ESISTE UN’ETICA DEL MAINSTREAM?

Il riflesso musicale di un’idea di uomo deludente

C’è qualcosa di sospetto nel successo. Appena un artista raggiunge un pubblico grande, attorno alla sua opera si forma immediatamente una specie di nebbia morale, come se l’essere compresi da molti implicasse automaticamente una perdita di profondità. È un riflesso culturale quasi automatico. Se qualcosa piace a milioni di persone, allora dev’essere necessariamente semplice, impoverito, addomesticato. E nella maggior parte dei casi, bisogna ammetterlo, è davvero così.

La musica mainstream contemporanea vive infatti di una logica estremamente precisa. Eliminare attrito. Ridurre al minimo qualunque elemento che possa rallentare il consumo. Le canzoni devono essere immediate, emotivamente leggibili nel giro di pochi secondi, costruite su strutture ripetitive che non richiedano attenzione reale. Non devono aprire significati, devono produrre reazioni. Non devono lasciare inquietudine, devono accompagnare. È musica che non domanda nulla all’ascoltatore, perché l’industria culturale contemporanea parte da un presupposto molto chiaro: il pubblico non vuole essere coinvolto, vuole essere sedato. Ed è qui che il mainstream smette di essere soltanto una categoria estetica e diventa una questione etica.

Chi produce immaginario collettivo decide inevitabilmente anche quale idea di essere umano presupporre. La maggior parte della musica commerciale contemporanea immagina individui stanchi, distratti, cognitivamente esausti, incapaci di sostenere complessità o ambiguità. Per questo tutto viene ridotto a formule emotive elementari, desiderio, nostalgia, rabbia superficiale, erotismo meccanico, malinconia prefabbricata. È una cultura costruita per funzionare in sottofondo, mentre si scorre uno schermo.

Il punto è che questa visione del pubblico è falsa. O meglio, diventa vera proprio perché viene continuamente alimentata. Le persone finiscono per desiderare soltanto ciò che vengono abituate a consumare. Se per anni si propone musica costruita esclusivamente per essere rapida, passiva e istantanea, è inevitabile che l’ascolto stesso si impoverisca. Ma questo non significa che il pubblico sia naturalmente superficiale. Significa che è stato educato alla superficialità.

La prova emerge ogni volta che compare un artista capace di fare l’opposto. Ogni volta che qualcuno introduce densità simbolica, ricerca sonora, identità estetica reale, ambiguità emotiva, il pubblico reagisce con un coinvolgimento infinitamente più forte rispetto a quello prodotto dal semplice intrattenimento. Perché l’essere umano non desidera soltanto distrarsi, desidera sentirsi attraversato da qualcosa. Le opere che rimangono non sono quasi mai quelle perfettamente consumabili. Sono quelle che oppongono resistenza. Quelle che richiedono tempo per davvero, rilettura, riascolto. Quelle che non si esauriscono nel primo impatto. Una vera canzone non produce soltanto piacere immediato, modifica il modo in cui una persona percepisce sé stessa per alcuni minuti. A volte per anni.

Per questo l’idea secondo cui la complessità allontanerebbe necessariamente il pubblico è una delle più grandi menzogne dell’industria culturale contemporanea. La complessità respinge soltanto quando è sterile. Quando invece possiede vita, immagini, tensione, autenticità, genera appartenenza quasi ossessiva. 

Le persone si appassionano molto più profondamente a ciò che percepiscono come reale rispetto a ciò che è facile. Ed è esattamente qui che può esistere un’etica del mainstream, nella scelta di non sottovalutare il pubblico. Un artista mainstream può decidere di abbassare continuamente il linguaggio per inseguire l’algoritmo, oppure può tentare il movimento opposto, trascinare lentamente il pubblico verso forme più alte di sensibilità. Può usare la popolarità come anestesia oppure come apertura. Può creare musica che si consuma in pochi giorni o musica che costruisce immaginario.

Il mainstream è il luogo in cui una società racconta sé stessa contemporaneamente a milioni di persone. Se quel racconto diventa rapido, superficiale e privo di profondità, allora il problema non riguarda più soltanto la musica. Riguarda l’idea di uomo che si è costruita.

Tommaso Lupo Papi Salonia

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Stefano+Bozzoli
Stefano+Bozzoli
27 giorni fa

Analisi molto bella.
Complimenti.
SB

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