IL 1956 È L’ANNO SPARTIACQUE DELLA SINISTRA ITALIANA
Dei Partiti di allora alcuni ci sono anche oggi
Il 25 febbraio: a Mosca, nel corso del XX Congresso del PCUS, il segretario Nikita Krusciov denuncia i crimini di Stalin, il rapporto rimane segreto per diversi mesi, e viene pubblicato integralmente dal New York Times il 4 giugno, quello stesso mese in Polonia il 28, un gruppo di operai di Poznań, iniziò uno sciopero e insorse al grido di “pane e libertà” contro il regime comunista, la rivolta viene repressa ma con concessioni alle richieste dei manifestanti.

L’Unione Sovietica non interviene militarmente e anzi accetta il ritorna al poter del comunista Wladislaw Gomulka che anni prima era stato destituito in quanto “titoista”.
A ottobre tocca all’Ungheria. I rivoltosi chiedono maggiore libertà e autonomia. Questa volta i sovietici decidono per la repressione e intervengono con le proprie truppe il 4 novembre. La repressione dura fino al 10 novembre: i morti sono migliaia. Il primo ministro Imre Nagy venne giustiziato nel giugno del 1958.
Per capire quanto fosse stata traumatica la demolizione di Stalin operata da Krusciov per l’opinione pubblica e i militanti della sinistra basta rileggersi quanto avevano scritto due leader, che hanno lasciato un segno indelebile nella storia italiana del dopoguerra, 3 anni prima in occasione della morte di Stalin
Nenni: “nessuno fra i reggitori di popoli ha lasciato dietro di sé, morendo, il vuoto che lascia Giuseppe Stalin. Da ieri sera manca qualche cosa all’equilibrio del mondo. In questa constatazione, comune a tutti, amici e avversari, è il riconoscimento unanime della grande personalità che e scomparsa…Gli eventi di quel tempo a noi tanto vicino permisero a ogni uomo di buonafede di correggere l’errore di credere che Stalin fosse un dittatore sostenuto da un sistema di forza, là dove la sua forza vera è stata, fino all’ultimo momento, il consenso di milioni e milioni di uomini, che in piena coscienza a lui avevano delegato i maggiori poteri… Stalin non ebbe in nessun momento la stolta mania di credere che egli potesse bastare a tutto. I1 vuoto che egli lascia, e quello della sua eccezionale personalità, ma lascia anche strutture statali, di partito, sindacali, economiche capaci di resistere ad ogni evento e di superare qualsiasi prova.”
Berlinguer, allora segretario della FGCI: “Non esistono le parole che possono esprimere quel che noi sentiamo di avere perduto, tanto ci eravamo abituati a sentirlo, quasi a vederlo vicino a noi, come parte insostituibile di noi stessi, come speranza e certezza nel nostro domani. La gioventù dell’Unione Sovietica, la gioventù di tutto il mondo, la gioventù della nostra Italia hanno perduto il loro più grande e vero amico, il loro capo, il loro educatore, il loro maestro di vita. Stalin, il più geniale continuatore dell’opera e del pensiero del grande Lenin…La sua opera e i suoi insegnamenti vivono e vivranno nel grande fronte dei paesi democratici e socialisti, dalla Cina alla Cecoslovacchia, dalla Corea all’Ungheria, vivono e vivranno nel cuore e nella mente dei lavoratori, dei patrioti, dei partigiani della pace di tutto il mondo.”
In quel periodo l’alleanza socialcomunista è solida, poche le crepe come la nascita a Milano il 28 e 29 marzo 1953, dell’Unione Socialista Indipendente (USI), in cui confluirono:
– il Movimento dei Lavoratori Italiani (MLI) in pratica Cucchi e Magnani fuoriusciti dal PCI e sobriamente definiti da Togliatti “pidocchi”;
– socialisti autonomisti, separatisi dal Psi nel gennaio 1953;
– ex esponenti del PSLI (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani) e del PSU (Partito Socialista Unitario), socialdemocratici di sinistra;
– dirigenti del Gruppo Socialisti Cristiani, come Gerardo Bruni, già segretario del Partito Cristiano Sociale;
– ex militanti del Partito d’Azione.
Della prima segreteria Nazionale dell’USI oltre a Aldo Cucchi e Valdo Magnani, fecero parte Carlo Andreoni già comandante partigiano, socialista libertario e feroce antitotalitario recentemente definito il che Guevara italiano, Riccardo Cocconi, Lucio Libertini, Vera Lombardi, Giuliano Pischel.
