TROPPO GRANDI PER LAVORARE, TROPPO PICCOLE PER COMPETERE
Le Partecipate milanesi e i bisogni insoddisfatti della Città e dell’Ambiente
Per poter dare un giudizio complessivo capace di condurre poi a proposte dotate di visione e realismo, nella grande partita dell’Economia Pubblica milanese, il vero convitato di pietra di ogni tornata elettorale ma ancor più di questa dove la contrapposizione ideologica pare finalmente tramontata, occorre prima mettere in fila i partecipanti tenendo presente il vero motore di ogni organizzazione pubblica lasciata a se stessa: se per il Mercato vale il Too big to fail per il Non Mercato dei servizi pubblici vale il Too big to work, ovvero nessuna organizzazione pubblica complessa funziona senza una direzione politica lungimirante che le imponga obiettivi e ne verifichi i risultati, modificando alla bisogna l’organizzazione secondo necessità.
Naturalmente per qualsiasi entità associata pubblica (sia essa un Comune, una Regione o uno Stato) non dovrebbe mai valere il criterio assolutorio dell’ordinaria amministrazione, condizione necessaria ma assolutamente minimale, bensì quello della soddisfazione crescente dei bisogni emergenti, siano essi quelli straordinari (forse la cosa più facile da farsi perché come tutti sanno gli italiani emergono dalla loro naturale inedia solo nelle emergenze), quelli incrementali come ad esempio le emergenze climatiche o semplicemente l’ampliamento di quelli ordinari, perché la domanda di benessere pubblico, siano essi asili, strutture di supporto sanitario o assistenziale, attrezzature sportive, trasporti efficienti o semplicemente minori costi per i servizi, è quella che conta: non avendo un Mercato che pone condizioni di prezzo e qualità esiste solo l’intelligenza politica che può imporre equilibri incrementali alle proprie società perché in caso di assenza, specie se prolungata, le stesse società, al pari di ogni struttura pubblica, mirano saggiamente alla propria conservazione, meglio ancora se a compiti decrescenti per i singoli addetti.
Dunque se al primo posto esistono i bisogni della Città, ripartiti fra bisogni individuali, collettivi o dell’Ambiente, questi prima di venire soddisfatti si trovano dinnanzi un mondo di operatori che a remunerazione data mira a fare il minimo di legge e ciò accade per natura e non per cattiveria dei soggetti, visto che anche noi faremmo lo stesso se messi in quella condizione: esiste dunque solo un medium che possa spostare l’equilibrio più in alto e questo è la Politica chiamata a nominare Amministratori e Presidenti capaci e a porre gli obiettivi verificandone l’attuazione.
Questo ruolo, da sempre attuale nella Politica Milanese da che esiste questo gloriosissimo Comune, in questo secolo a Milano è stato quasi costantemente cloroformizzato delegando alla supremazia dei tecnici amministrativi e a quelli operativi ciò che da sempre dovrebbe essere nella disponibilità di Giunte e Consigli: il risultato è lo stato attuale delle cose, ovvero una corretta ordinaria amministrazione, un buon livello nei servizi offerti specie se paragonati a quelli del resto del Paese e una totale subordinazione alle richieste del settore privato, cui è stato demandato dai Sindaci di Sinistra e di Destra il compito di far crescere la Città: le due Sindacature di Beppe Sala hanno rappresentato il modello di una Città che disegna se stessa in emulazione della sua parte più innovativa e ricca, come dimostra in modo sin troppo evidente l’incremento nel valore immobiliare.
Non solo, questo traino esercitato dal settore privato che nel passato fu prevalentemente manifatturiero, oggi è quasi esclusivamente di pertinenza della finanza e dei servizi, e sta disegnando una città sempre più divisa tra chi vince e chi può tutt’al più essergli di servizio: se nella manifattura la piramide di comando è fisicamente e immediatamente evidente con una stratificazione strutturale a competenze crescenti, nella fornitura di servizi esiste prevalentemente chi comanda e chi gli è utile, potenzialmente sostituibile da una qualsiasi IA o da servi a minor costo (sull’argomento potrei citare un aneddoto personale avvenuto durante un appuntamento di lavoro nel più grande studio di progettazione milanese dove di fronte a due sale piene di giovani neolaureati nelle loro postazioni di lavoro, uno dei titolari commentava che probabilmente con l’arrivo dell’IA a parità di commesse lavorative i due terzi di loro nel giro di pochi anni avrebbero dovuto cercasi qualcos’altro da fare avendo nel mentre, si spera, acquisito competenze superiori utili a qualcun altro).
