MORTI SUL LAVORO IN ITALIA: DUE LETTURE A CONFRONTO

Tra dati INAIL e osservatori indipendenti

I dati diffusi da INAIL e quelli elaborati dall’osservatorio indipendente di Bologna curato da Carlo Sorricelli, insieme al monitoraggio continuo di Piero Santonastaso, non si differenziano soltanto per i valori numerici, ma soprattutto per il modo in cui quei valori vengono costruiti, selezionati e interpretati. È qui che si apre una frattura che non è solo statistica, ma epistemologica: non riguarda cioè solo “quanti” siano i morti sul lavoro, ma “chi decide” cosa conti come tale e secondo quali criteri. 

Secondo i dati Inail, nei primi tre mesi del 2026 si registrano 136 morti in occasione di lavoro e 53 in itinere, per un totale di 192 decessi denunciati, in diminuzione rispetto ai 210 dello stesso periodo del 2025. Il dato viene immediatamente collocato dentro una lettura di variazione: 8,6% complessivo, con cali distinti tra le due categorie. Questa impostazione si fonda su una logica tipica dell’analisi congiunturale, dove il significato principale non è il livello assoluto del fenomeno, ma la sua direzione nel breve periodo. In termini statistici, si tratta di una lettura basata sulle differenze successive (first differences), utile per cogliere oscillazioni, ma strutturalmente incapace di descrivere da sola la stabilità di fondo. 

Tuttavia, questa stessa impostazione porta con sé un effetto implicito: trasformare una riduzione relativa in un segnale di progresso. È un passaggio non necessariamente esplicito, ma insito nella comunicazione dei dati. La diminuzione diventa interpretazione, e l’interpretazione tende a produrre rassicurazione. Anche quando viene ricordata la provvisorietà dei dati, la forma del discorso resta quella della traiettoria: una curva che scende, quindi un miglioramento.

Se però si cambia livello di osservazione e si passa a una prospettiva più ampia, come quella adottata dall’osservatorio indipendente, il quadro si modifica sensibilmente. Al 30 aprile 2026 si contano 337 morti sul luogo di lavoro, che diventano 461 se si includono anche gli infortuni in itinere e le categorie non pienamente intercettate dai sistemi ufficiali di classificazione. Solo nel mese di aprile si registrano 103 decessi sul lavoro, che salgono a 138 considerando l’insieme esteso. La media giornaliera si stabilizza attorno a 3,95 morti al giorno, in continuità con l’anno precedente.

Qui il punto metodologico è diverso. Non si privilegia la variazione tra due punti nel tempo, ma la persistenza del fenomeno lungo una serie continua. In termini statistici si passa da una logica differenziale a una logica di livello: ciò che conta non è quanto cambia il dato, ma quanto resta stabile. E la stabilità, in questo caso, non è neutra: indica una forma di ripetizione strutturale.

La distanza tra questi due insiemi di dati nasce quindi da un diverso perimetro di definizione. L’Inail opera dentro un sistema normativo e amministrativo preciso, dove la morte sul lavoro è un evento certificato, verificato, classificato secondo criteri standardizzati. Questo garantisce coerenza interna e confrontabilità, ma comporta inevitabilmente un ritardo e una selezione. L’osservatorio indipendente adotta invece un criterio inclusivo, volto a intercettare anche i casi che sfuggono alle categorie formali, ampliando il campo di osservazione ma riducendo la rigidità della definizione.

Da un punto di vista della teoria della misurazione, si potrebbe dire che i due sistemi differiscono per grado di “copertura del fenomeno” e per “definizione operativa della variabile”. In termini più semplici: una misura ciò che è ufficialmente riconosciuto, l’altro ciò che appare riconducibile al lavoro nella sua totalità sociale. Nessuno dei due è intrinsecamente errato, ma rispondono a finalità diverse.

È proprio questa divergenza a produrre un effetto politico, anche quando non viene esplicitamente dichiarato. Perché la scelta dell’indicatore determina la forma della realtà percepita. Se si guarda ai dati Inail, il fenomeno appare in lieve miglioramento, inserito dentro una traiettoria di contenimento. Se si guarda ai dati indipendenti, emerge invece una costanza quasi invariata, dove la riduzione diventa marginale rispetto alla persistenza quotidiana delle morti. In termini di analisi delle serie storiche, si potrebbe dire che il primo approccio enfatizza la variazione locale (short-term variation), mentre il secondo evidenzia la tendenza di lungo periodo (long-run persistence). Ma è proprio questa differenza di scala a cambiare la percezione del fenomeno: ciò che a breve appare come miglioramento, a lungo appare come stabilità.

