NOI E LA PAZZA DI CASA
Alla ricerca dei nostri talenti
L’abbinamento genio-follia possiede ancora oggi una forza di attrazione straordinaria, a giudicare non solo dall’interesse che continuano a riservargli medici, psichiatri, psicoanalisti e filosofi ma dallo spazio che i mezzi d’informazione dedicano ad un tema che richiama l’attenzione e la curiosità di buona parte dell’opinione pubblica. La trasformazione di un legittimo interesse scientifico verso lo studio della complessità dell’essere umano in spettacolare riproposizione di antichi stereotipi e pregiudizi, fa sì che, accanto a non poche ricerche, riflessioni, saggi, opere letterarie, cinematografiche e televisive degne di rispetto, assistiamo a un fiorire di speculazioni in tutto o in parte infondate che trasformano in gossip pseudoscientifico il rapporto tuttora misterioso esistente tra l’eccezionalità creativa – non solo nell’arte e nella scienza – e la psicopatologia.
Basti notare l’abuso e il cattivo uso della stessa parola ‘genio’ la cui accezione più diffusa implica l’irraggiungibilità del personaggio, accompagnata a una buona dose di bizzarria, imprevedibilità e stravaganza di comportamenti. Questi stereotipi contribuiscono a fare del creativo eccezionale un individuo che sfugge ad ogni confronto con l’individuo ordinario, privandolo in tutto o in parte della sua umanità. Questa radicale diversità che viene attribuita all’individuo geniale lo espone ad un’ambigua adorazione pronta a trasformarsi in svilimento da parte di chi teme o invidia l’uomo o la donna che osa percorrere strade insolite e che va, per così dire, riportato a terra evidenziandone gli umani difetti.
Vittorio Cerami[i] ricorda invece che la genialità non è soltanto degli inventori, degli scienziati, dei sarti, degli artisti, ma anche dei ladri, dei truffatori, dei mariuoli, di chiunque avverta, sotto forma di vera e propria coazione, “il forte conflitto tra il mondo nel quale viviamo e l’universo chiuso dentro di noi. Gli ‘oggetti’ che creiamo sono il frutto di un tentativo di conciliazione. […] Vuol dire che non si può essere creativi se il mondo nel quale viviamo e quello che è in noi combaciano: è necessaria un’idiosincrasia, diciamo pure un’infelicità. “ E Cerami aggiunge questa divertente considerazione: “Con questo non voglio certamente dire che l’inventore del cavatappi abbia avuto tentazioni suicide. Ma è certo che il tempo consacrato a spaccarsi il cervello sul modo migliore di estrarre il sughero dalla bottiglia lo ha distolto da altre vitali tensioni.”
Anche all’inventore del cavatappi si adatta quanto ha scritto Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione: “[richiedendo] un pieno oblio della propria persona e dei suoi rapporti, ne deriva che la genialità non è che la più completa oggettività, ossia la direzione oggettiva dello spirito che si oppone alla direzione soggettiva la quale tende alla propria persona, ossia alla volontà”.
Karl Jaspers, ricorda Umberto Galimberti, pur constatando una coincidenza tra i momenti più creativi di genialità patologiche e gli episodi più acuti di schizofrenia, ritiene che la patologia possa accompagnare la genialità, ma non spiegarla. Galimberti è una fonte particolarmente attendibile del pensiero di Jaspers che considera uno dei suoi maestri, avendolo conosciuto e frequentato a Basilea tra il 1962 e il 1965. Nel suo Dizionario di psicologia[ii], commentando le analisi jaspersiane della produzione di letterati e artisti collegandole alla loro vita patologica, sottolinea come esse, a differenza di tante altre patografie, si collochino non solo sul terreno scientifico delle indagini di psichiatria applicata ma anche sul terreno filosofico delle problematiche esistenziali. Le opere degli artisti studiati da Jaspers[iii] alla luce delle testimonianze biografiche disponibili, “lungi dall’essere racchiuse negli spazi ristretti dell’alienazione assumono il significato di momenti paradigmatici delle estreme possibilità umane.”
