L’URBANISTICA ALLA PROVA DEL CLIMA: TRA RETORICA GREEN E REGOLE REALI. UNO SGUARDO DA MILANO A ROMA
Riflessioni sull’ambiente nei piani urbanistici di Milano, Torino, Bologna e Roma
Cerchiamo di farla facile. Anche perché l’argomento non lo è. Anzi. Comunque semplificherò parecchio e sarò irritante come sempre. La domanda è questa: l’urbanistica – quella disciplina che da decenni si occupa di indici di edificabilità, fasce di rispetto, piani attuativi e destinazioni d’uso – ha gli strumenti per affrontare le tematiche ambientali? O stiamo chiedendo a un martello di fare il lavoro di un bisturi?
E c’è anche un’altra domanda, quella che nessuno vuole davvero porsi: quante volte abbiamo sentito un sindaco parlare di “città spugna”, “forestazione urbana” e “neutralità carbonica”, per poi approvare una variante che ha impermeabilizzato altri diecimila metri quadrati? Il marketing territoriale è diventato il rifugio di chi non vuole leggere le norme tecniche di attuazione. Che invece, a guardarle bene, qualcosa da dire ce l’hanno.
La risposta alla domanda iniziale non né sì né no. È: dipende da come è scritto il piano. E da chi lo applica. E a quanti ricorsi al TAR riesce a sopravvivere. Ma andiamo con ordine.
L’urbanistica moderna nasce come disciplina dell’ordine urbano. Regola dove si costruisce, quanto si costruisce, a che distanza dal vicino. L’ambiente, in questo schema, era qualcosa che stava fuori dalla città: campagna, bosco, collina. Roba da paesaggisti, non da urbanisti.
Poi è arrivato il cambiamento climatico. E con lui le alluvioni nelle città, le isole di calore, la siccità, la perdita di biodiversità anche in mezzo ai quartieri residenziali. E quindi la domanda si è posta: può la pianificazione urbanistica fare qualcosa? O aspettiamo che lo faccia qualcun altro?
Ho guardato i piani di quattro grandi città italiane – Milano, Torino, Bologna e Roma – per capire cosa prevedono le loro norme tecniche su questo tema. Il risultato è interessante. E per certi versi sconfortante.
Milano: l’IRIC, i tetti verdi e il problema delle deroghe
Partiamo da Milano, che è casa nostra e che negli ultimi anni ha avuto più cronache urbanistiche giudiziarie che ambientali. Ma il PGT 2030 – al netto di tutto ciò che è successo dopo – contiene alcune cose interessanti, a tratti persino coraggiose.
Le Norme di Attuazione del Piano delle Regole introducono una categoria che si chiama “Ambiti di Rigenerazione Ambientale”: luoghi ad elevata sensibilità ambientale in cui le trasformazioni devono includere infrastrutture ecologiche finalizzate all’incremento della biodiversità urbana. Chi trasforma deve compensare, e la compensazione ha un contenuto ambientale preciso: verde, permeabilità, biodiversità.
C’è di più. Il PGT introduce l’obbligo di presentare una “Relazione di Verifica CO2” per i nuovi interventi e le ristrutturazioni pesanti. E soprattutto – fiore all’occhiello, almeno sulla carta – l’Indice di Riduzione dell’Impatto Climatico (IRIC): un meccanismo che subordina i diritti edificatori alla garanzia di tetti verdi, invarianza idraulica e depavimentazione. Nel 2022, poi, il Comune ha aggiornato le norme in relazione all’assetto idrogeologico del torrente Seveso, avviando una Valutazione Ambientale Strategica dedicata. Invece di aspettare che esondasse di nuovo, hanno modificato le norme tecniche. Bene.