Che l’abdicazione della Politica dal suo ruolo direttivo di scomodo comandante delle proprie truppe produca scartine è evidente nella fotografia attuale dell’Economia Pubblica milanese proprio nelle sue società più rappresentative che non a caso, usano la contiguità e la necessità economica del loro dante causa, il Comune, come strumento di conservazione del proprio recinto.
Occorre riandare al 2008 quando nella comunque benedetta operazione di fusione tra AEM (società energetica milanese nata dallo sfruttamento dell’energia idroelettrica della Valtellina e diventata carrozzone familistico con progressivo focus sull’energia termica, grazie soprattutto al disimpegno di Edison dal mercato) e ASM di Brescia, vincitrice della scommessa sulla termovalorizzazione dei rifiuti e strettamente legata alle multinazionali legate a quel ciclo (Siemens, ABB, Alstom) per osservare i danni provocati dall’assenza di visione dei milanesi rispetto ai bresciani che per primi avevano compreso lo stretto legame tra la termovalorizzazione dei rifiuti e il monopolio cittadino dell’energia termica, sottratto a qualunque regola di mercato tanto che da sempre, a differenza di Torino dove le reti di teleriscaldamento sono più ampie da sempre e le tariffe assai più convenienti di quelle del riscaldamento individuale, nella versione lombarda legata ai rifiuti si verifica la notevole inversione per cui l’energia termica ‘pubblica’ pur derivando da un cascame proveniente dal ciclo dei rifiuti, e quindi sostanzialmente gratuito, costa di più di quella individuale tanto che la leva commerciale utilizzata per un prodotto fuori mercato è stata quella impositiva da parte dell’Amministrazione come a Brescia, o quella assai più sottile milanese dove la clientela pubblica dell’edilizia popolare si è autonomamente consegnata al teleriscaldamento in quanto i due padroni di casa (Comune e ALER) vedevano ridotti gli oneri straordinari e soprattutto la morosità inevitabilmente derivante dall’eccessivo carico dei costi termici poteva venire riversato in altre caritatevoli poste rimborsate a piè di lista da Regione e Comune, con il curioso fatto di una carità fatta per interposta persona ad una società di diritto privato.
La differenza fra efficienza bresciana e indolenza milanese aveva condotto in quel fatidico 2008 alla discutibile ripartizione paritetica delle quote fra una città che portava 200000 clienti e una che ne portava 1400000, sette volte di più, senza contare che le dighe in Valtellina, ovvero la vera rinnovabile del prossimo futuro milanese, erano in capo a AEM e ben altra cosa di quelle di ASM in Valcamonica, mentre questa gestiva il lucroso asset del termovalorizzatore opportunamente e intenzionalmente sovradimensionato sulle necessità della propria città: di fatto oggi Milano è il principale mercato pubblico di A2a ma i suoi utili 2024 ritornano per 55 euro pro capite ai milanesi e per 375 euro pro capite ai bresciani, garantendo alla città di Brescia risorse utili per incrementare l’offerta pubblica di servizi mentre a Milano vanno a coprire un parte dei soli costi del personale.
Ma questa prevalenza del teleriscaldamento da termovalorizzazione, integrato da centrali a cogenerazione di gas, ha portato ad effettuare corposi investimenti in una fonte energetica non rinnovabile (il gas) e in una rinnovabile ma generatrice di inquinamento da combustione (la termovalorizzazione delle biomasse) per quanto per quest’ultima in indifferenza carbonica: se la domanda pubblica di fronte alla dimensione ragguardevole delle malattie connesse alla scarsa circolazione dell’aria padana e al ristagno degli ossidi di azoto e zolfo che ci sovrastano, avrebbe dovuto essere quella di smetterla sia nella produzione di energia termica che in quella di produzione elettrica con l’uso prevalente di fossili, ecco che l’attuale modello che garantisce utili e insalubrità, avrebbe potuto convertirsi in un modello che gli stessi utili avrebbe potuto (e dovuto) produrre in modo salubre puntando sulla rinnovabile padana per eccellenza, ovvero l’acqua (dighe e falda), cosa che non è alle viste e, al contrario, viene vista dagli iperfossilisti bresciani come il fumo negli occhi.