L’USI si presentò alle elezioni politiche del 7 giugno 1953 in 22 circoscrizioni su 31, ottenne circa 225.000 voti alla Camera (pari allo 0,8%), senza ottenere alcun seggio ma contribuendo in modo significativo ad impedire la vittoria dei moderati, fautori della cosiddetta legge truffa.
Nel 1956 a differenza del 1953 Nenni coglierà al volo l’occasione della destalinizzazione per avviare un profondo cambiamento della strategia socialista, certificato dall’incontro del 26 agosto tra lo stesso Nenni e Saragat in Alta Savoia, volto a porre le basi per un dialogo e una potenziale unificazione tra i due partiti socialisti. Incontro oggetto, peraltro, di aspre critiche da parte di molti dirigenti socialisti. Va ricordato che una buona parte del PSI non era affatto autonomista e guardò con fastidio il 5 ottobre 1956, alla trasformazione decisa dalle segreterie di PSI e PCI del Patto di unità d’azione in un “patto di consultazione”.
Il 27 maggio 1956 si svolgono le elezioni amministrative e ci sarà un modesto immediato effetto elettorale,
Lo scrutinio certificò il successo del Partito socialista che cresce rispetto alle amministrative del 1951 e alle politiche del 1953. La Democrazia cristiana rimase stabile se confrontata con il 1951, mentre arretrano il Partito comunista e la socialdemocrazia lontana dai risultati del 1948 e del 1951.

A Milano La DC si ferma al 30 % con 25 seggi, socialisti diventano il secondo partito della città con il 20% e 16 seggi, terzo il PCI 18% 15 seggi. Seguono lo Psdi 12% 10, i liberali 6% 4, l’MSI 5,87% 4; il Partito Nazionale Monarchico di Covelli 4 % 3 seggi; il Partito Monarchico Popolare di Lauro 10000 voti 1 eletto; Rinnovamento democratico (un raggruppamento tra Repubblicani Radicali e Unità popolare) 1 eletto.
Durante la campagna elettorale esce il primo numero de Il Giorno edito da Cino del Duca (ma la proprietà era dell’ENI di Mattei) direttore Gaetano Baldacci che arrivava dal Corriere, più che dei grandi temi politici i cittadini si appassionano della “guerra della spazzatura” che vedeva contrapposti i sostenitori della raccolta con i bidoni a quelli delle canne di caduta.
Il 9 luglio si apre la nuova legislatura del consiglio comunale di Milano e si procede all’elezione del sindaco che vede contrapporre l’uscente PSDI Virgilio Ferrari al democristiano Giovan Battista Migliori.
Ferrari, sostenuto dalle sinistre e dal repubblicano Covi viene eletto con quarantadue preferenze contro le trentasei di Migliori. É una maggioranza anomala fondata sul blocco PSI PCI a cui Ferrari, appartenente alla destra socialdemocratica, non solo non partecipa ma è pure contrario e conseguentemente rassegna le dimissioni. Sarà rieletto il 18 luglio con il voto anche della DC e progressivamente sposterà al centro l’asse politico del comune di Milano.

Palazzo Marino è paralizzata dalle divisioni interne ai partiti, tra i fautori e gli oppositori dell’apertura a sinistra, tra ortodossi e revisionisti, e proprio l’intervento dei carri armati sovietici a Budapest obbligherà alla chiarezza chiudendo definitivamente la stagione della sudditanza socialista nei confronti del PCI e favorendo la nascita del centro sinistra per il quale bisognerà aspettare ancora qualche anno fino al gennaio del 1961.
Dopo l’invasione sovietica in città si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà con gli insorti ungheresi, cortei di studenti sfilano dietro lo striscione “Libertà e pace sovietica uguale a sangue” vi sono tafferugli e incidenti: il 27 ottobre viene assalita la federazione milanese del Partito comunista protetta da un cordone di polizia (bastioni di Pta Nuova), sassaiole avvengono nei pressi della sede della Camera del lavoro e de L’unità.
I sindacati CISL e UIL organizzano uno sciopero in favore degli insorti ungheresi, vieppiù la UIL farà della protesta antisovietica e della solidarietà con gli insorti uno dei caratteri fondativi dell’organizzazione. Nel dicembre 1956 la UIL e la CISL di Milano organizzano la raccolta di beni di prima necessità e di doni per i bimbi ungheresi e riescono ad ottenere i permessi per andare con una delegazione di operai italiani a distribuirli ai figli dei lavoratori in alcune fabbriche di Budapest. È il “Natale dei bambini ungheresi”. Giulio Polotti guida la delegazione come segretario della UIL di Milano.
La CGIL si divide: la corrente socialista e i comunisti moderati con Di Vittorio in testa, si schierano in forme e modi diversi a favore della rivolta, i comunisti ortodossi a sostegno dei sovietici.
