IL PIANO CASA E IL GRANDE RIMOSSO DEL PD 

Pd nazionale e Pd milanese

Leggere autorevoli esponenti del PD denunciare, sulle pagine dell’Unità, l’emergenza abitativa e della palese insufficienza del nuovo “Piano Casa” varato dal Governo, produce inevitabilmente un curioso cortocircuito politico. Soprattutto quando tra le firme compare quella di un protagonista politico di una città, Milano, che negli ultimi anni è stata elevata a modello nazionale proprio mentre diventava progressivamente inaccessibile ad una larga parte dei suoi cittadini. 

Sia chiaro: il Piano Casa del governo presenta limiti enormi, contraddizioni evidenti e un impianto che rischia di affrontare una delle più grandi emergenze sociali del Paese con strumenti insufficienti e spesso ambigui. La sensazione è quella di una misura più orientata a tamponare gli effetti del disagio che a intervenire sulle sue cause strutturali. Ma il problema è che chi oggi denuncia tutto questo, spesso evita accuratamente di interrogarsi sulle responsabilità politiche e culturali che hanno contribuito a costruire il modello urbano e abitativo che ci ha portati fin qui. 

Nel loro intervento gli esponenti del PD invocano una “strategia nazionale ambiziosa sul tema dell’abitare”. Ed è proprio qui che emerge, probabilmente, il primo grande errore di impostazione. La questione abitativa non è un tema astratto e centralizzabile. È, al contrario, una questione profondamente territoriale, urbanistica, sociale e perfino culturale. Le esigenze di Milano non sono quelle delle aree interne, delle periferie romane, delle città medie lombarde o delle realtà meridionali. 

Continuare a immaginare che il tema possa essere governato prevalentemente attraverso una regia centralista significa non comprendere la natura stessa del problema. Servirebbe invece un radicale cambio di paradigma: una legge quadro nazionale capace di fissare principi, vincoli pubblici e diritti fondamentali, lasciando però alle amministrazioni locali la piena responsabilità della pianificazione abitativa e urbanistica.

Sarebbero i territori, e non i ministeri romani, a dover definire strumenti, priorità e modelli di intervento, assumendosi finalmente anche le responsabilità politiche delle proprie scelte. 

Lo Stato dovrebbe svolgere un ruolo di indirizzo, controllo e garanzia attraverso proprie agenzie o authority indipendenti, verificando la coerenza dei Piani di Governo del Territorio rispetto ai principi generali di tutela dell’interesse pubblico. Ma la gestione concreta dovrebbe tornare il più vicino possibile ai territori e alle comunità. Questo approccio avrebbe almeno un merito: responsabilizzare non solo la politica locale, ma anche il mercato immobiliare locale, troppo spesso abituato a muoversi dentro sistemi opachi, deresponsabilizzati e costruiti su continue deroghe urbanistiche e fiscali. 

Naturalmente tutto questo richiederebbe risorse vere. Risorse nazionali, certo, ma anche una revisione profonda dei meccanismi locali di finanziamento urbanistico. Per anni gli oneri e gli strumenti compensativi sono stati progressivamente piegati a logiche di facilitazione della rendita e della speculazione privata, con il risultato di impoverire ulteriormente la capacità pubblica di intervenire sul tema abitativo. Ma esiste un altro enorme convitato di pietra che nell’articolo del PD appare appena sfiorato: il tema delle case ERP sfitte e inutilizzabili. 

Qui il problema non è soltanto quantitativo. È soprattutto qualitativo e gestionale. Da anni una parte consistente del patrimonio di edilizia residenziale pubblica versa in condizioni di degrado impressionante. Interi condomini e quartieri vivono una situazione di fatiscenza strutturale che rende spesso impossibile rimettere rapidamente sul mercato sociale gli alloggi che si liberano. Eppure il grande rimosso del dibattito pubblico continua a essere sempre lo stesso: la manutenzione. Manutenzione ordinaria. Manutenzione straordinaria. Presenza costante sui territori. Cura del patrimonio. Programmazione. Per troppo tempo si è preferito ignorare il problema, quasi che il semplice fatto di possedere un tetto sopra la testa rendesse automaticamente “fortunati” gli inquilini ERP. 

Una narrazione profondamente ipocrita, soprattutto quando quel tetto rischia letteralmente di caderti addosso. Se negli anni fosse esistita una seria e continua politica manutentiva, moltissimi alloggi oggi sfitti avrebbero potuto essere rapidamente recuperati e assegnati attraverso normali bandi pubblici. Invece si è scelto di inseguire emergenze continue senza mai affrontarne le cause strutturali. 

Ma c’è un ulteriore nodo che quasi nessuno vuole affrontare apertamente: il fallimento dell’attuale modello di gestione del patrimonio ERP affidato a società partecipate o enti formalmente pubblici, ma organizzati secondo logiche sempre più aziendalistiche e para-privatistiche. La vera privatizzazione non è soltanto quella del mercato immobiliare. È anche quella culturale che ha trasformato il diritto all’abitare in materia da delegare a soggetti gestionali spesso lontani dai territori, dai bisogni reali e persino dalla funzione sociale che dovrebbero garantire. 

Forse sarebbe arrivato il momento di ripensare radicalmente questo modello, riportando la gestione del patrimonio residenziale pubblico dentro una responsabilità politica e amministrativa diretta degli enti locali, sostenuti economicamente dallo Stato ma finalmente obbligati a rispondere in modo trasparente ai cittadini. Perché il patrimonio ERP non è fatto soltanto di muri, palazzi o quartieri. È fatto soprattutto delle persone che ci vivono dentro. 

Ed è proprio qui che emerge la più grande contraddizione del centrosinistra italiano: continuare a denunciare gli effetti sociali di modelli urbani che, soprattutto nelle grandi città, ha contribuito esso stesso a costruire e consolidare. Milano, da questo punto di vista, non rappresenta un’eccezione. Rappresenta il modello. Un modello che ha celebrato per anni la rigenerazione urbana, l’attrattività internazionale e la finanziarizzazione immobiliare, mentre espelleva progressivamente lavoratori, giovani, famiglie e pensionati dal diritto stesso di poter abitare la città. 

Per questo il problema non è soltanto il Piano Casa del governo. Il problema è un’intera classe dirigente che da troppo tempo ha smesso di considerare l’abitare un bene comune, trasformandola definitivamente in una leva economica, finanziaria ed elettorale. E finché questo paradigma non verrà messo radicalmente in discussione, continueremo ad assistere allo stesso spettacolo: governi che promettono soluzioni, opposizioni che si indignano e cittadini sempre più soli davanti a un diritto fondamentale ormai ridotto a merce. 

Gabriele Ghezzi 

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