Non solo, la stretta correlazione tra il cascame termico della termovalorizzazione dei rifiuti e utili energetici non può nemmeno venire interrotto come sarebbe razionale mandando all’incasso con procedure di concorrenza il caldo prodotto e ipotizzando finalmente una gestione unica dei rifiuti su scala metropolitana in unica ATO dei rifiuti, perché sottrarre ciò che oggi viene pagato due volte (con la TARI e con la bolletta delle Case Popolari) smonterebbe il costoso giocattolo milanese, dove gli investimenti fatti su un prodotto a scadenza 2050 non si ripagheranno mai prima di tale data: quindi al momento risulta bloccata l’operazione razionale che porterebbe non solo alla diminuzione dei costi di raccolta trattamento rifiuti sull’area milanese con una ben costruita operazione in house fra tutti i 133 i Comuni, ma anche alla creazione di un player che, unificando l’intero ciclo del riutilizzo solido e liquido, assumerebbe finalmente una dimensione congrua oltre a quella asfittica delle piccole partecipate metropolitane attuali.
Lo stesso accade con l’operazione difensiva preparata da ATM per non perdere il TPL con un’operazione in sé razionale ma dai contorni complessi di una commistione di pubblico e privato così spinta come quella ipotizzata, quando il razionale spingerebbe verso un’integrazione unica nei trasporti regionali con Trenord e con SEA/SACBO per rendere operative quelle economie di scala e annesse razionalizzazioni industriali e finanziarie che per un settore da sempre finanziato a piè di lista dovrebbero produrre a parità di contributo pubblico il duplice risultato di portare il servizio di trasporto pubblico ad una maggiore efficienza e al consistente incremento nell’offerta sia nel trasporto di persone ma anche di cose: si pensi all’inevitabile necessario decongestionamento dei trasporti cittadini anche nel settore consegne, oggi un Far West a tutto vantaggio delle multinazionali e dello sfruttamento di manodopera sottopagata.
E si pensi quanto la creazione di un player pubblico fra Comuni e Regione potrebbe portare nei servizi sanitari e assistenziali territoriali, una volta compreso che le Case di Comunità potrebbero diventare il vero fulcro della medicina ordinaria non d’emergenza ma anche di quella assistenziale che necessita di presidi territoriali per mettere a fattor comune costi ed efficacia, mentre oggi ci si accontenta di una delega al buio al terzo settore che di suo fa quel che può con ciò che gli vien dato, in assenza di un piano universale.
Si potrebbe proseguire all’infinito (ho già sottolineato la cosa in un precedente articolo) ma il denominatore comune di tutto questo immobilismo che porta alla stasi nella fornitura dei servizi pubblici e all’incomprimibilità dei loro costi nasce dalla mancanza di una visone industriale da parte della Politica milanese, questa volta priva di qualsiasi colore, che favorisce l’inerzia di strutture troppo grosse per poter venire riformate da un singolo amministratore pubblico, fosse pure il Sindaco di Milano, svincolate come sono dal raggiungimento di qualsiasi obiettivo, sia esso economico o ecologico, con il macroscopico risultato di aver messo in secondo piano il pessimo clima che ci siamo prodotti facendolo diventare un fattore di primaria importanza del tutto trascurato, come trascurato è l’equilibrio idrologico del territorio vittima di cementificazione e scarsa manutenzione pur al cospetto delle ben note emergenze, già costate 160 mln per il solo contenimento delle piene del Seveso.
Dunque la dimensione non governabile unita all’incapacità di ridurre ad un paio o tre le società pubbliche destinate a governare in ben altro modo rispetto all’attuale la complessità dei nostri territori, fanno sì che la Milano pubblica oggi appaia come una mela avvizzita lasciata nel canestro della frutta, mentre attorno a lei crescono i grattacieli della ricchezza privata: non sono certo loro i colpevoli di un’offerta di servizi vocata a coprire i propri costi ma il sonno (speriamo a termine) della volontà politica chiamata a riformare una macchina che funziona a nafta pesante nell’epoca delle rinnovabili.
Accorpare e ridurre ad unità è la strada maestra che la buona Politica dovrebbe imporre alla Milano Metropolitana odierna, la quale dovrebbe smettere di applaudirsi guardando le altrui miserie facendosi bella di un vestito ormai fuori moda.
Giuseppe Santagostino