Pur condizionato dalla malattia, lo spirito creativo è, scrive Jaspers, “al di là dell’opposizione tra normale e anormale, e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dal difetto della conchiglia. Come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale di un’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita”. Come ho segnalato all’inizio, l’attenzione al difetto e non alla perla caratterizza invece troppo spesso il richiamo che l’eccezionalità creativa esercita sul grande pubblico. È questo il rischio della riduzione a gossip delle patografie che non dovrebbero, scrive ancora Galimberti, presentare le opere come ‘sintomi’ della malattia, “ma come materiali che rivelano la modalità in cui l’autore si è reso conto del proprio mondo spirituale esponendolo nell’opera.” Jaspers era stato chiaro: “Lo spirito non può ammalarsi. Ma lo spirito è sostenuto dall’esperienza concreta. La malattia dell’esistenza ha conseguenze per la realizzazione dello spirito che può essere inibito, differito, oppure anche favorito e attuato in modo unico.” Le patografie, sono “biografie che vogliono presentare allo psicopatologo [non erano, dunque, rivolte al grande pubblico, FS] i lati interessanti della vita psichica e chiarire il significato delle sue manifestazioni e i suoi processi per la genesi delle opere di alcuni individui”.
Il genio paga sempre per le sue doti, scriveva Henry James[iv]. A fronte dell’ammirazione e dello stupore che suscita, non si perdona alla genialità di esistere non fosse altro perché sottolinea i limiti della normalità a cui gran parte dell’umanità non può, o non vuole, sfuggire. Il ricorso all’abbinamento della grande creatività artistica e scientifica alla follia può certamente trovare giustificazione nella bizzarria dei comportamenti e talvolta nell’esistenza di una vera e propria patologia, ma risulta spesso una confortante spiegazione dell’inspiegabile, se non una sorta di auto-rassicurazione di chi folle non è, o crede di non esserlo, e si limita a guardare dalla finestra fatti e misfatti del genio, pronto ad acclamarlo o ad infangarlo a seconda degli umori del momento.
Del resto, benché se ne parli in termini entusiastici in ogni discorso pedagogico, la creatività non è incoraggiata se non con moderazione nella pratica educativa[v] forse proprio perché se ne teme il carattere fortemente iniziatico che implica sempre una morte e una rinascita. La creatività senza aggettivi, quella di certi artisti, scienziati o uomini e donne che l’hanno cercata e incontrata nella giovinezza, nella maturità e perfino sul finire della vita, presuppone invece una rischiosa libertà di pensiero e di azione, il coraggio o la temerarietà di sfidare opinioni e convenzioni correnti. Per essa valgono le parole di Stéfan Zweig in Casanova:“Solo colui che vive per vivere, colui che è creatore, che si limita a godere, può essere libero e prodigo. Colui che si propone dei fini da raggiungere, passa di fianco alla bella avventura.” I bambini, almeno finché non viene instillata in loro l’ossessione dei fini da raggiungere – il che avviene di solito molto precocemente – e se le condizioni materiali di vita glielo consentono, sono naturalmente creativi e per un breve periodo vivono ‘la bella avventura’, come si legge in Elegie di Duino di R.M. Rilke: “[…] in quell’andar da soli / avevamo la gioia che dà quel che non muta, / stavamo là in uno spazio di mezzo tra mondo e balocchi / in un posto che fin dall’origine / era creato per un evento puro […]”.
Ma questa libertà, trascorsa la stagione dell’infanzia, ha un prezzo altissimo che hanno pagato e pagano tutti coloro che lasciano un segno di eccezionalità creativa al loro passaggio su questa terra. Ogni genio, anche se è stato riconosciuto come tale in vita o, più di frequente, dopo la sua morte, è fondamentalmente incompreso. Si abbandona una strada e se ne imbocca un’altra, poco o affatto frequentata. Prendere una decisione, ricordava Franco Fornari, significa sempre de-caedere, tagliare, scegliere una cosa e non un’altra. Quest’ultima è in qualche modo perduta e dunque ogni scelta comporta anche una perdita, un lutto. Per di più, la scelta diventa particolarmente luttuosa quando è impossibile prevedere cosa avverrà in base alla decisione presa. L’incertezza sull’esito delle proprie decisioni provoca quella che viene definita ansia decisionale che si manifesta in vario modo e porta spesso il creativo in rotta di collisione con il proprio ambiente. In un articolo[vi] dedicato al saggio di Vito Cagli Malattie come racconti[vii], Giorgio Cosmacini riporta un passo dalla Montagna incantata di Thomas Mann in cui Hans Castorp dice a Madame Chauchat: “Ci sono due strade che conducono alla vita: una è la solita, diretta, onesta. L’altra è brutta, porta attraverso la morte ed è la strada geniale.” Lo stesso Mann, in una sua ‘Lezione per gli studenti dell’Università di Princeton’ afferma che “Questa concezione della malattia e della morte come passaggio obbligato al sapere, alla salute e alla vita, fa della Montagna incantata un romanzo di iniziazione.”
