LA SVIZZERA DEI DIECI MILIONI (E DELLE PAURE MOLTO EUROPEE)
Siamo tutti sulla stessa barca
In svizzera anche le paure hanno un tono civile, ma la domanda è la stessa che attraversa l’Europa: fino a che punto un paese può crescere senza perdere l’idea che ha di sé?
Ed è una domanda che in svizzera prende una forma particolare, perché il paese ha un talento raro: funziona troppo bene. O almeno questa è la sensazione che si prova osservando il dibattito politico che accompagna il referendum “no a una Svizzera da 10 milioni”, promosso dall’unione democratica di centro (UDC), il partito nazional-conservatore che da anni costruisce campagne elettorali attorno a una parola semplice e potentissima: limite.
Limite agli stranieri, limite all’Europa, limite alla crescita demografica. Adesso persino limite alla svizzera stessa.
L’idea di fondo è altrettanto semplice: se il paese continuerà a crescere ai ritmi attuali, complice soprattutto l’immigrazione, nel giro di pochi anni potrebbe superare i dieci milioni di abitanti. Per chi vive fuori dalla confederazione il numero può sembrare quasi ridicolo – Milano e hinterland sfiorano da soli dimensioni metropolitane simili – ma per gli svizzeri il tema è terribilmente concreto.
Nel racconto dell’UDC, la Svizzera sarebbe già arrivata vicino al punto di saturazione. Troppo traffico, troppi cantieri (e quindi troppi umarell?), troppi affitti impossibili, troppi treni pieni, troppo consumo di territorio. E soprattutto troppa dipendenza da lavoratori stranieri.
È interessante osservare come il referendum non utilizzi quasi mai toni apertamente aggressivi. La comunicazione è molto svizzera: ordinata, pragmatica, persino gentile. Non si parla di invasione ma di sostenibilità; non di identità minacciata ma di qualità della vita. Dietro l’edulcorato linguaggio amministrativo, però, resta una domanda molto politica: quanti abitanti può sopportare una nazione prima di smettere di riconoscersi?
Naturalmente il fronte contrario non è meno compatto. Imprese, sindacati, partiti di centro e sinistra ricordano che la prosperità svizzera si regge da decenni anche sul lavoro degli stranieri (e dei frontalieri). Ospedali, università, ricerca scientifica, edilizia, turismo: basta attraversare Zurigo, Basilea o Ginevra per capire che la confederazione è già oggi un sistema profondamente internazionale.
Chi si oppone al referendum sostiene che il vero problema non sia il numero di abitanti ma la capacità della politica di governare trasformazioni ormai inevitabili. In altre parole: non è l’immigrazione a creare tensioni urbane e sociali, ma l’assenza di investimenti adeguati in infrastrutture, casa e servizi.
E poi c’è l’Europa. Sempre lei.
La Svizzera vive da anni in quell’equilibrio delicatissimo (e un po’ ipocrita) che consiste nello stare fuori dall’unione europea continuando però a fare affari con tutti. Un eventuale irrigidimento sulla libera circolazione rischierebbe inevitabilmente di aprire nuovi attriti con Bruxelles. Questione che a Berna conoscono benissimo, anche se spesso fanno finta di ignorarla.
Il referendum offre anche un’occasione per guardare da vicino il meccanismo della democrazia diretta svizzera, che nel resto d’Europa viene evocato quasi sempre con un misto di ammirazione e diffidenza. In Svizzera i cittadini votano continuamente: imposte, trasporti, pensioni, energia, immigrazione. Per modificare la costituzione federale servono centomila firme raccolte in diciotto mesi, poi la proposta viene sottoposta al voto popolare e deve ottenere la doppia maggioranza: quella dei cittadini e quella dei cantoni.
Detto così sembra un meccanismo perfetto. In realtà è semplicemente un sistema che obbliga la politica a misurarsi senza tregua con gli elettori. A volte funziona magnificamente, altre volte produce campagne brutali e semplificazioni populiste. Ma resta il fatto che gli svizzeri sono probabilmente gli unici europei che considerano il referendum non un evento eccezionale bensì una pratica ordinaria della vita democratica. Un po’ come le marmotte che fanno la cioccolata.
Ed è qui che il confronto con l’Italia diventa inevitabile. E forse impietoso.
Da noi un referendum simile assumerebbe immediatamente i toni di una resa dei conti ideologica. Diventerebbe nel giro di quarantotto ore un referendum sul governo, sull’Europa, sui migranti, sui porti, sul passato coloniale, sulla sinistra radical chic, sulla destra post fascista e forse persino sul festival di Sanremo. In Italia i referendum hanno quasi sempre una tendenza irresistibile a trasformarsi in altro. Basta pensare all’ultimo appena trascorso.
La svizzera, invece, riesce ancora – almeno in parte – a discutere perfino di temi esplosivi con il linguaggio amministrativo dei regolamenti condominiali. È forse questa la vera differenza culturale. Verrebbe da dire: ovvio, sono svizzeri!
O forse, più semplicemente, la Svizzera ha paura di diventare troppo simile al resto d’Europa. E il referendum sui dieci milioni di abitanti racconta proprio questo: il tentativo di rallentare il cambiamento prima che il cambiamento renda irriconoscibile il paese che gli svizzeri hanno in mente.
Pietro Cafiero
