise; ed inoltre propongano non solo cosa fare, ma anche chi e come lo deve fare.

Scegliamo, a titolo di esempio, il capitolo del funzionamento delle istituzioni locali/ intermedie e l’organizzazione della pubblica amministrazione, ovvero l’ossatura della Repubblica nella sua articolazione periferica, fondamentale per la realizzazione delle opere e l’erogazione dei servizi. Come si articola la struttura del potere pubblico per ambiti territoriali e relative competenze? Come superare la pletora di enti e istituti spesso sovrapposti e/o ridondanti a spese dell’efficienza ed efficacia complessiva?

Per fluidificare e razionalizzare l’ordinamento proviamo a formulare una prima ipotesi quantitativa di accorpamenti:

-Ridurre ad un quarto (-3/4) il numero dei Comuni, sulla base di soglie minime adeguate per contiguitĆ  e consistenza degli uffici e dei servizi.

-Ridurre alla metĆ  (-1/2) le Province, restituendo l’eleggibilitĆ  diretta degli organi ed i poteri sulle funzioni sovracomunali quali mobilitĆ , ambiente, governo in scala del territorio.

-Ridurre di un quarto (1-1/4) le Regioni, riconsiderando inoltre le ragioni tuttora attuali degli statuti speciali.

-Ridurre a quattro (14-10) le CittĆ  metropolitane, con normative specifiche e decentramento autonomo dei capoluoghi.

Si tratta pertanto di ritagliare escrescenze e sfrangiature per poter riallineare la filiera dei nodi decisionali e dei centri di spesa, malgrado l’effetto collaterale di dover restringere non poche posizioni apicali politiche e burocratiche. Tuttavia si tratta del presupposto per integrare una rete istituzionale più nitida ed equilibrata.

Altrettanto rilevante, e correlata, ĆØ la questione della distribuzione qualitativa delle competenze e delle funzioni. Viene allora alla luce una seria incongruenza presente nel testo della stessa Costituzione, che ĆØ vero sia scampata a ben tre gravi tentativi di deformazione (2006, 2016, 2026) ma conserva intatta la ferita inferta al Titolo quinto nel 2001.

Purtroppo il Titolo V° contiene due principi contrastanti: l’uno perverso subito attuato, l’altro virtuoso però rimasto sulla carta ovvero distorto con la successiva legge Delrio del 2014.

Si tratta degli articoli 116 (autonomia differenziata orizzontale) e 117 (poteri concorrenti delle regioni) che contraddicono i principi di sussidiarietĆ , adeguatezza e differenziazione verticale degli enti costitutivi la Repubblica, ovvero-comuni-province-cittĆ  metropolitane-regioni (art. 114 e 118).

Tale frattura dura da un quarto di secolo, nell’unanime indifferenza della politica, benchĆ© gli effetti siano ormai evidenti e verificabili.  Proviamo ad esaminare due casi di palese impatto con i bisogni e le aspettative dei cittadini: i servizi socio-sanitari e le infrastrutture territoriali.

Nel primo caso riscontriamo la centralizzazione della tutela della salute in capo alle regioni, che la gestiscono mediante manager nominati e appaltatori privati, escludendo ogni partecipazione di base.  Se nelle unitĆ  locali agisse un controllo democratico da parte dei comuni, giĆ  delegati ai servizi alla persona, si stabilirebbe un rapporto proattivo con la dirigenza sanitaria, selezionata per concorso. Quindi un salutare decentramento gestionale verso il basso (comuni e municipi).

Nel secondo caso il governo del territorio, disperso in capo ai singoli comuni ā€œpadroni in casa propriaā€, rende impossibile ogni pianificazione strategica sovracomunale. MobilitĆ , ambiente, parchi, infrastrutturazione dovrebbero invece essere inquadrati in ambiti di scala ampia, con un riguardo particolare alla specificitĆ  delle aree metropolitane. Dunque uno spostamento dei poteri, almeno parziale, verso l’alto (province e cittĆ  metropolitane).

Di certo parlare di programmi e programmazioni in epoca di liberismo e spontaneismo imperante ĆØ cosa ardua: un vaste programme se ĆØ permesso il gioco di parole! Come non ĆØ facile fuoriuscire da una politica ripiegata – con rare eccezioni – su sĆ© stessa.  Tuttavia i tempi straordinari che si prevedono renderebbero indispensabile e urgente un’energica svolta.

Sullo sfondo globale le grandi opzioni (guerra ed egemonia, clima ed energia, immigrazione e demografia) non sono certamente del tutto a portata di mere scelte elettorali. Ancora abbordabile forse l’alternativa tra democratura formale-omologata e democrazia reale-partecipata, a patto che questa trovi una straordinaria e compatta presa di coscienza in grado di rivitalizzare lo spirito e l’indirizzo di una Costituzione tanto celebrata quanto purtroppo disattesa e distorta.

Valentino Ballabio

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Ugo Targetti
Ugo Targetti
12 giorni fa

Caro Valentino,
condivido la tua proposta che renderebbe le istituzioni locali più efficienti e più coerenti al dettato costituzionale.
Vorrei in parallelo considerare la mutazione della nostra democrazia verso un modello di concentrazione del potere legislativo nell’esecutivo. Potrebbe sembrare un modello meno democratico ma più efficiente. In realtĆ  non si ĆØ dimostrato neppure efficiente. Un modello incapace di riforme.  Mentre l’esecutivo ĆØ concentrato su obiettivi a breve termine (anche quando il tema richiederebbe ben altra prospettiva come l’approvazione di una riforma costituzionale con il voto di fiducia!), il Parlamento non ha più l’autonomia politica per discutere riforme che non possono che essere sostenute da un larga maggioranza.
Negli ultimi venticinque anni ĆØ stata approvata una sola riforma quella delle pensioni, approvata da un governo tecnico e sotto la pressione dell’emergenza ovvero del collasso del sistema previdenziale.   Ancora pochi mesi fa quando il caso dell’urbanistica di Milano ha messo in evidenza la pericolositĆ  dell’incoerenza e della contraddittorietĆ  tra i diversi livelli istituzionali, il Parlamento non ĆØ riuscito non dico a varare la nuova legge urbanistica, ma neppure una legge che riportasse a coerenza il vecchio sistema legislativo.
In questa condizione che definirei prepolitica, sarĆ  difficile che si arrivi ad una qualsiasi riforma organica degli enti locali o della legge urbanistica del 1942. Ci vorrebbe uno shock che rimettesse in funzione il Parlamento. Per esempio, se alle prossime elezioni si arrivasse ad una sostanziale paritĆ  tra gli schieramenti che obbligasse a formare maggioranze capaci di riforme.
Peer restare nel campo delle utopie da tempo penso che avendo il popolo deciso di tenere due camere, bisognerebbe differenziarne il ruolo, Alla Camera i compito di approvare le leggi necessarie all’attuazione del programma governativo; al Senato, svincolato dalla maggioranza di governo, il compito di rifondare i codici e approvare le riforme necessarie in una prospettiva di lungo termine.

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