PRIMARIE SI, PRIMARIE NO
Decidere perché i cittadini hanno bisogno di certezze
Devo dire la verità, a me le primarie non sono mai piaciute. In una democrazia fondata sui partiti, come prevede la nostra Costituzione, sono gli stessi che devono selezionare i leader. Sarà forse che avendo fatto il funzionario di partito (una volta si diceva “rivoluzionario di professione”) sono rimasto convinto che senza i partiti non esiste una vera democrazia.
Purtroppo oggi non abbiamo partiti strutturati e radicati, sono “fluidi e scalabili”, come ha dimostrato la vittoria di Elly Schlein nel PD. Quindi le primarie sono inevitabili. L’effetto negativo è quello di vedere aumentare la competizione nello stesso campo, il vantaggio è quello di creare una mobilitazione dal basso che può favorire la partecipazione popolare. Perché le primarie possano essere utili occorrono delle condizioni:
1- Definire il perimetro programmatico dentro il quale i candidati si riconoscono.
2- Farle almeno un anno prima della scadenza elettorale per consentire la riaggregazione dopo la competizione interna.
3- Primarie aperte con doppio turno e l’impegno a iscriversi ai seggi pagando una quota congrua.
Questo discorso vale anche e soprattutto per le elezioni del Comune di Milano. Dove i partiti hanno “sofferto” il protagonismo di Sala e dove la maggioranza di centro sinistra manca di coesione e di autorevolezza.
Il voto al referendum, la mobilitazione per la Palestina hanno visto la partecipazione di tanti giovani e di tanti elettori spesso rifugiati nell’astensione. Se i partiti si chiudono tra di loro in estenuanti trattative e tatticismi il rischio è la dispersione di queste energie.
L’elenco degli esempi di mancanza di coesione del centrosinistra milanese è lungo e perfino imbarazzante. Dal “Salva Milano” alle vicende dello Stadio di San Siro fino alla vicenda del gemellaggio con Tel Aviv.
Dopo 15 anni di giunte di centrosinistra che hanno governato Milano, la città ha bisogno di un riassestamento. Negli ultimi dieci anni un terzo dei cittadini è cambiato, la ricchezza è aumentata così come le diseguaglianze. Sempre più ricchi e sempre più poveri. I lavoratori hanno uno stipendio che non gli consente di vivere in questa città. I salari non bastano a pagare né l’affitto né un mutuo.
Mantenere una famiglia, anche lavorando in due, costa sacrifici e diventa sempre più difficile avere un figlio. La denatalità è un problema per Milano: dal 2008 al 2023 sono stati registrati 949.640 nuovi residenti – di cui 177.391 nati – mentre 859.094 non sono più residenti – di cui 227.144 sono deceduti- (dati Paper-8-hei Milano). Chi ha venduto casa si è trasferito fuori Milano e chi è arrivato ha dovuto affrontare costi eccessivi per poter vivere.
Mancano infermieri, insegnanti, autisti, camerieri, addetti ai servizi. La domanda di lavoro si concentra su finanza e turismo. Nessuno vuole bloccare gli investimenti copiosi che arrivano sulla città ma è necessario che ci sia una redistribuzione dei profitti per migliorare la qualità della vita di tutti. Ad esempio, sono diminuite di 87.302 unità le persone che dichiaravano un reddito inferiore a 26.000 euro mentre quelle che superano quel reddito sono aumentate di 115.907 unità. Ciò comporta un aumento delle disuguaglianze, alimentando “l’invidia sociale” che è fonte anch’essa di insicurezza.
Urbanistica, casa, mobilità e servizi sono le politiche da innovare. Lo sviluppo urbanistico, oltre a tener conto della dimensione metropolitana, deve privilegiare l’interesse pubblico rispetto alla speculazione finanziaria. Basta con la rigenerazione urbana che trasforma piccoli edifici fatiscenti in mirabolanti grattacieli a prezzi faraonici.
Le case devono essere accessibili a tutti. È un diritto sociale e non un asset da cui trarre rendita. Occorre colmare la grave carenza di alloggi a canone calmierato.
Muoversi in città deve essere conveniente, rispettoso dell’ambiente, al servizio di chi lavora, studia e, magari, vuole anche divertirsi.
I servizi devono essere di qualità e a basso costo per i cittadini. Le aziende che li forniscono devono essere sotto il controllo pubblico e i profitti devono essere investiti per migliorare il servizio e diminuire i costi.
La politica, quella alta e nobile, deve tornare a guidare i processi. I partiti di centrosinistra, in questi anni, hanno delegato a “tecnici” le funzioni di governo. Non sempre è andato tutto bene, è mancata la capacità di misurarsi con i capitali finanziari, dimostrando timidezza ed eccessiva benevolenza.
Ora è arrivato il momento di riaffermare il primato della politica, capace di dialogare, confrontarsi con il potere economico e per questo i cittadini milanesi devono diventare protagonisti del cambiamento.
Le primarie per l’elezione del Sindaco sono l’occasione non solo per scegliere il candidato ma soprattutto per ridare alla politica il senso della partecipazione democratica, evitando che sempre più cittadini si rifugino nell’astensione, delegando ad altri il proprio futuro. Primarie di coalizione aperte, da farsi entro il 2026, perché il tempo in politica non è una variabile indipendente, specie per una città come Milano che, come scrive Gianrico Carofiglio “è icona della modernità e delle contraddizioni e come nessuna città d’Italia è così spettacolarmente in bilico sul futuro”.
Marco Cipriano
