LA SICUREZZA PER DECRETO NON ESISTE

La follia dei decreti ministeriali

C’è una costante nella politica italiana degli ultimi quindici anni: ogni emergenza diventa undecreto sicurezza. Non importa che si tratti di immigrazione, degrado urbano, baby gang o violenza giovanile. Il copione è sempre lo stesso: urgenza dichiarata, decreto legge immediato, nuovi reati, pene più alte, strumenti più invasivi.

Dal “Decreto Maroni” fino all’ultimo “Decreto Sicurezza 2026”, il risultato non cambia: più norme, meno soluzioni. Il decreto come risposta politica alla paura Il nuovo decreto 2026 è emblematico. Trentatré articoli, materie eterogenee, un unico filo conduttore: la sicurezza intesa in senso sempre più ampio e indistinto.

Dentro c’è di tutto: armi e coltelli, DASPO urbano e manifestazioni, immigrazione e rimpatri, nuovi
poteri delle Forze dell’Ordine e nuove fattispecie penali. Un contenitore normativo che tiene insieme fenomeni diversi sotto un’unica etichetta: emergenza. È qui il primo problema, poiché quando tutto è sicurezza, nulla è davvero governato. Più reati, stesso problema.

Il decreto interviene ancora una volta sul terreno più facile, quello penale, attraverso una stretta sul porto di armi e sugli strumenti da taglio, anche e soprattutto per i minori, nuove aggravanti e nuove
fattispecie e introduzione di reati più severi (come la fuga pericolosa punita fino a 5 anni). È il solito schema: alzare il livello della punizione per dimostrare presenza dello Stato, che a ben vedere è una palese contraddizione, poiché si continua a intervenire sul “dopo”, senza incidere minimamente sul “prima”.

Il fenomeno delle baby gang, per esempio, viene trattato come un problema di armi e sanzioni, quando è prima di tutto un problema sociale, ignorando ciò che genera una contraddizione gigantesca e sistematicamente ignorata: si inaspriscono le pene senza affrontare il collasso delle carceri. È come aumentare la pressione dell’acqua in una tubatura già piena di crepe e di perdite.

L’anticipo della repressione: prevenzione o controllo? Uno dei passaggi più significativi del decreto riguarda l’estensione degli strumenti preventivi, come l’ampliamento del DASPO urbano o come l’accompagnamento preventivo durante le manifestazioni, per non parlare della estensione della flagranza differita.

Qui il salto è evidente, non si interviene più solo sul reato, ma sempre di più prima del reato. Il punto nodale e opportuno sarebbe capire come. Perché prevenzione non è sinonimo di controllo anticipato e quando la prevenzione diventa una forma di compressione preventiva delle libertà, il confine si fa pericolosamente sottile. 

Il nodo più delicato: giustizia e cause di giustificazione.

C’è poi un passaggio che dice molto della direzione presa, infatti il decreto introduce un meccanismo di “annotazione preliminare” nei casi in cui appaia evidente una causa di giustificazione (legittima difesa, uso legittimo delle armi, ecc.). Tradotto: si crea un canale separato, anticipato, per gestire situazioni in cui l’azione potrebbe essere già considerata giustificata.

L’obiettivo dichiarato è tutelare chi opera, ma il rischio è un altro: spostare l’equilibrio tra accertamento dei fatti e presunzione di legittimità e qui non siamo più sul terreno della sicurezza. Siamo sul terreno delicatissimo del rapporto tra potere e controllo.

Immigrazione: tra gestione e pressione.

Nel Capo dedicato all’immigrazione emergono altre scelte chiare: rafforzamento delle espulsioni e dei rimpatri, obblighi di cooperazione per lo straniero, potenziamento dei CPR e semplificazione delle notifiche, ma soprattutto emerge l’impostazione di trasformare la gestione amministrativa in una forma di pressione.

È qui che si inseriscono norme controverse, come il coinvolgimento di figure istituzionali (avvocati) nel “convincere” al rimpatrio, che hanno sollevato rilievi anche a livello istituzionale, segno anche
in questo caso, che il problema non è solo politico, ma anche di equilibrio costituzionale.

Le Forze dell’Ordine: tra tutela dichiarata e realtà operativa.

Il decreto insiste molto sulla tutela delle Forze dell’Ordine e sulla loro funzionalità, ma la realtà è più complessa, poiché ad ogni decreto si cambiano regole, si aggiungono procedure e si stratificano norme. Chi lavora sul territorio si trova a operare dentro un sistema sempre più complesso e instabile.

E mentre si introducono strumenti come il fermo preventivo o nuove forme di tutela giuridica, resta
irrisolto il punto centrale: dove sono gli investimenti strutturali Perché senza organici adeguati, senza formazione continua e ad una esigua e non stabile presenza sul territorio, la sicurezza resta un enunciato normativo, non una pratica reale.

Il grande equivoco: sicurezza o gestione della paura.

Il decreto 2026 non fa eccezione, anzi conferma un modello che moltiplica le norme, anticipa la repressione, amplia il controllo ed evita di affrontare le cause. Soprattutto continua a confondere due cose diverse: la sicurezza reale e la sicurezza percepita. Dopo quindici anni di decreti sicurezza, la domanda è inevitabile: se funzionano, perché dobbiamo rifarne uno ogni anno? La risposta è scomoda, ma evidente: perché non servono a risolvere i problemi, ma servono a gestirli politicamente.

La sicurezza non si garantisce ai cittadini tutti attraverso un decreto scritto in fretta. Si costruisce con presenza, prevenzione e conoscenza dei territori. Richiede tempo, investimenti e responsabilità, tutto ciò che la politica, da anni, evita sistematicamente.

È evidente che sia più facile inseguire l’emergenza che governarla. Più semplice alzare le pene che abbassare le cause. Più redditizio parlare alla paura che costruire soluzioni.

Ma il problema non è solo chi governa, ma anche chi dovrebbe opporsi e non lo fa o almeno non lo fa in modo adeguato ed efficace. Perché mentre una parte politica continua a produrre decreti sicurezza come fossero slogan normativi, l’altra si limita troppo spesso a criticarli senza riuscire a costruire una visione alternativa credibile.

E lo si vede proprio dove governa: nelle grandi città, a partire da Milano, dove la sicurezza resta un tema irrisolto, oscillante tra annunci, ordinanze e gestione quotidiana dell’emergenza. Senza un’idea diversa, senza una strategia vera. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una rincorsa continua, dove cambia il linguaggio ma non cambia il modello e così la sicurezza resta sospesa tra propaganda e impotenza. Da una parte chi la usa e dall’altra chi non riesce a reinterpretarla.

Nel mezzo, i cittadini e un sistema che continua a girare su sé stesso. La sicurezza non ha un colore politico, soprattutto se la si usa per propaganda di fazione, ma bensì una responsabilità pubblica e continuare a trattarla come un terreno di scontro ideologico, o peggio come un vuoto da riempire con decreti, non è solo inefficace, ma pericoloso per i cittadini e per la tenuta democratica del nostro paese.

Gabriele Ghezzi

Già appartenente alla Polizia di Stato ed esperto in Sicurezza Urbana

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Adorno Marazzina
Adorno Marazzina
13 giorni fa

Grazie Gabriele per queste importanti rifessioni che hai voluto condividere in un trempo dove ci si parla per slogan e prese di posizione senza entrare nel merito e nella complessita delle situazioni e delle soluzioni.

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