La conseguenza è che la rappresentazione istituzionale tende a produrre un effetto di normalizzazione progressiva: se il dato migliora, anche lentamente, il sistema viene percepito come in evoluzione positiva. L’approccio indipendente, invece, interrompe questa linearità e riporta l’attenzione sulla quantità assoluta e sulla sua ripetizione quotidiana. La media di quasi quattro morti al giorno non è una variazione, ma una costante. 

Qui il discorso esce dalla statistica e diventa filosofico. La domanda non è più solo “quanto migliora il sistema”, ma “che cosa significa considerare accettabile una soglia stabile di mortalità legata al lavoro”. È un passaggio che riguarda la soglia di tollerabilità sociale del rischio. Quando un fenomeno si mantiene costante nel tempo, anche se varia nei dettagli, tende a essere percepito come normale. Ma la normalità statistica non coincide necessariamente con la normalità etica.

Il “va tutto bene”, in questo contesto, non è una dichiarazione esplicita, ma una costruzione implicita che deriva dall’uso selettivo degli indicatori. È il risultato di una grammatica dei numeri che privilegia il confronto percentuale rispetto alla sostanza assoluta, la variazione rispetto alla permanenza, la tendenza rispetto alla struttura. Tra queste due visioni, quella istituzionale e quella indipendente, non c’è una semplice differenza di dati, ma una diversa idea di realtà. Una realtà descritta come processo di miglioramento graduale e una realtà descritta come equilibrio instabile ma costante. E in questa distanza si gioca non solo la lettura dei morti sul lavoro, ma il modo stesso in cui una società decide di raccontare a sé stessa il rapporto tra lavoro, rischio e vita umana.

Non si può chiedere ai numeri di piangere, ma si può chiedere alle parole di non smettere di nominare ciò che i numeri, da soli, rischiano di rendere astratto. Perché tra i numeri non c’è solo una differenza statistica, c’è un diverso modo di decidere chi entra nella visibilità pubblica e chi resta ai margini della registrazione amministrativa. Nel linguaggio dell’INAIL la morte sul lavoro diventa una categoria verificata, filtrata, ritardata dalla procedura, iscritta in un tempo che è quello della certificazione. 

Nel linguaggio dell’osservazione indipendente, invece, la morte è un evento che non aspetta la convalida istituzionale: accade, interrompe, e viene conteggiata nel presente del suo accadere. È qui che la frattura non è solo tecnica ma epistemologica: cosa conta come realtà? Ciò che è certificato o ciò che è avvenuto?

L’osservazione indipendente di Bologna, insieme al lavoro di monitoraggio che si muove anche nella rete civile e giornalistica, racconta un altro tempo: al 30 aprile 2026 si contano 337 morti sul lavoro e 461 complessive, includendo anche i decessi in itinere e quelle figure lavorative che spesso restano ai bordi delle classificazioni ufficiali. La media che emerge è di circa 3,95 morti al giorno. Non una curva che scende, ma una linea che insiste. Tra queste due rappresentazioni non c’è solo uno scarto metodologico, ma una diversa filosofia del reale. Da una parte il dato come costruzione istituzionale, che seleziona, verifica, attende; dall’altra il dato come testimonianza continua, che accumula senza attendere la chiusura del fascicolo. Da una parte la statistica come strumento di governo, dall’altra la statistica come forma di memoria civile.

Le possibili cause di questa divergenza non sono semplicemente tecniche, ma strutturali. La prima riguarda il perimetro: cosa viene incluso come “morte sul lavoro”. L’INAIL segue criteri assicurativi e normativi precisi; l’osservatorio indipendente adotta un criterio estensivo che include lavoratori autonomi non tracciati, incidenti stradali collegati al lavoro, situazioni ibride. La seconda riguarda il tempo: il dato istituzionale è sempre ritardato dalla validazione, quello indipendente è immediato e quindi più esposto a successive rettifiche. La terza riguarda la funzione: il dato ufficiale deve essere amministrabile, quello indipendente deve essere visibile.

Ma c’è anche una quarta dimensione, più sottile, che è politica nel senso profondo del termine: il modo in cui una società decide di raccontarsi. Dire “i morti diminuiscono” è una forma di narrazione del progresso. Dire “quasi quattro persone al giorno non tornano dal lavoro” è una forma di narrazione della permanenza del dolore.

Yuleisy Cruz Lezcano

Fonti ufficiali:
INAIL https://www.inail.it

Osservazione indipendente:
Osservatorio indipendente di Bologna morti sul lavoro https://lunitadeilavoratorionline.wordpress.com

Monitoraggio giornalistico e civile: Piero Santonastaso (pagina Facebook “Morti di lavoro” e osservazione giornalistica indipendente)

In questa frattura tra linguaggi non si tratta di scegliere quale verità sia più vera, ma di riconoscere che ogni sistema di conteggio è anche un sistema di visibilità.

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