‘Creare’ è forzare i limiti della realtà utilizzando i dati della realtà stessa in forme e modalità insolite. È proprio l’esistenza di limiti che ci sprona a valicarli e a creare. Lo psicologo russo, Vigotskij, sosteneva che ogni creazione dell’immaginazione si compone sempre di elementi presi dalla realtà e già inseriti nell’esperienza passata dell’individuo. Se l’immaginazione potesse creare dal nulla, scriveva, o se avesse per le sue creazioni altre fonti che l’esperienza passata, si tratterebbe di un improbabile prodigio.
Per spiegare cos’è la creatività, utilizzava una fiaba popolare della sua terra, in cui si descriveva una capannuccia che poggiava su zampe di gallina. Nessuno ha mai avuto esperienza di una costruzione del genere se non attraverso la fiaba e gli elementi (la capanna + le zampe di gallina) con cui questa immagine è stata costruita fanno parte della reale esperienza umana. Soltanto la loro combinazione reca l’impronta della creazione dell’immaginazione, quella felice non-corrispondenza con la realtà a noi nota che ci trasporta nel mondo fantastico della combinazione insolita di elementi di realtà.
È vero che “nulla si crea e nulla si distrugge”, ma l’essere umano è in grado di percepire, utilizzare e modificare il reale in forme molto personali. Questo è uno degli aspetti più affascinanti e talvolta inquietanti dell’esistenza che, senza questa nostra illusione di lasciare un segno nel reale, sarebbe ben piatta e scialba.
Se creare è forzare i limiti, è necessario che questi limiti siano presenti, e non parlo soltanto delle nostre evidenti limitazioni di esseri umani, ma anche delle norme della nostra cultura, dei suoi stereotipi, dei suoi pregiudizi. Non c’è creatività senza limiti da superare, barriere da infrangere, ostacoli da superare.
Creare è trasgredire all’ordine che impone che una capanna non poggi su zampe di gallina.
Per questo la vita dei veri creativi non è mai stata facile: sono instancabili cercatori di nuovi sensi in un mondo che per lo più si rifugia nell’ovvio e nello scontato.
Il bambino è messo in condizione di liberare il suo naturale potenziale creativo se gli si evitano, nel gioco, due estremi: il primo, quello dell’assoluta mancanza di regole, gli impedisce di crescere misurandosi con una realtà che non è a sua completa disposizione e resiste al cambiamento. Il secondo, quello della costrizione, dell’autoritarismo, della sopraffazione, del giudizio sul prodotto e dell’interpretazione, che non gli consente alcun movimento intellettuale e lo rende conformista e schiavo.
Bambine e bambini – lo sanno bene gli adulti che ne hanno cura nei primi anni di vita – non hanno alcun bisogno di lezioni di creatività. Questo loro potenziale, tuttavia, può essere sviluppato soltanto in un ambiente fertile che fornisca ricchezza di esperienze e lo esponga alle diversità di cultura, di sesso, di razza, di età, di condizioni fisiche, psichiche e sociali, di ambienti di vita. Un ambiente adulto che ritualizzi le tappe dello sviluppo e della crescita sociale, fissi chiare regole del gioco e le rispetti, consentendo a bambini e ragazzi di rendersi conto di stare crescendo anche riconoscendo loro la responsabilità delle trasgressioni.