Il problema è quello di sempre, e a Milano è diventato quasi proverbiale: questa impalcatura ecologica si scontra con la prassi di un’urbanistica contrattata – Accordi di Programma, deroghe, varianti, e leggi regionali su sottotetti e seminterrati che finiscono per vanificare gli sforzi di permeabilità, sacrificando il suolo sull’altare di una densificazione che di sostenibile ha spesso solo il cappotto termico. La distanza tra il piano scritto e il cantiere autorizzato, a Milano, è materia di studio. O di inchiesta.
Torino: trent’anni dopo, scopre il clima (e il regolamento edilizio)
Torino ha vissuto con il Piano Regolatore del 1995. Trent’anni. Un piano nato per gestire le aree dismesse della Fiat, non per affrontare la crisi climatica. Le sue Norme Urbanistico Edilizie di Attuazione non contenevano praticamente nulla sull’ambiente inteso come ecosistema.
Nel frattempo, però, qualcosa si è mosso: il vecchio PRG ha trovato linfa vitale nell’integrazione con l’Allegato Energetico-Ambientale del Regolamento Edilizio. Una scelta poco raccontata ma concretamente interessante: si sono innestati parametri ecologici stringenti sul recupero del patrimonio esistente, con norme che spingono per l’incremento della permeabilità dei suoli – in particolare nelle immense ex aree industriali e nei cortili storici – e obbligano a standard di efficienza energetica severi. È la dimostrazione che anche un impianto normativo tradizionale può guidare la rigenerazione, se supportato da indici tecnici che non si possono semplicemente ignorare.
Il Consiglio Comunale ha poi approvato a marzo 2026 il Progetto Preliminare del nuovo PRG. Per la prima volta, il piano si articola su tre visioni strategiche, una delle quali è Torino come “ecosistema”. Le infrastrutture verdi e blu entrano nel disegno urbano come componenti strutturali, non come standard da soddisfare a fine progetto per far contento l’ufficio verde pubblico. E qualcuno in aula ha persino usato le parole “servizi ecosistemici” senza che nessuno ridesse.
Devo però aggiungere la nota dolente: siamo ancora al Progetto Preliminare. Le norme tecniche definitive non esistono. E nella storia dell’urbanistica italiana c’è un cimitero di principi nobili che non hanno mai trovato la strada delle prescrizioni operative. Torino ha buone intenzioni. Aspettiamo le norme.
Bologna: dove l’ambiente è struttura, non appendice
Bologna merita un discorso a parte. E non solo per il tortellino.
La Regione Emilia-Romagna ha introdotto con la sua legge urbanistica del 2000 un sistema articolato su più livelli – Piano Strutturale Comunale, Piano Operativo Comunale, Regolamento Urbanistico Edilizio – e ha imposto che ogni PSC sia accompagnato da una Valutazione di Sostenibilità Ambientale e Territoriale integrata nel piano, non allegata come tappabuchi finale.
Il nuovo PUG di Bologna fa però un salto ulteriore: ha abbandonato la tradizionale zonizzazione per abbracciare una logica per obiettivi, mettendo “Resilienza e ambiente” al primo posto. Le norme dichiarano guerra al consumo di suolo puntando al saldo zero netto – non una dichiarazione d’intenti, ma un vincolo operativo. L'”Eco-rete urbana” introdotta non è un orpello paesaggistico da esibire in conferenza stampa, ma un sistema prescrittivo che vincola le trasformazioni a standard di rinverdimento e gestione delle acque piovane: non aggirabile con una semplice monetizzazione.
L’art. 36 del PSC stabilisce che la qualità ecologica e ambientale deve diventare “obiettivo fondante di tutti i piani, programmi e progetti”. Non un obiettivo tra gli altri. L’obiettivo fondante. E poi c’è il RUE, che prescrive requisiti di riequilibrio ecologico, consumi energetici, materiali, impermeabilizzazione, clima acustico, verde urbano. E – questa è la mia preferita – impone di “favorire la sosta e la riproduzione della fauna nelle ristrutturazioni degli edifici”, prevedendo accorgimenti per pipistrelli e uccelli. In un regolamento edilizio. Ci siamo capiti.
