ABITARE, UN BISOGNO PRIMARIO E COLLETTIVO
Un dibattito il 20 maggio al Centro Brera*
La casa nelle antiche tradizioni aveva un significato che oggi si fa fatica a comprendere a causa della mentalità tecnicista e riduttiva che abbiamo assorbito: i riti fondativi nelle varie culture arcaiche sono un esempio dell’importanza che si dava all’avvenimento costituito dalla costruzione di una casa. Questo era un atto sacro: la costruzione veniva considerata un’imitazione della cosmogonia degli dei e il centro della casa costituiva un axis mundi. Essa era il corpo più grande e veniva messa in relazione con la terra. Casa e terra erano due archetipi femminili mentre il cielo maschile. La casa costituiva un tramite tra la terra e il cielo, infatti originariamente le antiche capanne erano circolari e il cerchio era simbolo del cielo, ma al tempo stesso anche del ventre o dell’utero.
Al centro vi si trovava il palo portante che costituiva l’asse del mondo, l’elemento di congiunzione fra il sopra e il sotto. I materiali usati erano selezionati con cura e appartenevano al territorio circostante, rappresentando gli elementi costitutivi del paesaggio, le pietre, il legno, la terra, e subivano trasformazioni semplici che avvenivano in accordo con i ritmi stagionali e con le strette necessità. Non vi era alcuno spreco.
Faccio questa premessa per sottolineare l’importanza che la casa ha, e ha sempre avuto, per l’essere umano, Haidegger giustamente affermava che la proprietà sostanziale dell’essere è abitare, dunque appare evidente che la sua assenza o la sua inadeguatezza costituisca un grave attentato a quella piena realizzazione della persona che l’articolo 3 della nostra Costituzione sancisce come un diritto che lo Stato deve promuovere, difendere e facilitare. L’articolo 3 infatti recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Questo è il punto sostanziale che i vari governi della Repubblica non hanno compreso, o non voluto comprendere: essi hanno affrontato la salute dei cittadini e il benessere da una parte e il problema della casa da un’altra parte, come due cose separate, trattando quest’ultimo come una questione del sistema produttivo e industriale, dove naturalmente non si doveva disturbare troppo le rendite precostituite sia per motivi di consenso elettorale sia per motivi economici.
L’Istituto Uomo e Ambiente ha trattato il tema della casa fin dagli anni ottanta legandolo alla salute e al benessere, la casa ecologica è stato il tema di fondo di seminari e corsi che lo hanno reso noto in Italia e all’estero, ponendo le basi di quella che oggi viene chiamata architettura sostenibile o bioarchitettura. Mostrando le implicazioni sanitarie e psicopatologiche di un cattivo abitare si intendeva mettere in evidenza come la casa fosse importante per il benessere psicofisico delle persone, e quindi di tutti, non certo innescare una ennesima frattura tra chi se lo può permettere e chi no. il mercato invece ha fatto proprio questo, case ecologiche per ricchi e case scadenti per i poveri.
Quest’anno dunque l’Istituto, il 20 maggio al Centro Brera, ha intenzione di riportare alla discussione un tema a lui molto caro che è quello dell’abitare, bisogno primario che a Milano viene oltraggiato da un mercato impazzito frutto di una politica miope che ha svenduto la città ai fondi immobiliari finanziarizzando interi comparti. Galbraith, che non può essere accusato di comunismo, nella Buona Società, affermava che quando il capitalismo e il libero mercato creano un contrasto troppo grande fra ricchi e poveri, in modo che così una fascia di popolazione non è più in grado di valersi dei beni utili per vivere, l’ente pubblico ha il dovere di intervenire per riequilibrare il tutto perché una situazione squilibrata non conviene neppure ai ricchi.
I piani casa del comune e del governo non sono che una serie di buone intenzioni, a volte irrealizzabili, che attestano una mancanza di un disegno complessivo e integrato per risolvere il problema. Il riequilibrio del mercato abitativo lo si ottiene con vari mezzi che vanno dalla tassazione, all’aumento dei salari, all’intervento pubblico in aiuto dei morosi, non certo con l’abbreviazione delle procedure di sfratto, alla ristrutturazione del parco pubblico sfitto, poi si può pensare di costruire nuovi alloggi calmierati che però dovranno competere per qualità con quelli privati. Non è semplice, come per tutti gli interventi sulla città bisogna ricordarsi che questa è un sistema complesso dove se massimizzi una funzione le altre ne risentono in negativo.
Maurizio Spada
*Centro Internazionale di Brera – Via Marco Formentini 10 -Milano