C’è da chiedersi, però, se vogliamo davvero bambini – e adulti – creativi e dunque un po’ imprevedibili, diffidenti verso l’ovvietà e il conformismo, talvolta ombrosi e con una sospetta indipendenza di pensiero. Ho l’impressione che ci si accontenti di una ‘moderata creatività’, un vero e proprio ossimoro. Una ‘moderata creatività’ è il massimo degli obiettivi che si parano dinanzi alla stragrande maggioranza di noi ed è comunque sempre una minoranza quella che riesce a raggiungerlo. Già questa modesta creatività può comunque dare senso a una vita.
Per non ridurci ad assistere alle imprese di chi non ha voluto o potuto ‘moderare’ la propria creatività, dovremmo patteggiare con la ‘pazza di casa’, come Santa Teresa d’Avila chiamava la fantasia, invece di esorcizzarla, rinchiudendola e bandendola dalla nostra vita. Sviluppare maggiormente la nostra creatività ci consentirebbe forse di non limitarci ad ammirare, invidiare, umiliare o psichiatrizzare il genio, ma di comprenderne meglio i picchi e gli abissi, le gioie e i dolori che, senza eccezione, incontra chi nella sua vita convive con ‘la pazza di casa’. La pazza di casa è anche il titolo di un coinvolgente e illuminante saggio-romanzo di Rosa Montero[viii], dalle cui pagine è possibile sbirciare nel mondo di sogni, incubi, paure, dubbi, euforia e sconforto, di una scrittrice di talento. La ragione, scrive la Montero, “possiede una natura limpida e operosa e si sforza sempre di colmare di cause ed effetti tutti i misteri in cui le capita di imbattersi, al contrario della fantasia che è totale mancanza di misura e caos abbacinante”. E più avanti: “Fare lo scrittore significa […] non avere paura di esplorare tutti i mondi possibili e alcuni impossibili. […] noi narratori siamo creature più dissociate degli altri, o forse più consapevoli di tale dissociazione. Insomma sappiamo che dentro di noi viviamo in tanti.”
Nei bambini, negli artisti e di tanto in tanto, seppure più di rado, in qualcuno di noi è avvertita la gioia e l’esaltazione del vivere per vivere, del giocare per giocare, dell’esprimersi per esprimersi. Conosco anche lo sconforto e la depressione che così spesso si impadroniscono di bambini e artisti quando vengono distolti dal gioco per il gioco, dal produrre per produrre. Conosco la loro relativa indifferenza rispetto al prodotto, simile talvolta a una depressione post partum.
Sembra che l’uomo colga il meglio della vita nell’essere fertile più che nella contemplazione del prodotto della sua fertilità.
Va riconosciuto questo bisogno comune a ogni essere umano, un bisogno dunque non esclusivo dell’infanzia, dello scienziato, dell’artista o dell’inventore del cavatappi: rendere, per quanto possibile, fertile ogni momento della nostra breve giornata su questa terra alla ricerca, spesso infruttuosa, dei nostri talenti, piccoli o grandi che siano, senza lasciarsi spaventare dalla ‘pazza di casa’ e dai difetti che la conchiglia deve avere per produrre una perla.
Fulvio Scaparro
(scritto il 12 novembre 2004) L’illustrazione del titolo è tratta da The Origins of Creativityby Louis Menand The New Yorker April 17, 2023
[i] Repubblica, 2 settembre 2004.
[ii] Torino, UTET, 1992.
[iii] Strindberg und Van Gogh. Versuch einer pathographischen Analyse unter ergleichender Heranziehung von Swedenborg und Hölderlin, Bircher, Bern 1922 (Springer, Berlin 1926; Piper, München 1957); trad. it., Strindberg e Van Gogh, a cura di B. Baumbusch e M. Gandolfi, Colportage, Firenze 1977; ora in Genio e follia. Malattia mentale e creatività artistica, a cura di U. Galimberti, Rusconi, Milano 1990.
[iv] ‘Greville Fane’, in: La bestia nella giungla e altri racconti, Milano, Garzanti, 1984.
[v] Scaparro, Fulvio. La bella stagione, Milano, Vita e Pensiero, 2003.
[vi] ‘Se la malattia è letteratura’, Corriere della Sera, 11 novembre 2004.
[vii] Roma, Armando Editore, 2004.
[viii] Milano, Frassinelli, 2004.