Il sindaco Ferrari decide di esporre le bandiere a mezz’asta, proclama tre giorni di lutto cittadino e in una seduta straordinaria del consiglio comunale paragona l’intervento militare dell’URSS ai nazisti. Proprio l’attivismo antisovietico costerà a Ferrari anni dopo la riconferma a sindaco, i socialisti lo ritennero troppo a destra e gli preferirono Cassinis, anche lui socialdemocratico ma politicamente meno caratterizzato. Cassinis politicamente scolorito, viene eletto perché i socialisti non possono chiedere troppo e perché Bucalossi non ha l’appoggio di Saragat, ma in quel momento chiunque era meglio di Ferrari per i vertici nazionali dei partiti, tant’è che per commiato Ferrari ebbe l’editoriale di Nenni sull’Avanti: “Battuta la destra a Milano. Una breccia nel muro del conservatorismo”.

La posizione del PCI milanese sui fatti d’Ungheria è esemplificata dall’aneddoto che ricorda come la sera del 4 novembre Pietro Secchia, allora segretario regionale e il leader più popolare del PCI milanese Giuseppe Alberganti (in anni successivi presidente del Movimento dei lavoratori per il socialismo) entrano nell’ufficio di Lajolo (direttore de l’Unità di Milano) gridando “Viva i carri armati sovietici”.
Certo non mancarono dissidenti che firmano un documento, Rossana Rossanda e Giangiacomo Feltrinelli hanno l’incarico di andare all’Unità e di chiederne la pubblicazione ma vengono cacciati dal direttore che rifiuta la mozione e dichiara che finché rimarrà lui, “una spazzatura simile non comparirà mai sulle colonne del giornale”.
La posizione del partito è quella che Ingrao scrive sull’Unità il 25 ottobre: “I ribelli controrivoluzionari hanno fatto ricorso alle armi. La rivoluzione socialista ha difeso con le armi le sue conquiste, il potere popolare, come è suo diritto e dovere sacrosanto. … In Ungheria dove si attenta armi alla mano alla legalità socialista, il potere risponde necessariamente colpo su colpo … è necessaria la sconfitta rapida e totale dei ribelli controrivoluzionari, la disfatta di tutti coloro che vogliono tornare a un passato reazionario. … Bisogna scegliere: o per la difesa della rivoluzione socialista o per la controrivoluzione bianca, per la vecchia Ungheria fascista e reazionaria… Quando crepitano le armi dei controrivoluzionari, si sta da una parte o dall’altra della barricata. Un terzo campo non c’è.”
Togliatti scrive un telegramma (se ne avrà conoscenza dopo la caduta del muro ai tempi di Eltsin) alla segreteria del Cc del Pcus: “Gli avvenimenti ungheresi hanno creato una situazione pesante all’interno del movimento operaio italiano, e anche nel nostro partito. Il distacco di Nenni da noi, che pure, a seguito delle nostre iniziative, aveva mostrato una tendenza a ridursi, si è ora bruscamente acuito. La posizione di Nenni sugli avvenimenti polacchi coincide con quella dei social-democratici. Nel nostro partito si manifestano due posizioni diametralmente opposte e sbagliate. Da una parte estrema si trovano coloro i quali dichiarano che l’intera responsabilità per ciò che è accaduto in Ungheria risiede nell’abbandono dei metodi stalinisti. All’altro estremo vi sono gruppi che accusano la direzione del nostro partito di non aver preso posizione in difesa dell’insurrezione di Budapest e che affermano che l’insurrezione era pienamente da appoggiare e che era giustamente motivata. Questi gruppi esigono che l’intera direzione del nostro partito sia sostituita e ritengono che Di Vittorio dovrebbe diventare il nuovo leader del partito. Essi si basano su una dichiarazione di Di Vittorio che non corrispondeva alla linea del partito e che non era stata da noi approvata. Noi conduciamo la lotta contro queste due posizioni opposte e il partito non rinuncerà a combatterla.”
Con Togliatti si schiera tutto il gruppo dirigente: Giancarlo Pajetta, in un dibattito alla Camera il 6 novembre, grida “Viva l’Armata Rossa”. Giorgio Napolitano, afferma che l’intervento sovietico ha impedito “che nel cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni” e che “l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione”, contribuendo “in maniera decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo”; qualche decennio dopo riconoscerà di aver sbagliato.
L’8 dicembre 1956 si apre a Roma, al Palazzo dei Congressi dell’EUR, l’VIII Congresso del Partito comunista italiano. da cui vengono cacciati tutti i dissidenti e coloro che non avevano appoggiato la repressione sovietica, su 1064 delegati, Togliatti ottiene il sì di 1022, con l’occasione vengono pensionati anche molti dirigenti stalinisti tant’è che paradossalmente alcuni fanno risalire a questo congresso l’avvio della “diversità” del comunismo italiano.