Il modello bolognese è verticalmente integrato: dagli obiettivi del PSC alle regole operative del RUE, c’è una catena prescrittiva che non lascia molti margini all’interpretazione creativa. È il sistema più coerente tra quelli esaminati. Forse anche troppo…
Roma: la Rete Ecologica c’è, l’attuazione meno
Roma ha un PRG approvato nel 2008 che, sulla carta, contiene alcune innovazioni importanti. Il Titolo III delle Norme Tecniche di Attuazione è dedicato interamente al “Sistema ambientale e agricolo”. Non come appendice, non come vincolo negativo. Come sistema.
L’art. 72 istituisce la Rete Ecologica, un’intuizione formidabile: eleva il verde, l’Agro Romano e il reticolo idrografico al rango di infrastruttura primaria, esattamente al pari di strade e ferrovie. La norma vieta l’edificazione diretta nelle aree sensibili e prevede il trasferimento delle cubature per liberare suolo e ricucire le fratture ecologiche. Per la prima volta in una città italiana di quella dimensione, la Rete Ecologica entra tra gli elaborati prescrittivi del piano: non una tavola programmatica, ma una tavola che determina obblighi di intervento di recupero ambientale per chi vuole trasformare queste aree. In più, le NTA prevedono impianti di alberature “a protezione delle infrastrutture tecnologiche e tra le diverse destinazioni urbanistiche per assorbire e/o mitigare gli impatti, compreso l’abbattimento di polveri e rumore”. Non è poco.
Il dramma romano, però, non risiede nello strumento – concettualmente avanzato – ma nell’incapacità cronica della macchina amministrativa di governare le trasformazioni e arginare la pressione dello sprawl abusivo o in deroga. La Rete Ecologica, scritta bene sulla carta, resta troppo spesso ostaggio dell’incuria e di una pressione edificatoria che le norme, da sole, non riescono a contenere. Roma è Roma. Nel bene e nel male.
E quindi?
L’alibi della “mancanza di strumenti” non regge più. Indici di permeabilità profonda, vincoli di invarianza idraulica, reti ecologiche, bilanci di CO2, Eco-reti prescrittive: sono già scritti nero su bianco nelle Norme Tecniche dei nostri piani. Bologna dimostra che quando si costruisce un sistema normativo verticalmente integrato, con valutazioni di sostenibilità cogenti e regolamenti edilizi che traducono gli obiettivi in prescrizioni concrete, i risultati sono diversi dall’ambiente come buona intenzione di copertina. Milano ha fatto passi avanti, ma l’attuazione – corrosa dalle deroghe e dalla contrattazione urbanistica – rimane il punto debole. Torino sta costruendo qualcosa di promettente, ma le norme definitive non sono ancora scritte. Roma ha le norme, ma l’attuazione è il tallone d’Achille cronico.
Il problema, in tutti e quattro i casi, è la stessa cosa: il coraggio politico di applicare le regole senza sconti. Continuiamo a baloccarci con il greenwashing istituzionale – alberi nei rendering, slogan sulla città spugna, plastici patinati nelle conferenze stampa – dimenticando che una città resiliente non si costruisce a colpi di immagini, ma con la rigida, faticosa, talvolta noiosa ma vitale intransigenza delle NTA. Fino a quando le regole ambientali saranno considerate “oneri” da aggirare e non “fondamenta” da cui partire, la pianificazione resterà complice del declino climatico delle nostre città.
Poi c’è il nodo che nessuno vuole affrontare davvero: le tematiche ambientali non rispettano i confini comunali. Le reti ecologiche, il ciclo dell’acqua, la qualità dell’aria attraversano province e regioni. Finché la pianificazione ambientale rimane prevalentemente un fatto comunale, senza un raccordo davvero cogente con le scale superiori, si rischia di fare ottime norme locali che non si parlano tra loro.
Il cambiamento climatico, com’è noto, non ha mai letto un piano regolatore.
Pietro Cafiero
