TAGLIARE LE RADICI NON È PROGRESSO

Un tempo Milano era attraversata dall’acqua

I Navigli non erano solo infrastrutture funzionali al commercio o all’ingegneria urbana: erano identità, relazione, vita quotidiana. Erano il modo in cui la città respirava, si muoveva, si riconosceva. L’acqua collegava quartieri, persone, mestieri. Scorreva lenta, ma faceva circolare valore.

Poi li abbiamo coperti. Asfalto sopra l’acqua. Strade al posto dei canali. Auto al posto delle persone.

Per decenni ci è sembrato progresso. Una modernità rapida, efficiente, orientata alla velocità. Oggi, però, ne paghiamo il prezzo: traffico cronico, aria irrespirabile, spazi pubblici impoveriti, una città sempre meno vivibile. Abbiamo guadagnato corsie e perso qualità. Abbiamo accelerato, ma senza chiederci dove stessimo andando.

Questa storia urbana non è solo un errore di pianificazione. È una metafora potente di ciò che accade quando una comunità — o un’organizzazione, o una società intera — decide di coprire le proprie radici per inseguire esclusivamente il breve periodo.

Quando si sacrificano valori, cultura, competenze storiche e legami sociali in nome della velocità, delle mode del momento o di KPI che misurano tutto tranne ciò che conta davvero, all’inizio può sembrare che il sistema funzioni meglio. Si corre di più, si produce di più, si cresce — almeno sulla carta.

Ma sotto, qualcosa smette di scorrere. L’acqua coperta non scompare: ristagna. E ciò che ristagna, prima o poi, genera problemi.

Il vero progresso non è cancellare il passato. È saperlo reinterpretare, aggiornare, farlo dialogare con il presente. Riaprire un Naviglio oggi non significa tornare indietro di cent’anni. Significa riconoscere che alcune scelte fatte in nome della modernità erano miopi. Significa ripensare lo spazio pubblico come luogo di relazione, di mobilità dolce, di qualità urbana. Significa ammettere che una città non è solo un asset economico, ma un ecosistema umano.

Milano ha riscoperto i Navigli nei dibattiti pubblici, nei rendering patinati, e nei programmi elettorali. Li riscopre come se non fossero sempre stati lì sotto una certa idea di città che per decenni ha preferito nascondere piuttosto che curare.

Sì, la riapertura dei Navigli era anche una promessa di questa Giunta. Ma, ora, è troppo tardi?

Forse no. Ma solo a una condizione fondamentale: che questa “riscoperta” non si trasformi nell’ennesima operazione di marketing urbano. Che non sia una narrazione costruita per attrarre capitali, turisti e investimenti immobiliari, più che per migliorare la vita di chi Milano la abita davvero.  Troppe volte, in questa città, parole come rigenerazione, bellezza, sostenibilità sono state usate come foglie di fico per mascherare processi di esclusione, aumento delle disuguaglianze, espulsione silenziosa dei ceti medi e popolari.

Riaprire i Navigli non può essere un’icona scollegata dai bisogni reali dei quartieri, dal tema dell’abitare, dall’accesso allo spazio pubblico, dalla qualità della vita quotidiana.
Perché l’acqua che torna a scorrere, se diventa solo cornice di locali di lusso e rendite fondiarie, non rigenera la città: la seleziona. 

Far tornare a fluire l’acqua — reale o simbolica — richiede coraggio politico.  Richiede una visione di lungo periodo che vada oltre il prossimo mandato. Richiede scelte che sappiano dire anche dei no: alla speculazione, alla monocultura del profitto, all’idea che tutto debba essere monetizzato.
E soprattutto richiede coinvolgimento reale delle persone (preventivo!), non consultazioni formali o partecipazioni di facciata. Che città vogliamo essere?  Una città che valorizza la propria storia solo quando può estrarne valore economico, oppure una città che riconosce la memoria come bene comune? 

Perché il vero nodo politico non è ingegneristico né estetico: è democratico. Il progresso vero è riconoscere le proprie radici e permettere loro di nutrire il futuro, di renderlo più giusto, più equilibrato, più umano. È accettare che una città viva non è solo quella che cresce, ma quella che include, ascolta, si prende cura.

Sui Navigli, Milano può ancora farlo. Può scegliere se i Navigli saranno un simbolo di riscatto collettivo o l’ennesimo trofeo di una città sempre più inaccessibile. 

Massimiliano Favoti

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