Come scrive Argentieri “la calunnia dell’Ungheria diventa parte fondante della nuova identità del Pci”, che tuttavia paga un prezzo: nel 1957 il Pci perde 200.000 iscritti, escono o vengono espulsi intellettuali di primo piano e qualche dirigente politico: Calvino, De Felice, Cantimori, Sapegno, Purificato, Cafagna, Caracciolo, Crisafulli, Melograni, Mieli, Pirani, e poi ancora Giolitti, Muscetta, Antonio Maccanico, Onofri, Reale, Corbi.
Senza però che ne sia intaccata la base elettorale, alle elezioni politiche del 1958 il Pci rimane stabile, crescendo anzi dello 0,1%.
Molti “dissidenti” entrarono nel PSI come fecero i socialisti indipendenti che il 3 febbraio 1957, al II congresso dell’USI deliberarono la confluenza nel PSI, alcuni come Cucchi e Andreoni aderirono allo PSDI.
Scrive Edoardo Annecker. “Quella del Pci fu quindi una scelta obbligata, oppure poteva veramente provare ad allontanarsi da Mosca? Probabilmente non c’è una risposta giusta, perché non sappiamo cosa sarebbe potuto succedere se Togliatti avesse deciso di comportarsi diversamente. Quello che possiamo dire è che, con l’appoggio incondizionato all’Unione Sovietica, il Partito comunista si è condannato ad altri trentacinque anni di opposizione. La convention ad escludendo è rimasta in piedi, e l’Italia si è trovata davanti decenni di governo democristiano senza una vera alternativa. Tra la legittimazione in Patria e i soldi di Mosca, Togliatti scelse i soldi.”
Anche all’estrema sinistra vi furono novità: due giorni dopo la chiusura del congresso comunista, a Milano venne fondato il Movimento della Sinistra Comunista “una confederazione di piccole organizzazioni che ha il merito, tra il ’56 e il ’58, durante e dopo la crisi ungherese, di rappresentare, con un vivace dibattito e un’intensa attività, la parte internazionalista e antistalinista della sinistra extraparlamentare italiana”, purtroppo elettoralmente non rappresentò pressoché nulla.

Vi confluirono diversi gruppi: Azione Comunista (dissidenti comunisti, sobriamente definiti da Togliatti malviventi), che ne era stato il promotore, i trotskisti dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari, il Partito Comunista Internazionalista (gruppo Damen) e i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria (GAAP).
Nonostante la presenza di figure di grande livello: Pier Carlo Masini, Giorgio Galli, Giulio Seniga, Bruno Fortichiari, Cervetto, Parodi, Raimondo; l’esperienza durò poco: Masini fu espulso nel 1958 e Seniga nel 1959, mentre altri protagonisti parteciperanno e daranno vita a gruppi diversi in primis Lotta Comunista. Vi fu comunque un fiorire di associazioni, gruppi e soprattutto riviste che costituirono l’humus da cui nacquero i movimenti politici “sessanttottardi”.
Ma perché tornare a settant’anni di distanza a parlare del 56 ungherese perché come scrisse Carlo Tognoli in un articolo dal titolo il SANGUE UNGHERESE CHE RISVEGLIÒ I SOCIALISTI: “Se nel 1956 si fosse innescata una revisione profonda in casa PCI, forse la politica della sinistra italiana avrebbe potuto avere un’altra storia.”
Nel 2023 un cippo dedicato agli eroi della rivoluzione ungherese del 1956 è stato posizionato nel giardino di viale Ungheria, all’angolo con via Mecenate, nel 1960 il comune nominò questa strada viale Ungheria, come esplicito richiamo al coraggio dimostrato dal popolo ungherese nel 1956.
Walter Marossi

Sono sostanzialmente d’accordo con la ricostruzione che vede nei fatti di Ungheria uno spartiacque nei rapporti interni al movimento operaio, nella conseguente ridefinizione dei rapporti tra l’allora troncone maggioritario dei socialisti e i comunisti, ma vorrei precisare che, al momento della confluenza dell’USI nel PSI Carlo Andreoni era ormai già deceduto e che ne era uno dei più convinti sostenitori al fianco di Lucio Libertini. Pertanto, per amore di precisione nel gruppo dirigente dell’USI soltanto Aldo Cucchi decise di aggregarsi al PSDI (partito da cui Andreoni era stato espulso alcuni anni prima e in cui non sarebbe mai voluto tornare).